Tramite un rapido excursus diamo voce alla lingua dei nostri antenati che è stata accantonata in virtù dell’italiano nazionale.

Per combattere l’analfabetismo ed estendere il più possibile l’opportunità di scolarizzazione il prezzo da pagare è stato il calo dell’uso dei dialetti regionali. In minima parte sopravvivono ancora oggi e sono un’importante testimonianza di influenze culturali e linguistiche.
NASCITA, CRESCITA E VITA DEI DIALETTI ITALIANI
Fin dall’antichità, la discontinuità geografica della nostra penisola ha nutrito una frammentazione etnica e linguistica che neppure il colonialismo romano tentò di uniformare; questo ha provocato la formazione di modi di espressione differenti che ancora oggi sopravvivono e si distinguono nelle varie regioni. Ricordiamo che la distinzione tra “dialetto” e “lingua” è del tutto convenzionale, poiché anche il dialetto è a tutti gli effetti una lingua: basti pensare al fatto che alla base del nostro italiano ci sia proprio un dialetto, quello fiorentino. La differenza consiste soltanto nella limitata diffusione del dialetto rispetto alla lingua nazionale ed alla minore rilevanza politica. Si stima che al momento dell’unità d’Italia solo il 9.5% della popolazione parlasse italiano (italofonia), mentre la maggior parte si esprimeva ed utilizzava unicamente il dialetto regionale, la situazione è mutata velocemente a metà del Novecento, quando, anche grazie all’avvento della televisione, si ridusse nettamente l’analfabetismo, arrivando sino ai giorni nostri con un tasso del 5% di parlanti esclusivamente dialettofoni. Ad oggi, i dialettofoni si distinguono per una competenza attiva, propria di chi riesce e a capire, parlare e scrivere il dialetto e per una competenza passiva, quella di chi è in grado di comprendere gli atti linguistici ma senza essere capace di riprodurli. Recentemente si è registrata una ripresa del dialetto anche da parte di coloro che sanno utilizzare l’italiano, in particolare esso viene utilizzato per vari scopi, classificabili in quattro tipologie: dialetto per dispetto, spesso mescolato al linguaggio giovanile per trasgredire alla norma; dialetto per difetto, utilizzato per connotare qualcuno in maniera negativa; dialetto per idioletto, impiegato come lingua d’autore e, infine, dialetto per diletto, che si vede impiegato a scopo ludico o comico.

I DIALETTI D’ITALIA: NORD, CENTRO E MEZZOGIORNO
L’Italia è stata suddivisa dagli studiosi in tre principali aree in cui si riscontrano specifici dialetti: l’area settentrionale, a nord di una linea che collega La Spezia e Rimini, l’area toscana e quella meridionale, a sud della linea Roma-Ancona. I dialetti del settentrione, ad eccezione di quello veneto, appartengono all’area gallo-italica ed hanno subito l’influsso delle popolazioni celtiche dominanti: si tende qui a perdere la vocale finale diversa da -a, il passaggio da -a- tonica ad -è- non è uniforme: per esempio, se “lavare” in emiliano si dice “lavèr”, in piemontese è “lavé”, mentre in ligure o in lombardo si trova il tipo “lavà”. Altra caratteristica dei dialetti nordici è l’espressione del pronome soggetto: in veneto in particolare, si raddoppia il pronome (es: “ti te parli”). Per quanto riguarda l’area toscana sono essenzialmente tre i fenomeni rilevanti: la metafonesi, ossia l’alterazione di una vocale da parte di quella che segue (es: “signuri”); la conservazione di -o ed -u finali, importate dal latino ed il neutro in -o. Ricordiamo soprattutto per questa zona l’aspirazione della -c- fiorentina, frutto dell’indebolimento delle consonanti intervocaliche, importato da alcune lettere dell’alfabeto greco. L’area meridionale invece si vede caratterizzata da un indebolimento delle vocali finali (es: “a att” per “la gatta”), l’assimilazione di -nd- in -nn- (es: “quanne” per “quando”), il pronome di terza persona derivante dal latino “ipsum” (es: “isse/issu/isso”).
USO RIFLESSO DEL DIALETTO: COS’E’ E DOVE SI USA
Per “uso riflesso” si intende qualsiasi uso non spontaneo del dialetto ed in particolare la sua trasposizione a fini artistici. La lingua dialettale può infatti essere usata per un intento parodico, i più antichi esempi sono i testi “ad improperium” per parodizzare la parlata altrui, di esempio ne sono alcuni versi di Cecco Angiolieri e Cielo d’Alcamo. L’impiego del dialetto può avere un risvolto polemico, che ha l’intento di rivalsa da parte del mondo contadino emarginato dalla civiltà moderna: Pasolini utilizzò il dialetto per rappresentare il sottoproletariato giovanile. Anche al cinema il dialetto ha avuto e mantiene un ruolo importante: si pensi a “La terra trema” (1948) di Luchino Visconti, trasposizione cinematografica de “I Malavoglia” di Verga, dove i personaggi parlano uno stretto dialetto siciliano. Dagli anni sessanta, il dialetto viene usato spesso in funzione comica per la “commedia all’italiana”: tra i più usati ricordiamo il romanesco, con cui si esprimevano attori del calibro di Alberto Sordi o il napoletano di Totò. Recentemente si è tornati ad utilizzare il dialetto sottotitolato in italiano in pellicole quali “L’uomo che verrà” (2010) di Giorgio Diritti.