Una vita inconsapevole è degna di essere vissuta? L’Alzheimer e i suoi tragici effetti

L’Alzheimer è la demenza con la massima incidenza e prevalenza. Miete ogni anno nuove vittime e porta centinaia e centinaia di famiglie all’esasperazione a causa delle pesanti ripercussioni di questa patologie. Cosa si può fare allora per tutelarsi? E quando la malattia colpisce, si può dire di star vivendo una vita degna?

Alzheimer
L’Alzheimer è una demenza che porta al progressivo degrado delle facoltà intellettive

Tutti noi sappiamo cosa sia l’Alzheimer. Una demenza, e tra le demenze quella con prevalenza e incidenza maggiori, che colpisce indiscriminatamente. Una patologia terribile, che porta via pezzi di ciò che siamo, ci toglie prima i ricordi, poi, in fasi avanzate, persino la consapevolezza di noi. E a questo punto, possiamo dire che la vita che ci troviamo a vivere sia veramente vita?

Cos’è l’Alzheimer e chi colpisce

Incominciamo facendo un po’ di chiarezza. L’Alzheimer, come detto, è la principale demenza per prevalenza. Colpisce, in linea di massima, dopo i 45 anni: molto raramente colpisce prima, e più tipicamente colpisce in età senile. Ha 3 fasi tipiche: una neuropsicologica, una neurologica e una internistica (quando ormai il paziente è incapace persino di alimentarsi, e va ospedalizzato). Tipicamente, il paziente può morire in un intervallo compreso tra i 3-15 anni dalla diagnosi. I fattori di rischio sono poco chiari. Sicuramente età, sesso (le donne sono più colpite) e fattori genetici hanno un ruolo preponderante, ma possono in parte incidere, come in tutte le demenze, anche fumo, alcool, bassa istruzione, patologie vascolari e diabete mellito.

La biologia e l’anatomia  dell’Alzheimer

Alzheimer
L’Alzheimer colpisce in tarda età, ed ha un decorso triste e sempre più degradante. L’atrofia corticale cerebrale si estende sempre di più e compromette sempre maggiormente il funzionamento dell’individuo

La diagnosi certa della demenza di Alzheimer si può avere solo con l’autopsia, attraverso un reperto autoptico esaminato al microscopio. Sembrano avere un ruolo preponderante le proteine amiloidi. Queste proteine si possono infatti ritrovare in diversi spazi intraneuronali, causando notevoli problemi. Si osserva anche un depauperamento neuronale, e in alcuni casi angiopatia congofila. Sembra tra l’altro che alcuni geni che codificano per questa proteina si trovino sul cromosoma 21, lo stesso della sindrome di Down. Non a caso, in molti trisomici, si possono apprezzare sintomi simil-Alzheimer. A livello cerebrale le aree maggiormente colpite sono ippocampo, giro del cingolo, corteccia entorinale, aree associative frontali e temporo-parietali.

Alzheimer
 Cervello sano e cervello affetto da Alzheimer a confronto

Gli effetti della demenza di Alzheimer

Gli effetti dell’Alzheimer sono tragici. Inizialmente si incominciano ad avere dei problemi di natura mnemonica, con un degrado quasi completo della memoria episodica, una compromissione variabile della memoria dichiarativa, e il mantenimento nella maggior parte dei casi della memoria procedurale. Dopodiché si prosegue con il degrado delle cosiddette funzioni di controllo, ovvero quelle funzioni intellettive e cognitive deputate a coordinare e permettere il corretto scorrere di altre funzioni (ad esempio, l’attenzione). In casi estremi si può arrivare alla compromissione della consapevolezza di sé. 

Una vita degna di essere vissuta?

Ed è qua che sorge spontanea la domanda sulla qualità della vita di questi pazienti. Cosa rende una vita veramente degna? Quale dimensione della consapevolezza di noi ci permette di avere una vita meritevole di essere vissuta? Questi pazienti spesso si trovano in balia di un presente senza sfumature, con attacchi di ansia improvvisi, problemi motori, problemi linguistici e notevoli disagi per mancanze di capacità cognitive. Si aggrappano solo al sostegno di amici e familiari, che in questi casi è fondamentale. Se partiamo dal presupposto che la vita sia un ‘dono’ casuale e privo di un significato superiore, concludiamo naturalmente che sia l’uomo, attraverso un’imposizione di strutture di significato, a darle il senso e il valore che tanto ci sono cari. Quando queste possibilità vengono meno, siamo sicuri sia una cosa positiva protrarre il più a lungo possibile l’esistenza di questi pazienti? È una questione etica contorta e difficile, a cui ognuno può dare la propria chiave di lettura. Ma se fossimo liberi di scegliere, penso che molti di noi, piuttosto che ritrovarsi a vivere così, preferirebbero l’oblio. 

Matteo Sesia

Lascia un commento