Alfieri, Foscolo e Manzoni bramavano la libertà italiana: Garibaldi 162 anni fa realizzava il sogno

Reduce dalla campagna in Lombardia contro l’esercito austriaco durante la Seconda guerra d’indipendenza nel 1859, Garibaldi l’anno seguente sbarcò a Marsala. Era l’inizio della conquista dell’indipendenza italiana.

A Marsala una scuola intitolata al "Maestro dei Mille" Caimi - Giornale di Sicilia
La battaglia di Calatafimi di Remigio Legat, olio su tela, 1860.

Alfieri ha aborrito per tutta la vita il potere monarchico, il servilismo italiano, le guerre Napoleoniche. Foscolo ha combattuto fino all’esilio per riconquistare la libertà italiana. Manzoni ha vissuto e lodato i moti Risorgimentali. Tutte le autorità letterarie di quel periodo anelavano l’Unità. Uguale lingua, uguale idenità. Uguale libertà. 162 anni fa Garibaldi armava gli italiani di questo stesso sogno: attraccò in Sicilia e assieme all’esercito dei Mille diede inizio alla nostra rivoluzione.

Alfieri: l’odio per i francesi e il permesso negato a Napoleone

Dopo essere miracolosamente scampato alle stragi del 1790 a Parigi durante la Rivoluzione francese, l’autore – che già prima disprezzava “i Galli” – si ritira a Firenze. Da lì studia e scrive, osservando con orrore l’invasione dei francesi in Italia. Questo fatto gli “rabbujò sempre più l’intelletto”, vedendosi “rombar sovra il capo la miseria e la servitù”. Alfieri è uno spirito libero, si è sempre rifiutato di inginocchiarsi davanti ai sovrani alle corti di Europa. Ha sempre aborrito il potere (e non a caso gli eroi delle sue tragedie lo sfidano continuamente), difendendo strenuamente l’importanza della lingua italiana. Nell’uscire da Parigi, alla massa di “scimiotigri” rivoluzionari che non voleva far passare lui, la sua donna e i suoi servi gridava:

Vedete, sentite; Alfieri è il mio nome; Italiano e non Francese. Vogliamo passare, e passeremo per Dio.

Alfieri si considerava italiano anche quando l’identità nazionale ancora non c’era. Non solo: durante le invasioni napoleoniche per distrarsi da quei “sozzi e nojosi fastidi” (ovvero i francesi conquistatori) scrive il Misogallo. Questa era la sua “vendetta e quella della mia Italia; e porto tuttavia ferma speranza, che quel libricciuolo col tempo gioverà all’Italia e nuocerà alla Francia non poco”.

L’odio che tuttavia egli provava per i francesi, non era reciproco: quando Napoleone arriva a Firenze, si presenta più volte a casa dell’autore per tentare di conoscerlo. Alfieri piuttosto che incontrarlo si chiude in casa; scappa da uscite secondarie e, insomma, sempre si nega. Sottto le insistenze del “Generale” allora Alfieri gli scrive una lettera:

Se quel voler vedermi era una mera curiosità dell’individuo, Vittorio Alfieri, di sua natura molto selvatico non rinnoava ormai più conoscenza a chicchesia e lo pregava di dispensarnelo.

Napoleone, capendo la situazione, decide di non insistere.

E così mi liberai di una cosa per me più gravosa e accorante, che nessun altro supplizio che mi si fosse potuto dare.

Alfieri è morto prima dei moti risorgimentali, non seppe mai quanto i suoi sogni di libertà si sarebbero realizzati per tutta la Nazione. Avrebbe sicuramente gioito, dal momento che per tutta la sua vita si scagliò contro i conquistatori e contro i re, specie quelli francesi e austriaci.

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Ritratto di Vittorio Alfieri, Xavier Fabre, Firenze, Gallerie degli Uffizi.

