Bones è una di quelle serie cult dei primi anni 2000, che sicuramente fa discutere molto sulla questione di genere.
Non tutti l’abbiamo visto, magari a molti non dirà niente nemmeno il nome Bones. Ma siamo sicuri che la sigla ce la ricordiamo tutti, così come le immagini più grottesche ritraenti scheletri o cadaveri tumefatti. Un’icona dei primi anni 2000, insomma, con un bel connubio fra trash degli albori del millennio, brivido, orrore, e poliziesco. Riguardarlo oggi fa un bel po’ strano, però. A parte quel senso di cringe che senso il 2000 ci può dare, molte cose che si vedono o dicono i personaggi ci suonano parecchio strane. Esempi potrebbero essere la visione dell’omosessualità, gli stereotipi di genere e il ruolo della psicoterapia.
Il fenomeno “Bones”
La serie tv Bones segue, per dodici stagioni, le avventure della squadra scientifica del Jeffersonian Institute, un istituto di studio e ricerca che collabora con l’FBI. I protagonisti sono la dottoressa Temperance Brennan, detta Bones, famosa antropologa forense e scrittrice, e Seeley Booth, agente dell’FBI. Insieme a loro, c’è tutto lo staff del Jeffersonian, tra patologi forensi, entomologi, archeologi e artisti forensi. Il loro aiuto viene richiesto per casi di cronaca nera particolarmente intricati, dove siano presenti ossa e tessuti danneggiati. La loro conoscenza scientifica è unica al mondo e molte volte si è rivelata essenziale per risolvere delitti altrimenti inspiegabili.
Le cose che oggi sembrano strane in “Bones”
Come anticipato, se oggi riguardassimo Bones, la serie ci stupirebbe in vari modi. Certo, il trash ci farebbe rimanere a bocca aperta, ma anche certi discorsi che i protagonisti fanno fra di loro. Un tema che torna spessa fra Bones e Booth è quello dello stereotipo di genere. L’agente, molto tradizionalista e conservatore, ritiene, per esempio, che tutte le donne desiderano essere madri e che Bones (che madre non vuole essere) cambierà per forza idea sull’argomento. Un altro potrebbe essere il fatto che la psicoterapia non sia una “cosa da uomini”, che gli psicologi siano strizzacervelli e che, al massimo, sono le donne quelle che più ne hanno bisogno (perché maggiormente emotive). Insomma, da dove iniziare a smontare questa caterba di informazioni decisamente meh?
I vari approcci al genere
Potremmo prendere in considerazione il tema sugli stereotipi di genere. Come ci sentiamo raccontare fin da piccoli, maschi e femmine sono opposti in tutto. I primi sono forti, razionali, amanti del calcio e della matematica o delle scienze; le seconde sono deboli, aggraziate, emotive e brave a scrivere. I bambini sono un po’ scapestrati e indisciplinati, mentre le bambine devono essere buone e obbedienti. Il genere, però, non è un concetto innato, come molti sociologi primitivisti hanno sostenuto per secoli. Studi più recenti hanno scoperto infatti che il genere è un concetto socialmente costruito nel tempo e nelle diverse società. E’ solamente l’insieme di usanze e culture che ha portato a una certa definizione di cosa possono e dovrebbero fare gli uomini e donne. Nemmeno da dire, tutto ciò non è così nella realtà. E inoltre, bisogna considerare il non-binarismo e le persone transgender.