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“Cappuccetto Rosso” di Perrault: storia di una violenza per spaventare le bambine del ‘700

“Cappuccetto Rosso” di Perrault: storia di una violenza per spaventare le bambine del ‘700

Tutti conoscono la favola di Cappuccetto Rosso e la sua morale: non fidarsi degli sconosciuti. Ma quali sono le origini di questa storia?

A distanza di circa 500 anni, le cose sembrano essere cambiate poco. Infatti, ancora oggi molte famiglie puntano a educare le ragazze ad essere meno provocatorie, a non camminare sole per strada, non uscire dopo un orario stabilito; ma viene sottovalutato dare la giusta educazione ai ragazzi.

Cappuccetto Rosso, classe 1697

Ancora oggi, dopo così tanti anni, viene raccontata la storia di Cappuccetto Rosso, ma quella che conosciamo è la versione scritta dai fratelli Grimm nel 1812, che avevano ben deciso di togliere ogni riferimento perverso e sessuale dalla storia, per renderla adatta alla lettura dei bambini, aggiungendo il personaggio del cacciatore per dare un lieto fine. Ma da dove nasce? La tragica storia ha origini ancora più lontane: è stata tramandata per secoli oralmente, tra le Alpi settentrionali; finché nel 1697 Charles Perrault decise di trascriverla per la sua collezione di racconti popolari. Cosa si raccontava?

Partiamo dai personaggi: Cappuccetto Rosso, noi la conosciamo come una bambina di circa 7/8 anni, nella storia originale invece ne ha 15. Gli anni, non sono un caso; a quell’età, al tempo, le ragazzine avevano la loro prima mestruazione e diventavano ufficialmente adulte, dunque dovevano stare attente a rimanere vergini fino al matrimonio. Il lupo è il “predatore”, colui che vuole rubare la verginità alla fanciulla.

Ricordiamo tutti il momento in cui il lupo chiede alla bambina qual è la strada più veloce per andare dalla nonna, ecco nella storia originale non è esattamente quello che chiede. Infatti, domanda alla ragazza se preferisce il sentiero delle spille o degli aghi, che rispettivamente stanno ad indicare il simbolo della ragazza che diventa donna e quindi del fidanzamento, e il simbolo sessuale riferito al matrimonio.

La trama è un insieme di pratiche atroci e spaventose: cannibalismo, stupro, abuso. Infatti, il “lupo” mangia la nonna e nel momento in cui arriva la ragazza si finge lei e le fa mangiare il resto della nonna, (in alcune versioni proprio i seni) dopodiché si rivela e prima di mettersi a letto, ordina a Cappuccetto di togliersi i vestiti e buttarli nel fuoco, per approfittarne e poi mangiarla. Si conclude così.

Le donne del passato

La favola di Cappuccetto Rosso voleva dare un messaggio forte e chiaro alle bambine: le voleva spaventare. La morale era appunto quella di non fidarsi di alcun uomo sconosciuto, perché altrimenti si sarebbero prese la loro verginità e non potevano sposarsi. Le famiglie all’epoca erano parecchio impegnate con il lavoro, dunque lasciavano che fossero i racconti popolari a dare l’educazione giusta da seguire, facendola rispettare attraverso il terrore. Le ragazze dalla nascita non avevano vita facile, infatti l’entusiasmo che si respirava in famiglia quando nasceva un maschietto era molto di più di quando nasceva una femminuccia. Infatti, i papà, alla nascita di un primogenito maschio, erano orgogliosi perché avevano dimostrato la loro virilità, mentre alla nascita di una femminuccia venivano accusate le mamme per non essere state in grado di partorire un maschietto. Sì, praticamente le donne nel concepimento potevano solo subirsi le colpe o non prendersi i meriti.

Da piccole poi, sono educate a servire gli uomini, sia a scuola che nella famiglia e nel momento in cui le si viene scelto un marito, deve servire lui e la sua prole per il resto della vita. Proprio come specificato prima, le ragazze diventavano adulte a 15 anni, quindi se non erano sposate a 16 anni poi erano considerate troppo grandi e quindi destinate a rimanere “scapole”. Inoltre, così come vuole insegnare la morale di Cappuccetto Rosso, devono mantenere la loro verginità, perché altrimenti nessun uomo le vorrebbe sposare. Nel matrimonio, le donne dovevano occuparsi della prole e della casa e dovevano curare il più possibile il marito senza contraddirlo mai. In caso di disobbedienza o di infedeltà, gli uomini ribadiscono la loro superiorità condannando la moglie alla morte. Tutto ciò era considerato normale dalle donne, le quali sanno bene che dal loro comportamento dipende l’onore del marito.

L’abuso sessuale

Da troppo tempo si sono create e si sono portate avanti, pratiche, usanze socialmente e culturalmente approvate che pongono la figura della donna, la sua sessualità e il suo potere riproduttivo sotto l’assoluto controllo dell’uomo. Aristotele ad esempio affermava che <<l’embrione umano si sviluppava da un coagulo del flusso mestruale, cioè il materiale informe fornito dalla donna e l’uomo aveva il nobile compito di dare una forma>>. Addirittura, Lombroso proclamava l’inferiorità femminile sotto ogni aspetto, da quello fisico, all’intelligenza, teorizzando l’esistenza della “prostituta nata” cioè una donna priva di senso di maternità, senza scrupoli, da poter “usare” come oggetto sessuale, per saziare i bisogni degli uomini.

Così nel corso della storia le donne sono state educate e convinte della loro subordinazione agli uomini. Le stesse non potevano far altro se non accettare questo e creare una visione negativa, che fa di loro il sesso debole. Tutto ciò, da tempo, le rende vulnerabili ad abusi e violenze. Questo perché la violenza sessuale è stata da sempre minimizzata, come se, l’impulso e il bisogno sessuale dell’uomo dovesse per forza essere soddisfatto per non creare problemi di salute; perciò gli uomini si sentivano in diritto di approfittarsi della prima donna vulnerabile.

Dall’800 fino agli anni 70 del ‘900, l’abuso o lo stupro non venivano denunciati, in quanto, secondo teorie mediche, si reputava che un uomo da solo non sarebbe stato in grado di usare violenza su una donna, soprattutto se proveniva da una classe operaia o contadina, perciò si considerava valido uno stupro solo se commesso da un gruppo di uomini nei confronti di una donna. Ancora, nel ‘900, si credeva che le donne mentissero sulle violenze subite per pura perversione, per stare al centro dell’attenzione o per avere risarcimenti economici, e che i danni fisici riportati erano causati delle cavalcate a cavallo, o se fossero state bambine si sarebbe pensato a malformazioni o infezioni presenti dalla nascita.

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