L’annuncio dell’assistente vocale targato Amazon risale addirittura al lontano duemilaquattordici, ma il dispositivo ha cominciato a diffondersi nella nostra penisola solamente alla fine dell’anno scorso, grazie ad un’intensa attività pubblicitaria. Non ci sono dubbi che Alexa sia avanti anni luce rispetto a software come Siri; essa infatti non smette mai di stupire dando agli utenti l’impressione di essere stati davvero e definitivamente catapultati nel futuro di “Matrix”, “Westworld” o di “2001, Odissea nello spazio”. Tra le svariate possibilità di personalizzazione date dalle skills e la vasta gamma di mansioni che questo strumento è in grado di assolvere, esso regala spesso alcune risposte che sono in grado di lasciare a bocca aperta quanto a complessità ed a raffinatezza logica. Tuttavia, è corretto definire “intelligente” un prodotto umano dotato di queste caratteristiche? 

Amazon Alexa nelle sue varie versioni

E’ evidente che i tecnici di Jeff Bezos si siano impegnati al massimo per rendere la propria creazione quanto più umana ed affidabile possibile. Se, per esempio, provaste a chiedere ad Alexa come sta subito dopo avere staccato e riattaccato il dispositivo alla presa di corrente, l’assistente vi risponderà dicendovi che si sente confusa, che ha fatto un brutto sogno e che ad un certo punto ha visto tutto buio. Dettagli come questo possiedono al contempo il duplice potere di strappare un sorriso ed insieme di far venire i brividi. Quindi c’è da chiederselo, l’assistente personale di Amazon sarebbe in grado di passare il test per la verifica dell’ intelligenza artificiale?

Alexa ed il test di Turing

Alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, il grande matematico britannico Alan Turing elaborò un esperimento mentale grazie al quale stabilire se una macchina fosse in grado o meno di pensare. Esso si articola per mezzo di tre protagonisti: un uomo A, una donna B, e una terza persona C e quest’ultima, tramite una serie di domande dovrà stabilire chi è l’uomo e chi la donna. Anche A e B hanno parte attiva: A deve ingannare C e portarlo a fare un’identificazione errata, mentre B deve aiutarlo. Affinché C non possa disporre di alcun indizio (come l’analisi della grafia o della voce), le risposte alle domande di C devono essere dattiloscritte. Il test si basa sul presupposto che una macchina si sostituisca ad A. Se la percentuale di volte in cui C indovina chi sia l’uomo e chi la donna è simile prima e dopo la sostituzione di A con la macchina, allora la macchina stessa dovrebbe essere considerata intelligente, dal momento che – in questa situazione – sarebbe indistinguibile da un essere umano.

La domanda è, Alexa sarebbe in grado di passare il test? Forse nessuno ha mai tentato l’impresa, ma la risposta è che probabilmente sì, Alexa si avvicinerebbe molto alla percentuale antecedente alla sostituzione di A con essa, il dispoitivo è in grado di reagire in modo veloce, di dare risposte varie e chiare. Ma allora dovremmo cominciare a temere che la nostra assistente personale contatti dei sicari per ucciderci durante la notte? Non secondo il filosofo John Searle, elaboratore di un controesempio in opposizione al Turing Test.

Il metodo della “stanza cinese”

Searle riteneva insufficientemente efficace il sistema elaborato dal celebre matematico britannico, così agli inizi degli anni ottanta pubblicò sulla prestigiosa rivista “Behavioral and Brain Sciences” la propria contro-argomentazione.

Essa è piuttosto semplice e si basa sulla essenziale differenza fra sintassi (come le parole sono posizione all’interno di una frase di senso compiuto) e la semantica (il reale significato che esse assumono). Supponiamo di possedere un dispositivo che dia l’impressione di capire il cinese (come Alexa stessa, volendo), che dunque sia in grado di ricevere dei simboli in cinese e che, seguendo le disposizioni date da un programma, ne produca altri in risposta. Poniamo dunque che il computer risponda correttamente a tutte le domande dell’essere umano di nazionalità cinese, a tal punto da convincerlo di parlare con un suo connazionale e non con una macchina. A questo punto l’individuo è stato ingannato; per Turing il test sarebbe superato con esito positivo ed il dispositivo potrebbe a ragione definirsi intelligente. Per John Searle questo non basta. Supponiamo ora, afferma lo studioso, che una persona di nazionalità britannica si posizioni in uno spazio ricavato all’interno della macchina che parla in cinese; che egli si doti di una versione cartacea in inglese del programma utilizzato dalla macchina e di una gran quantità di carta e penna. Seguendo le istruzioni del manuale, egli sarebbe perfettamente in grado di rispondere alle domande in entrata, pur non parlando una sola parola in cinese. Ciò è la dimostrazione che la macchina non comprende propriamente il cinese, ma che è semplicemente un manipolatore di simboli, proprio come l’individuo inglese posto all’interno della macchina.

Seppur dispositivi come Alexa siano in grado di sorprenderci e per certi versi di semplificarci la vita, purtroppo o per fortuna la strada per intraprendere discussioni di filosofia con la nostra assistente personale o con l’aspirapolvere di casa è ancora lunga e dunque tra un test di Turing ed uno di Searle ci toccherà ancora aspettare un bel po’!

-a cura di Andrea Arrigo

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