Amor, furor, dementia: storie di ordinaria follia raccontate da Euripide, Virgilio e Marracash

La passione amorosa è una delle principali valvole di sfogo dei più reconditi e svariati istinti umani, i quali mettono a tacere la ragione e possono portare, in ultima istanza, alla follia.

La letteratura, l’arte, il cinema, la musica ci hanno catapultato sin da epoche remote all’interno di mondi fatti di passioni travolgenti, amori contrastati, ardori mai sopiti. È questo il mondo in cui l’uomo rivela la sua vera essenza, un’essenza non spiegabile tramite il ricorso ad aride leggi meccaniche, ma solo lasciando aperta la porta all’irrazionale.

Amor et furor nella tragica storia di Medea

La selva nella quale cercheremo di addentrarci quest’oggi non conosce confini né limiti, categorizzazioni o giudizi sommari, i suoi rami sono talmente intricati che anche una mente squisitamente leggiadra e agile potrebbe soccombere, una volta catturata da quegli spazi così angusti e infimi. Nel corso della storia dell’umanità questa selva, ancor più aspra oserei dire di quella dantesca, ha mietuto vittime illustri, reali o leggendarie, le cui storie sono tutt’oggi celebri ed impresse nella memoria di tutti noi. Ecco che, camminando al suo interno, una delle figuri che attraggono maggiormente la nostra attenzione è senz’altro quella di Medea, eroina leggendaria creata dalla squisita immaginazione di Euripide e protagonista di una tragedia dall’omonimo titolo, andata in scena per la prima volta ad Atene nel 431 a.C. in occasione delle Grandi Dionisie, una delle maggiori festività che si tenevano annualmente in città. Medea è sicuramente uno dei personaggi più controversi dell’intera mitologia greca ed intorno alle azioni compiute dalla giovane donna sono stati nel corso del tempo avanzati i giudizi più disparati. Figlia di Eeta, re della Colchide, e di Idia, la sua storia si dipana a partire dall’arrivo nella Colchide, antico regno georgiano, degli Argonauti, un gruppo di circa 50 eroi che, a bordo della nave Argo, si spinsero in questa terra lontana per riconquistare il famigerato Vello d’Oro, un ariete alato capace di guarire le ferite e custodito da un potente drago. Il gruppo di eroi era capitanato da Giasone che aveva deciso di impegnarsi in questa impresa all’apparenza impossibile con il fine di riconquistare il regno di Iolco usurpato a suo padre Esone dal fratellastro Pelia. Una volta giunto in Colchide, Medea si innamorò perdutamente di lui e, accecata completamente dalla travolgente passione per l’eroe greco, non si sottrasse dal compiere, grazie all’aiuto dei suoi poteri magici, qualunque efferatezza pur di aiutare l’oggetto del suo desiderio, tra cui l’uccisione del fratello Apsirto, il cui povero padre fu costretto a raccoglierne i resti. Dopo aver conquistato il Vello, Giasone, imbarcatosi per tornare a casa, decise di portare con sé anche la sua amata Medea e riuscì a riconquistare il regno di Iolco dall’usurpatore Pelia, ancora una volta grazie all’aiuto della maga (Medea tramò anche in questa occasione una terribile astuzia: fece somministrare a Pelia un veleno da parte delle sue stesse figlie spacciandolo per una pozione dell’eterna giovinezza). È solo qui che ha inizio la Medea di Euripide, o per meglio dire, dieci anni dopo i fatti appena narrati. A Giasone, ormai felice nella sua nuova vita coniugale con Medea, dalla quale aveva avuto anche due figli, venne data in sposa da parte del re di Corinto, Creonte, sua figlia Glauce. Il matrimonio con la figlia del re rappresentava per Giasone un’opportunità incredibile, che l’eroe non poteva lasciarsi scappare: la successione al trono di Corinto. Ecco che Giasone, bramoso del potere che gli si prospettava innanzi, non indugiò molto ad accettare le nozze e ad abbandonare Medea, costretta addirittura all’esilio dal regno di Iolco. È da qui che nasce la furia vendicatrice di Medea, una donna che aveva votato la sua intera esistenza in nome di un amore da cui ora veniva vilmente tradita. Dopo aver ottenuto da parte del re il permesso di restare in città ancora per un solo giorno, e fingendo di voler riappacificarsi con la nuova famiglia, provocò la morte prima di Glauce e poi di Creonte per mezzo di una corona e di una veste intrise di potente veleno. Tuttavia, il suo furor la portò a compiere subito dopo qualcosa di ancor più crudele: per assicurarsi che Giasone soffrisse e non avesse discendenza mise da parte anche la sua natura di madre e uccise i piccoli figli. Medea ci appare come una donna dotata di estrema razionalità, che riesce a pianificare ogni singolo dettaglio nelle sue azioni e nelle sue astuzie. Tuttavia, anche la sua razionalità è costretta a cedere di fronte alla passione, ad un amore che si trasforma in furor, un amore a cui la donna era pronta a dedicare la sua intera esistenza, per poi vederselo sottrarre in un batter d’ali lasciandola sola nella foresta delle sue passioni.

