Il Superuovo

Con “Bruci la città” Francesco Bianconi mette in musica la passione epicurea di Tibullo

Con “Bruci la città” Francesco Bianconi mette in musica la passione epicurea di Tibullo

Il poeta latino Tibullo e il cantautore toscano Francesco Bianconi ci parlano di quell’amore travolgente che ci fa vivere nascosti

Quando siamo innamorati vorremmo non esistesse altro che ci distragga dalla nostra passione, ma se gli innamorati sono Tibullo o Francesco Bianconi, si salvi chi può, intere città potrebbero essere distrutte da un incendio o annegate dal diluvio!

Bianconi è il poeta dell’ode all’amore orale

“Bruci la città e crolli il grattacielo/ rimani tu da solo, nudo sul mio letto”. È impossibile leggere i primi versi di questa canzone senza cantare, avendo in mente la potente interpretazione di Irene Grandi. Bruci la città è un singolo scritto da Francesco Bianconi, poeta e ultimo romantico, front-man dei Baustelle e donato alla cantante fiorentina.

La canzone è stata scartata per l’edizione di Sanremo 2007, forse per l’ode esplicita al sesso orale. Ma la commissione di Sanremo prese un granchio perché è una delle canzoni italiane più amate, ascoltate e cantate con disinvoltura degli ultimi 15 anni!

Bruci la città è una vera e propria canzone d’amore, un incontro passionale, di quelli travolgenti! Se sul finale si esplicita la voglia di “leccare questo tuo profondo amore”, per tutto il resto della canzone si sottolinea la necessità di fare svanire tutto quello che sia altro dalla coppia protagonista del brano. Quel che conta è godere dell’intimità di quelle ore d’amore trascorse insieme.

Come scrive Pasolini: “Solo l’amare, solo il conoscere conta”. E se l’unica conoscenza da cui vogliamo essere travolti è sul corpo dell’amato, allora che la città possa bruciare! Non sappiamo se Francesco Bianconi sia l’ultimo dei romantici, ma di certo non è stato il primo. Il lettore sarà sorpreso di leggere che un autore latino spesso denigrato durante le noiosissime ore di latino del liceo ha avuto la stessa idea di amore.

Tibullo è il poeta elegiaco dell’amor carnale

“Che gioia ascoltare, / coricato, i venti che infuriano e teneramente / stringersi al petto l’amata o, quando d’inverno / lo scirocco rovescia la sua pioggia gelida, / abbandonarsi in pace al sonno, /mentre ti cullano le gocce!” (El. I.1). Questi sono i versi di Tibullo, poeta elegiaco latino di età augustea.

Non a caso i versi sono tratti dalla prima elegia del primo libro, una sorta di manifesto, anzi, documento di identità dell’autore. Eh sì, perché il poeta ci tiene a mettere in chiaro fin da subito quali sono i valori – anzi, il valore –  in cui crede: l’amore. Tibullo della gloria non sa che farsene. Finché l’età è adatta all’amore, egli cercherà di soddisfare il desiderio della sua donna.

Lontano dalla guerra, vuole vivere sereno in una decorosa distanza dalle ricchezze e dalla fame. Questa elegia proemiale è innanzitutto una recusatio scritta probabilmente nel 29 a.C., quando il poeta si rifiuta di raggiungere Messalla in Oriente per ritornare in patria. Nel motivare la decisione, il poeta ci espone la propria scelta di vita.

La cornice bucolica implica tutta una serie di convenzioni letterarie, temi, motivi, delimitando il genere di poesia prescelto. Come in un protrettico (o esortazione alla filosofia) sono presentati i fondamenti di quella che il poeta considera “la vita migliore”. Il modello retorico sembra quello della Priamel. Nella sua forma tipica è una rassegna di generi di vita che nella società vanno per la maggiore, cui è opposto il proprio.

Quando l’amore incontra l’epicureismo, bruci la città!

Le tangenze tra i due testi sono, come si è visto, molteplici. Il poeta latino, come il toscano Bianconi, usa in quantità i congiuntivi esortativi, per allontanare da sé tutti quei valori considerati futili e incompatibili con la sua scelta di vita: “Scompaiano tutto l’oro e gli smeraldi del mondo”.

Anche Bianconi allontana da sé l’ideale di vita urbana, produttiva e frenetica, menzionando di volta in volta termini di uso comune che ci rendono subito partecipi ed empatici con l’esperienza del poeta (tram, grattacielo etc..).

Tibullo e Bianconi sembrano riproporre i famosi versi del proemio del II libro del De rerum natura di Lucrezio: «È bello, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare, guardare da terra il grand’affanno degli altri: non perché il dolore altrui ti procuri grande gioia, ma perché sei contento di vedere da quali affanni sei libero».

Tibullo insiste sui toni della tenerezza, più che dell’erotismo di Bianconi. Per entrambi, il concetto espresso è riconducibile all’insegnamento epicureo, ma manca ogni riferimento di carattere filosofico, gnomico o didascalico. Gli esseri viventi, consapevoli della brevità della vita e dell’ineluttabilità della morte, devono afferrare i piaceri della vita. E allora, è proprio il caso di dirlo: che bruci la città!

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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