Alberto Moravia sovverte l’immagine della donna fascista narrando la rassegnata marginalità sociale della sua Adriana

L’articolo esamina il contrasto tra l’ideologia di genere del regime fascista e la realtà di degradazione descritta da Alberto Moravia ne La Romana. Attraverso la figura di Adriana, emerge una critica profonda ai valori borghesi e alla retorica nazionalista, rivelando la precarietà di un’esistenza che sfugge ai dogmi ufficiali e ai modelli imposti.

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La pubblicazione de La Romana nel 1947, pur avvenendo all’indomani della caduta del regime, proietta uno sguardo retrospettivo e lucido sulla società degli anni Trenta, decennio in cui il fascismo cercò di cristallizzare l’immagine femminile entro i confini della maternità prolifica e della dedizione domestica. Alberto Moravia costruisce il personaggio di Adriana come un’antitesi vivente alle pretese etiche e biologiche dello Stato: la protagonista non incarna l’ideale della mater familias celebrata nei discorsi di Mussolini, bensì rappresenta la deriva necessaria di una classe subalterna schiacciata dal bisogno economico. Il romanzo svela come, sotto la patina dell’ordine e della moralità pubblica, si celasse una realtà di mercificazione e apatia.

La dicotomia tra l’ideale dell’angelo del focolare e la verità del corpo

L’impianto ideologico del ventennio mirava a trasformare la donna in una colonna portante della nazione, relegandola a una funzione prettamente riproduttiva e subordinata: la donna-crisi, magra e cittadina, era avversata in favore di una figura giunonica, rurale e feconda. Adriana, dotata di una bellezza prorompente e quasi statuaria, sembrerebbe ab origine rispondere ai requisiti fisici del canone fascista; tuttavia, questa fisicità viene immediatamente sottratta alla sfera pubblica e politica per essere ricondotta a una dimensione puramente privata e mercantile. Il corpo di Adriana non appartiene allo Stato, non si presta alla generazione di soldati per l’impero, ma diventa l’unico strumento di sussistenza in un contesto di povertà urbana che la propaganda ufficiale tentava di occultare dietro il mito del progresso e della bonifica integrale.

Il passaggio dalla professione di modella a quella di prostituta non avviene attraverso un trauma morale eclatante, quanto piuttosto per una sorta di inerzia esistenziale che Moravia descrive con minuzia psicologica: la protagonista accetta la propria condizione con una rassegnazione che non è debolezza, bensì una forma di realismo tragico che annulla ogni velleità di ascesa sociale o di riscatto morale secondo i parametri del tempo. Il regime esaltava la famiglia come cellula fondamentale della società, ma la realtà quotidiana di Adriana è segnata da una solitudine profonda, in cui il corpo cessa di essere il tempio della razza per farsi merce di scambio. Tale dinamica evidenzia il fallimento della retorica imperiale di fronte alla miseria delle periferie romane, dove la biologia non serve la nazione, ma risponde esclusivamente alla fame.

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La corruzione del nucleo domestico e la complicità materna

Un elemento di rottura fondamentale rispetto alla narrazione ufficiale riguarda il ruolo della madre di Adriana. Se il fascismo tentava di sacralizzare la figura materna come custode della virtù e dei costumi, Moravia presenta una genitrice che agisce come agente della corruzione. La donna, ossessionata dal decoro borghese e dalla sicurezza economica, spinge la figlia verso la prostituzione intravedendo in essa una via di fuga dalla miseria della sua condizione di sarta. La famiglia, lungi dal rappresentare un rifugio morale o il baluardo dei valori tradizionali, si trasforma nel luogo in cui si consuma il tradimento degli ideali etici a favore del profitto materiale, riflettendo lo scollamento tra la morale dichiarata e la prassi quotidiana della piccola borghesia romana.

Questa dinamica distrugge l’illusione della stabilità domestica cara alla propaganda: il desiderio di possedere oggetti, vestiti e una casa dignitosa prevale sulla conservazione della castità o dell’onore, pilastri della rispettabilità fascista. Moravia utilizza la relazione tra madre e figlia per dimostrare come il materialismo avesse eroso le fondamenta della società italiana ben prima che il conflitto bellico ne palesasse il crollo definitivo. La ricerca di una stabilità economica ad ogni costo giustifica il sacrificio dell’integrità personale di Adriana, evidenziando un nichilismo valoriale che permea ogni strato sociale. Il rapporto tra le due donne è privo di slanci affettivi idealizzati, essendo mediato costantemente dalla necessità di “sistemarsi”, un obiettivo che si pone in netto contrasto con l’eroismo e lo spirito di sacrificio richiesti dal regime alle madri d’Italia.

Il fallimento dell’intellettuale e la ricerca di una purezza possibile

Il contesto politico del fascismo fa da sfondo opaco a una vicenda dominata dall’apatia e dall’assenza di prospettive. Il personaggio di Giacomo, lo studente universitario legato ai gruppi antifascisti, rappresenta il tentativo di opporre una resistenza intellettuale e d’azione al regime, ma il suo incontro con Adriana ne rivela l’intrinseca fragilità e l’incapacità di incidere sulla realtà. Giacomo soffre di una forma di impotenza spirituale: egli non riesce a conciliare i propri ideali astratti con la verità brutale di un Paese che appare immobile e privo di sbocchi. La contrapposizione tra il fervore politico di Giacomo e la passività di Adriana mette in luce l’inconsistenza delle opposizioni interne di fronte a un sistema che ha svuotato di senso la parola stessa, rendendo ogni azione politica un gesto puramente simbolico e privo di efficacia.

La fine tragica di Giacomo e la gravidanza finale di Adriana offrono una chiusura di straordinaria potenza: il bambino che la protagonista porta in grembo, frutto di una relazione con un criminale e non di un’unione consacrata, rappresenta l’unica speranza di vita in un mondo popolato da simulacri. Non si tratta della nascita di un “nuovo uomo” secondo i dettami della rivoluzione fascista, quanto piuttosto di una vita che germoglia dal fango, priva di illusioni e radicata in una natura che sopravvive alle sovrastrutture ideologiche. Moravia suggerisce che la purezza non risieda nell’aderenza a un codice morale astratto o in una militanza politica spesso sterile, ma nella capacità di Adriana di accettare l’esistenza nella sua interezza. In questo senso, La Romana opera una smitizzazione radicale: la donna non è più l’icona del regime, ma l’essere umano che, nella sua caduta, conserva una verità che la storia ufficiale non può né contenere né addomesticare.

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