Amor et dementia nel mito di Orfeo ed Euridice

Continuando il nostro cammino nella fitta selva possiamo scorgere i brandelli di un’altra celebre coppia di amanti: Orfeo ed Euridice. Questa volta dobbiamo spostarci nel mondo latino e per la precisione nel quarto libro delle Georgiche di Virgilio, dove il poeta mantovano inserisce all’interno della storia di Aristeo e delle sue api una straziante e quantomai tragica passione amorosa. La storia ha come protagonista Orfeo, mitico cantore figlio della Musa Calliope, sposo di Euridice, giovane e bellissima ninfa. Un giorno il pastore Aristeo, invaghitosi della ninfa, cominciò ad inseguirla ed Euridice, nel tentativo di sfuggire all’uomo per il quale provava timore, inciampò su un serpente velenoso, che, con un morso fatale, la uccise. Orfeo, in preda alla disperazione ed incurante del destino, decise di scendere agli inferi per andare a riprendersi la sua amata. Dopo aver affrontato numerosi pericoli, riuscì  a raggiungere Ade e Persefone, il re e la regina dell’Oltretomba, gli unici in grado di restituirgli la bella moglie e, grazie alla dolcezza della sua musica, riuscì a riavere l’amata, ma ad una condizione: durante il tragitto che li avrebbe condotti fuori dall’Ade, egli non si sarebbe mai dovuto voltare per guardare la ninfa. I due intrapresero così questo cammino nel tentativo di ritornare insieme nel mondo dei vivi ma, una volta giunti sulla soglia, Orfeo si voltò perché convinto di essere ormai del tutto fuori ed Euridice, che non era ancora uscita, scomparve per sempre. Addolorato dalla perdita ormai irreversibile della sua amata, Orfeo pianse per sette lunghi mesi, continuando a suonare la sua lira e a ricordare la sua amata finché non venne dilaniato dalle donne dei Ciconi, indispettite dalla fedeltà del giovane alla moglie morta. Siamo di fronte ad un mito che costituisce un vero e proprio inno di fedeltà all’amore, un mito che proietta dinnanzi ai nostri occhi un uomo straziato dall’amore e che ha preferito la morte piuttosto che una nuova vita, ma anche un mito che mette in scena la follia di una così grande passione.

Quis et me miseram et te perdidit Orpheu, quis tantus furor?
Quale, quale così grande follia ha rovinato sia me infelice, sia te, Orfeo?

È questo l’esempio più forte di quanto l’amore possa trasformarsi in dementia, di quanto possa rendere folli, dissennati, irrazionali, di come esso rappresenti la più grande e forse unica potenza di fronte alla quale qualsiasi tentativo di utilizzare il raziocinio appare effimero, vano. Orfeo rappresenta l’emblema di come tutto possa finire da un momento all’altro per una follia, un gesto che, seppur d’amore, offusca la ragione e si trascina con sé i suoi effetti nefasti.

Marracash torna con “Persona” tra anima e nervi

Sono passati poco più di due mesi dall’uscita del nuovo album in studio di Marracash, “Persona”, un progetto musicale fortemente innovativo in cui il celebre rapper italiano sonda con estrema perizia tutte le parti del suo corpo, ognuna delle quali costituisce il titolo di una traccia dell’album. La profonda lucidità con la quale ogni singolo tema è affrontato emerge in maniera preponderante dall’undicesimo e dal tredicesimo brano dell’album, “Madame” e “Crudelia”, in cui il rapper, concentrandosi sui nervi e sull’anima, dà libero sfogo alla sua interiorità e alla forza, a volte devastante, dell’amore. Come emerge da Crudelia, un amore che ha fatto parte integrante della nostra vita, anche se in maniera negativa, lascia su ognuno di noi, nel momento della perdita, dei segni indelebili. Un amore tossico come quello raccontato in prima persona da Marracash, sembra poter essere facilmente combattuto tramite l’uso della ragione, ma anche in questo caso le forze travolgenti dell’irrazionale hanno la meglio e, nonostante le lacrime, i drammi, gli inganni, i gesti folli, i sensi di colpa, le pugnalate alle spalle, la follia dell’amore lascia intrappolato chi lo vive in prima persona. Ma è davvero così negativa un po’ di irrazionalità in un mondo così freddo e razionale come quello in cui viviamo? Nella società contemporanea di tende spesso a ridicolizzare anche un sentimento così travolgente come è l’amore, a rinchiudere un qualcosa di così fumoso e ingiudicabile all’interno di un perimetro di comprensione che per sua natura risulta vano. Proprio a questo si oppone Marracash nel secondo brano, Madame (L’anima), una canzone che dovrebbe far riflettere un po’ tutti ed abituarci a vedere nell’amore un qualcosa in cui tutto ciò che si fa, seppur a volte sbagliato perché eseguito in maniera avventata, ha una sua ragione d’essere, nonostante le incomprensioni che un determinato gesto o una determinata parola possano provocare. Il rapper mette qui in campo la concretezza di tali azioni e ne evidenzia le contraddizioni: la tendenza a considerare ogni parola pronunciata un giudizio, il tentativo di mostrarsi sempre forte per non far emergere le proprie debolezze, il considerare l’altro a tratti “tutto”, a tratti “niente”, la volontà di avere il sopravvento sulla persona amata e di imporgli i propri voleri. L’errore in tutti questi diversi atteggiamenti è palese, il danno è spesso forte e gli effetti possono essere irreparabili, ma allo stesso tempo Fabio Rizzo, alias Marracash, ci sta qui dicendo che è proprio in queste piccole cose che risiede la bellezza e la forza dell’amore, perché mentre nel freddo mondo che abbiamo intorno la ragione fa da padrona, in amore c’è la possibilità di superare determinati parametri. L’anima è più forte di tutto, non mettiamola mai a tacere, facciamola esprimere e forse la terribile selva ci apparirà un po’ meno terribile, la notte ci apparirà un po’ più luminosa, la vita diventerà un po’ più gioiosa.

Cerca dentro te e saprai, mi hai ferita, guarda dentro me non vedrai una nemica, dimmi che sei ancora qua…

 

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