Che cos’è la solitudine? Louise Glück restituisce la voce all’antico silenzio di Persefone

Il premio Nobel per la Letteratura 2020 ha dato una voce a Persefone, dea del silenzio e della solitudine

L’unica edizione italiana per la Dante & Descartes, a loro i credits per la foto

Il mito dialoga con noi come veicolo espressivo potente e diretto, ma non tutti i personaggi del mito godono del diritto di parola. Persefone rientra in questa triste categoria, ma la sua solitudine ha una voce contemporanea, quella di Louise Glück

Il mito è un enigma da decifrare correttamente

Qual è il nostro rapporto con il mito? Dopo un primo momento di incanto, perdiamo la poesia del suo contenuto, cadiamo nella trappola del razionalismo. Cerchiamo di attualizzarlo, di inquadrarlo in un sistema di riferimento contemporaneo, ignorando le sue coordinate culturali d’origine, ben diverse da quelle odierne. Il tentativo di razionalizzare il mito ci allontana più che mai dalla purezza del suo messaggio, dal paradigma umano senza tempo di cui è veicolo.

Il mito è un enigma, dalla sintassi complessa per noi, ma, una volta risolto, ci svela una verità sempreverde. Louise Glück è uno di quei pochi miracoli della letteratura contemporanea in grado di leggere il mito e di tradurlo in un linguaggio comprensibile per la sua generazione. Vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2020, è autrice di 12 raccolte poetiche, in cui mostra costantemente interesse per il mito greco e latino.

Averno è la decima raccolta di poesie di Glück ed è una riscrittura del mito di Persefone. Secondo gli antichi romani, uno degli accessi agli Inferi si trovava nell’Averno, ora un lago vulcanico nel comune di Pozzuoli, non lontano dal sito archeologico di Cuma. Nel mito di Persefone Louise Glück, per la prima volta nella storia della letteratura, vede lo sviluppo del tema della solitudine.

Pinax con Ade che rapisce Persefone, conservato presso il Museo archeologico regionale di Reggio Calabria

La letteratura antica non racconta la prospettiva di Persefone

Il mito lo conosciamo tutti: Persefone è la figlia della dea Demetra, che un giorno viene rapita dal dio Plutone. Il dio la trascina con sé negli Inferi e la lega per sempre alla dimensione infera facendole mangiare il frutto del melograno. Demetra reclama la restituzione della figlia presso Zeus e ottiene che Persefone trascorra sei mesi ogni anno insieme alla madre e i sei mesi restanti insieme a Plutone.

La letteratura antica racconta il mito secondo diverse prospettive. Nell’Inno omerico a Demetra, la prospettiva è quella della madre di Persefone, madre privata della figlia. Cicerone, invece, nelle Verrine (II, 4, 106 – 111) pone l’accento sulla violenza del rapimento da parte di Plutone, confrontandolo con la violenta avidità di Verre. Ovidio, stregato da questo mito, lo inserisce in due opere, nei Fasti (IV) e nelle Metamorfosi. La vicenda è declinata dal poeta di Sulmona come una capricciosa resa dei conti tra divinità, attribuendo al dispettoso volere di Venere l’innamoramento di Plutone e la responsabilità del rapimento.

La letteratura antica sembra non occuparsi del punto di vista di Persefone, rapita e contesa, privata della possibilità di esprimere la sua volontà. Tuttavia, è la voce di Persefone a riecheggiare nella raccolta della Glück, senza per questo scalfire la potenza primitiva del mito.

La voce di Persefone riecheggia nei versi di Louise Glück

Basata sul mito di Persefone, la discesa agli inferi di Glück ricorre al recupero di un modello classico, per raccontare storie familiari. Achille, Ulisse e Penelope, Didone e Enea, Orfeo e Euridice, e perfino Pia de’ Tolomei hanno via via offerto alla poetessa americana trame collaudate e strumenti poetici adeguati, su cui innestare temi personali, una continua autoanalisi.

La poetessa dà una voce recitante al travaglio di Persefone: il suo sottrarsi nella solitudine non è un segno di resa o fragilità, ma una forte consapevolezza della privazione della sua libertà di scelta. La figura del mito viene rimodellata in quella di una ‘errante’ in continua metamorfosi: da archetipo a figlia, amante, moglie e donna in cerca di una sua autonomia.

La sua storia, dicono i versi, va letta come una questione di «sola carne», un affare fra la madre, che la tiene a sé come un ramo del suo corpo, e l’amante che, sulla falsariga del mito, è «morte, marito, dio, sconosciuto». Persefone nella prigione dell’Ade “crede / di esser stata una prigioniera fin da quando è stata una figlia”.

Persefone sembra essere tanto vittima della madre quanto di Plutone, che, come recita l’Inno a Demetra “rapiva la dea riluttante”. Persefone è una donna sola, prigioniera alternativamente dei ruoli a lei assegnati dal mito, dalla consuetudine, dalla storia. Sotto le mentite spoglie del mito, si muove una voce poetante che rimugina sulla propria storia di figlia e amante.

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