Binomio sacro-profano, quando è nel quotidiano: il culto imperiale nell’antica Roma e la laicità contemporanea

Non dobbiamo cercare il sacro dove non c’è, un cambiamento non è sempre una conversione, l’etica non è necessariamente spirituale.

Sacro e profano
Consegna delle chiavi, affresco (335×550 cm) di Pietro Perugino e aiuti, realizzato nel 1481-1482 e facente parte della decorazione del registro mediano della Cappella Sistina in Vaticano.

La religione e la politica sono due dimensioni fondamentali della società umana, eppure giungono spesso ai ferri corti. La religione sembra appartenere ad un ambito diverso, l’indicatore di questioni permanenti e perduranti, che si collocano oltre il quotidiano. La politica pare implicare la lotta secolare tra potere e interesse. Sembra e pare, perché in effetti la religione e la politica sono quasi inevitabilmente intrinseche, perché entrambe sono profondamente interessate al controllo e alla regolamentazione delle masse e intervengono sul quotidiano.

Il culto imperiale nella Roma antica

Gli Dei romani erano Dei di stato, essi appartenevano allo stato e il loro rapporto con esso si basava su un negozio giuridico. Nella fondazione dello stato veniva stipulato un contratto con gli Dei secondo cui gli uomini, sia lo stato sia il singolo, si obbligavano a certi servizi attraverso i quali si ottenevano dalla divinità servizi corrispondenti. Si riteneva che gli altri stati avessero altri Dei ugualmente validi per quello stato: spesso infatti i soldati romani invocavano e pregavano gli Dei dei popoli con cui erano in guerra, di passare dalla loro parte promettendogli culti e templi a Roma. Il che evitava le guerre di religione e il pericoloso integralismo (i romani furono sicuramente, sotto questo aspetto, più tolleranti e civili di noi moderni, basti pensare che non fecero mai una guerra di religione). Nell’ambito della religione romana, il culto Imperiale si ricollega ai rituali dedicati all’Impero e all’Imperatore stesso, personificato nella figura della Dea Roma. Secondo la tradizione più antica, Roma era una delle prigioniere di guerra troiane segregate nella nave di Ulisse: quando le navi di Itaca furono costrette da una tempesta a sbarcare sulle coste laziali, Roma e le altre prigioniere, stanche di seguire Ulisse nei suoi viaggi, decisero di incendiare le navi, costringendo l’eroe greco e i suoi uomini a stanziarsi nel Lazio, più precisamente sul colle Palatino. Qui venne fondata la città di Roma in onore della prigioniera che aveva costretto Ulisse e i suoi uomini a non partire per nuovi lidi, dando vita a una nuova civiltà. Le origini del culto imperiale, poi, sono da ricercarsi nel mondo classico del II sec. a.C., quando prese vita il culto della Dea Roma, che rappresentava la  personificazione del dominio imperiale dello Stato romano. Già nel corso del I sec. a.C. sia Silla che Pompeo tentarono di diffondere il culto della propria persona, ma fu in particolar modo Giulio Cesare a dare il maggior impulso in tal senso. Giulio Cesare riuscì, anche suo malgrado, a gettare le basi più solide nell’attuazione di tale rito, alla sua morte infatti venne proclamato Divus, equiparato cioè ad un Dio, venne così istituito il suo culto. Quando Ottaviano Augusto venne proclamato primo Imperatore di Roma, da molte città d’oriente giunse la richiesta di poterlo onorare, ma il culto verso un Imperatore ancora in vita era un’usanza tipicamente orientale, e per questo motivo Augusto diede immediatamente indicazioni che il suo culto dovesse essere associato a quello della Dea Roma. Il culto imperiale, tuttavia, come tutti gli altri rituali pagani, ebbe termine con l’editto di Tessalonica promulgato da Teodosio I nel 380.

Sacro e profano
Il tempio di Augusto e Roma di Pola, realizzato agli inizi del I secolo per il culto congiunto della dea Roma e del Genio imperiale di Augusto e quindi, dopo la morte dell’Imperatore, dello stesso Augusto divinizzato.

