BUON COMPLEANNO A CARAVAGGIO: SCOPRIAMO IL PITTORE DEL VERO ATTRAVERSO LA SUA VITA CONDANNATA

Caravaggio merita sicuramente un posto d’onore tra i grandi artisti. Una vita spettacolarmente tragica, quella del  pittore milanese.

Ritratto di Caravaggio.

C’è da confessare che vedere un vip condurre una vita dissoluta provoca spesso un certo turbamento. Casi di scandali, arresti, processi in diretta mondiale. Spesso si dimentica che dietro l’artista, qualsiasi esso sia, si nasconde una persona colma di pregi e difetti inaspettati. Lo stesso vale anche per Caravaggio, uno dei pittori più influenti della sua epoca e di quelle a seguire. La sua vita è stata tutta segnata da eventi giudiziari poco chiari, che ne hanno condizionato indissolubilmente anche l’arte.

LA FORMAZIONE ARTISTICA

Michelangelo Merisi nasce a Milano il 29 settembre 1571. La sua data di nascita è dubbia così come il suo borgo di provenienza. Fino alla scoperta del suo atto di nascita si è creduto che fosse originario del borgo di Caravaggio, da cui anche il suo nome. Un ritrovamento recente lo fa invece nascere proprio nel capoluogo lombardo, informazione che ad un certo punto fornisce anche lui in un documento. La sua formazione artistica comincia appena tredicenne nella bottega milanese di Simone Peterzano, il quale si professava allievo di Tiziano. A ventun anni si trasferisce a Roma, metropoli ricca di spunti e possibilità. Qui Caravaggio coglie appieno le opportunità che gli si parano davanti, ma rivela presto anche la sua personalità attaccabrighe. Non si hanno molte fonti sulla sua permanenza a Roma, ma di certo si sa che tra il 1592 e il 1593 egli lavorò per il monsignor Pucci da Recanati, da Caravaggio stesso definito “Monsignor Insalata”. Dopodiché cominciò l’apprendistato per Cesare Cerasi, chiamato anche Cavalier D’Arpino, esponente del tardo manierismo. Nel 1599 iniziò anche un’amicizia con il cardinal Francesco Maria del Monte, il quale lo aiutò spesso affidandogli opere pittoriche.

“I bari”, 1597, olio su tela, (Kimbell Art Museum).

LO STILE PITTORICO

Lo stile di Caravaggio si distingue per la grande attenzione verso la natura e il vero. Una delle sue particolarità è la natura morta, che specializza durante gli anni alla bottega del Cavalier D’Arpino. I suoi soggetti prediligevano frutta già molto matura, quasi marcia, a simboleggiare la vicinanza della morte e la precarietà della vita umana. Il suo intento era cogliere il dettaglio della luce riflessa sulla buccia, scelta che caratterizzerà sempre più fortemente la sua arte. Caravaggio si specializzò anche nella pittura dal vero, ritraendo soggetti reali inseriti in scene teologiche o mitiche. Per questo nonostante le influenze manieristiche dei suoi allievi Caravaggio fu, quindi, il primo ad introdurre uno stile Naturalistico. Come detto, la sua pittura è fortemente influenzata dall’uso della luce. Le sue scene sono caratterizzate da un solo fascio di luce radente proiettato sui personaggi, che il più delle volte si trovano in una stanza buia. Questo gli permetteva di concentrarsi sull’espressività dei personaggi e sulla scena in sé. Inoltre poneva uno specchio davanti al sè così da avere già, durante il lavoro, un’idea del quadro riflesso.

I PROBLEMI CON LE AUTORITÀ

Come detto, oltre alla possibilità di imparare di più sulla sua pittura e fare esperienza, a Roma Caravaggio colse anche la possibilità di mettersi nei guai. Chi lo conosceva sapeva benissimo che il pittore era solito lavorare molto poco (anche se bene), passando il resto del tempo in giro per la città in compagnia di un servo e della sua spada. Nel 1600 un nobile di Montepulciano lo denunciò dopo essere stato aggredito con un bastone e non furono rare le visite di Caravaggio in prigione. Le denunce erano continue, per rissa, disturbo della quiete pubblica e alla fine arrivò anche una querela per aggressione nel 1603. Nello stesso anno fu processato con i suoi amici per una serie di sonetti diffamatori contro un collega pittore, Giovanni Baglione. Dopo quest’esperienza, che gli costò solo gli arresti domiciliari, Caravaggio andò incontro a continue denunce per possesso d’armi e risse varie. La sua vita prende una triste piega nel 1606 quando, durante l’ennesima scazzottata, uccide Ranuccio Tomassoni, un noto criminale ternano. Per scampare alla condanna Caravaggio è quindi costretto alla fuga. Scappa da Napoli, dove trascorre un anno sotto la protezione dei Colonna, fino a Malta nel 1607. Qui si avvicina ai cavalieri dell’ordine di San Giovanni, divenendone anche un membro, ma ben presto, dopo l’ennesima rissa, verra arrestato. La detenzione dura poco, poiché, grazie all’aiuto dei Colonna, riesce a fuggire a Siracusa presso un amico. Nonostante la lunga vita di illegalità nel 1610 gli arrivò la notizia che il Papa stava per perdonarlo, così si mise in viaggio. Purtroppo non arrivò mai a Roma, morendo lo stesso anno, sulla spiaggia di Porto Ercole, probabilmente per febbre.

L’INFLUENZA SULLA PITTURA

Caravaggio aveva sempre avuto la tendenza a rappresentare soggetti reali nei suoi quadri. Preferendo infatti una pittura “del vero” egli portava su un piano reale scene mitiche e teologiche, distruggendo l’idea del bello ideale fino a quel momento tanto in voga. Questo gli permise anche di portare avanti una critica sottile, ma presente, verso la Chiesa. In primis con il già citato uso della luce, che, concentrandosi sui volti dei personaggi, distoglieva l’attenzione dal significato divino della stessa. Per esempio, nel “Bacchino malato” (1593) il dio è, secondo le interpretazioni, invece che un uomo ideale e immaginario, Caravaggio stesso dipinto durante un periodo di convalescenza. Altro esempio è “la morte della Vergine” (1604) in cui, secondo varie interpretazioni, la Madonna morente è una vera prostituta che morì affogata nel Tevere. La morte di Ranuccio e la successiva fuga segnarono un profondo cambiamento nell’umore pittorico di Caravaggio. La sua quotidianità iniziò ad essere segnata dal malumore per la condanna a morte che pendeva sulla sua testa, e sulla convinzione che prima o poi la giustizia lo avrebbe raggiunto. Sempre più di frequente i suoi soggetti divennero solo l’espressione delle sue più grandi paure. I temi si fecero più  bui, più tetri e catastrofici, e sempre più spesso il momento scelto era il più tragico della storia. Compaiono varie teste mozzate, come nel “Davide con la testa di Golia” (1609-1610), in cui il gigante morto è in realtà il pittore stesso.

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