Foscolo: tra esercito ed esilio

Di una generazione più giovane rispetto all’Alfieri (che stimò e prese a modello letterario per tutta la vita), Foscolo tandò ancora oltre. Non si limitò a cercare di spronare Napoleone stesso con le sue Odi, ma imbracciò lui stesso il fucile. Arruolatosi nella Repubblica Cisalpina come cavaliere, più di una volta si lanciò sul campo di battaglia a cavallo. Le sue imprese militari non riuscirono tuttavia a bloccare l’avanzata degli austriaci. Nel 1815, mentre Napoleone perderva a Waterloo, i rinnovati invasori prendevano il controllo del nord Italia. Foscolo è combattuto: i nuovi padroni di Milano gli offrono un lavoro sicuro e rinomato come direttore di un giornale. Sarebbe la sua occasione per avere stabilità economica, rivincita sui letterati milanesi con cui aveva da tempo delle discordie, fama e prestigio. Ma la libertà… La liberetà per Foscolo non ha prezzo. Piuttosto che ridursi schiavo sceglie l’esilio: non tornerà più in Italia. Costretto a vagare tra la Svizzera e Londra, sempre attento ad evitare i controlli accaniti della polizia austriaco che lo cercava come traditore, morirà nel 1827 povero e malato. Eppure, piuttosto che piegarsi a una vita in catene, ha scelto l’indipendenza. E, come Alfieri prima di lui, sceglie di scrivere. Scrivere come vendetta, scrivere come testimonianza per i posteri. Scrivere, come dice nel suo capolavoro, Ultime lettere di Jacopo Ortis, per far vedere alle future generazioni il sacrificio dei loro antenati. La loro volontà di lottare, di darci l’unità.

Oggi quest’unità c’è, l’abbiamo grazie a ragazzi come Foscolo che erano disposti a morire, a perdere tutto, per la libertà. L’abbiamo non solo grazie ai Mille, ma anche a tutti coloro che sono morti per realizzare e spronare questo sogno. A Foscolo, ai risorgimentali del 1821, ai ribelli del 1848. E anche se Foscolo è morto prima dell’Unità, solo e disprezzato in patria, adesso dall’alto della sua tomba in Santa Croce vede. Vede un’Italia indipendente, il suo nome restaurato, la sua fama imperitura. Vede, e vedrà per sempre, da lì, tutto ciò che avrebbe desiderato vedere in vita.

Manzoni: il trauma dei moti falliti e le opere come denuncia

Coetaneo di Foscolo, col quale si conobbe a Milano, anche Manzoni sperava nella libertà italiana. Nel 1821 assiste al primo moto risorgimentale, che per un attimo, un solo attimo, sembra realizzarsi. L’autore è al settimo cielo, compone un elogio al momento con Marzo 1821… Poi tutto precipita. I suoi amici risorgimentali vengono arrestati. Gli austriaci si impogono nuovamente, in maniera ancora più dura. L’autore nasconde l’opera, se si fosse scoperta sarebbe stato pericoloso. Ma non smette di sperare; scrive le tragedie, che altro non sono che una denuncia agli invasori che sin dal Medioevo conquistano e sottomettono gli italiani. Compone i Promessi Sposi, trasposizione nel 1600 di quanto avviene ai suoi giorni. Poi, il miracolo: le 5 giornate di Milano. Manzoni può rispolverare l’opera, in cui viene lodata in maniera pura, genuina e candida il sogno degli italiani: una sola lingua, una sola religione, un solo sangue, una sola identità. L’Italia è da troppo tempo terra di conquista di stranieri, da secoli interi. Adesso basta: è il momento di riprendersi ciò che agli italiani spetta di diritto.

Manzoni vedrà realizzarsi il suo sogno. Porterà nella penna e nel cuore ciò che Alfieri e Foscolo avevano solo immaginato, per cui avevano pianto fiumi di inchiostro. Manzoni vedrà e contribuirà a questo sogno. Ideerà l’italiano, derivante dal fiorentino, e aiuterà a diffonderlo e a farlo studiare in tutta la Penisola. E la “serva Italia”, che già Petrarca lamentava, diviene col tempo libera. Grazie agli eroi del passato, che forse noi non ringraziamo abbastanza. Grazie alle spade sanguinanti infilzate sui campi di battaglia, grazie a scrittori incarcerati entro prigioni oscure. Grazie agli scrittori che hanno lasciato impresso nella Storia le pagine della nostra ribellione. Tra cui vi erano anche Alfieri, Foscolo e Manzoni. La triade, forse, studiata troppo poco per questioni così importanti.

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