Divus Augustus pater

A Roma l’inizio del culto dell’imperatore si ebbe quindi con l’introduzione del genius Augusti, cioè dello spirito di Augusto o, meglio, del suo nume tutelare. Non si trattava quindi di un vero e proprio culto dell’imperatore ancora vivente (che non venne tuttavia vietato là dove sorgeva spontaneamente, essendo tale pratica estranea ai cittadini romani), ma di un culto rivolto alla sua divinità tutelare. Alla sua morte, però, anche Augusto, come Giulio Cesare, venne proclamato Divus con un atto pubblico del Senato, potendo in tal modo divenire direttamente oggetto di culti religiosi. All’imperatore divinizzato venivano quindi eretti templi, coi propri collegi sacerdotali, e dedicate festività in corrispondenza del suo dies natalis. La fortuna militare e politica di Ottaviano fu favorita dalle due grandi vittorie nel 36 a.C. su Pompeo a Naulochos e nel 31 a.C. su Marco Antonio ad Azio, ma tale fortuna assunse una valenza rafforzata, di natura sacrale e divinizzante. Augusto venne identificato come non solo il fondatore dell’Impero, ma anche come il Pacificatore, colui che riuscì a rinsaldare l’ancestrale patto coi Numi, rinnovandone i riti e ricevendone propizia vicinanza nel suo governo. Addirittura, i sacerdoti e le sacerdotesse pregavano in suo favore durante le supplicationes per il popolo e il Senato e proprio il Senato decise che il suo nome fosse aggiunto negli inni sacri a quello degli dei, come nel caso del carmen Saliare. Egli fu autorizzato a cingere in tutte le feste la corona trionfale, ad eleggere sacerdoti in numero superiore a quello tradizionale. Era invocato quale garante e protettore della Res Publica, quale incarnazione vivente della Salus Publica, detentore della mano ferma e decisa di Marte Ultore. Parimenti a Romolo, la sua ascensione al cielo si realizzò nel medesimo luogo e, secondo la tradizione, e fu preceduta da segni fatali precisi: alcuni giorni prima, un’aquila apparve e si adagiò nel Pantheon sulla lettera A di Agrippa, durante la sua presenza alla chiusura dei riti per il censimento. La stessa cosa avvenne per la maggior parte dei successivi imperatori: da una parte il culto del genio dell’imperatore vivente, che era un atto dovuto da tutti i cittadini dell’Impero, dall’altro il culto personale riservato a quei sovrani che venivano riconosciuti come divini dopo la morte.

Sacro e profano
Augusto di Prima Porta, nota anche come Augusto loricato, I secoli d.C, marmo bianco, autore sconosciuto, Musei Vaticani (Città de Vaticano).

La percezione della laicità ai giorni nostri

Il tema della laicità è tutto giocato ancora sul piano strettamente politico, intrinseco a quello dell’autonomia della politica dalle autorità religiose e dai credo religiosi (rapporti Stato-Chiese) o l’autonomia della coscienza individuale dagli assoluti religiosi. Incomincia però a farsi strada la necessità di un concetto di laicità più ampio, che sia a causa di trasformazioni che vanno a toccare momenti profondi della vita individuale e sociale e trovano impreparato il mondo laico a dare orientamenti etici o, più individualisticamente, per un senso di insicurezza e angoscia generalizzato dovuto alla sempre meno rilevanza dell’individuo in sé nell’insieme di una comunità estremamente globalizzata. Si dovrebbe parlare quindi di laicità globale, che cioè, oltre al piano politico, affronti temi etici, esistenziali, religiosi, relazionali. Non solo laicità della politica, ma nella politica, laicità interna alle modalità di fare politica e così pure laicità nella fede religiosa, nelle religioni di chiesa, nell’etica, nelle relazioni. E’ in questo concetto globale di laicità, come modo cioè di agire complessivo, che si trova la chiave sillogistica per una giusta scissione dei ruoli. Lo stesso termine comunità esprime un certo superamento dell’individualismo moderno in quanto spinta rivoluzionaria, contraria e reattiva all’individualismo stesso che va a ridursi, cioè della laicità quale emersione dell’autonomia puramente individuale: si dovrebbe predicare, insomma, una liberazione collettiva dai condizionamenti del dominio del sacro e delle stesse istituzioni, estrapolandone le massime etiche, per ciò che concerne l’amministrazione di un organo, appunto, laico. La scienza, la tecnologia, la finanza, l’informazione sono il nuovo Olimpo, sono le nuove caste separate e separatrici, i nuovi gestori del sacro, in un rapporto biunivoco polarizzato. Abbassando lo sguardo per lasciarsi illuminare dalla luce che viene dal basso, invece che guardare le cose, il mondo, le relazioni, la politica, la vita, dall’alto, sarebbe coerente con il significato stesso della parola laico, aggettivo che significa, alla lettera, appartenente al popolo (laòs, in greco). Va detto che questa laicità di fondo, questa presa di potere sul sacro e su ciò che viene chiamato sistema di valori, di cui nessuno ha evidentemente la chiave, non ha mai vita facile, è osteggiata in ogni modo da tutti i sistemi di potere, sacri o profani. La laicità è sempre conflittuale, ce lo dicono anche Adamo ed Eva: mangiando il frutto proibito della conoscenza del bene e del male essi si scontrano con il potere di Dio, perché la presa di potere sulla consapevolezza, la rottura della scissione tra il sacro (inteso in senso stretto) e il potere destabilizza i sistemi di dominio, in quanto si accompagna sempre alla perdita di potere sulle coscienze, sulle idee, accentuando l’individualismo dilagante e reazionario di una comunità senza ideali.

Sacro e profano
Francesco, papa dal 13 marzo 2013, con il titolo di sommo pontefice della Chiesa universale e di sovrano dello Stato della Città del Vaticano.

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