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A San Valentino riscopriamo Gaspara Stampa, una delle poetesse più passionali della letteratura italiana

Molto conosciuta e apprezzata in vita, dimenticata per due secoli dopo la morte, questa sublime voce femminile ha consacrato le sue parole all’amore e all’eternità.

Ritratto di Gaspara Stampa (1523-1554)

Nel Cinquecento, in Italia, fiorì una grande quantità di opere letterarie di elevato valore, sia in prosa sia in poesia. In particolare quest’ultima era per la maggiore basata sul canone poetico inaugurato da Francesco Petrarca due secoli prima e sostenuto a gran voce dall’illustre letterato Pietro Bembo. In questo specifico panorama culturale si inserisce prepotentemente Gaspara Stampa, abile poetessa e cantante che fece dell’amore la sua piena esperienza artistica e di vita. Nel giorno consacrato agli innamorati possiamo dire che pochi come lei hanno saputo descrivere compiutamente i molteplici volti del sentimento che oggi è protagonista assoluto.

“Il bacio”, dipinto di Francesco Hayez

Una poetessa, una Donna

Per prima cosa bisogna puntualizzare che non era una grossa novità che una donna, nel XVI secolo, si interessasse di cultura e, anzi, producesse attivamente suoi componimenti. Ci sono i nomi di Vittoria Colonna Isabella di Morra ,ad esempio, che fanno degnamente compagnia a Gaspara Stampa; in generale, l’importanza delle donne nella diffusione di cultura (soprattutto letteraria) nel Cinquecento è notevole. Loro possedevano un ruolo di primo piano e non di rado ad una donna spettava l’organizzazione della politica culturale di un principato o di una signoria. Inoltre non erano solo le signore di buona e nobile famiglia a poter partecipare attivamente in questo campo, ma spesso divenivano famose anche ragazze di più umile condizione che vedevano nell’arte un modo per elevare la loro estrazione sociale. Facevano le poetesse, le cantanti che intonavano sia loro versi sia quelli di altri autori (soprattutto Petrarca), le suonatrici e le cortigiane. Quest’ultima parola poteva essere intesa con due accezioni differenti, la prima come sinonimo di meretrice, professione che praticavano le donne che intrattenevano relazioni erotiche con gli uomini delle corti; d’altro canto, il secondo significato designa una persona colta in grado di prendere parte a discussioni di un livello elevato e con velleità artistiche fuori dal comune che le permettono di riscuotere prestigio e una grande considerazione. In questo clima di silenziosa ma abbondante presenza femminile nell’orizzonte letterario si colloca Gaspara Stampa, nata da nobile famiglia nel 1523 e ampiamente istruita e colta. Era originaria di Padova ma presto si trasferì a Venezia che, in quel periodo, era la città dove più si potevano vedere salotti di nobili e notabili che si riempivano di uomini e donne intenti a passare il tempo ascoltando buona letteratura e intrecciando relazioni erotiche più o meno segrete. Tra questi salotti c’era anche quello di casa Stampa, dove in molti tra artisti e nobili della città accorrevano a godersi la straordinaria abilità poetica e canora della padrona. Gaspara è una donna pienamente del suo tempo: colta, raffinata, bella, piacente e che ogni tanto si lascia andare a qualche piccola avventura. Ma soprattutto è una poetessa in grado di scrivere testi originalissimi pur senza scostarsi troppo dalla tradizione. Non era facile per una donna imitare gli schemi e lo stile di un poeta come Petrarca vista la particolarità della sua esperienza artistica e il fatto che Laura (femmina) era destinatario, protagonista e ispiratrice insieme delle sue liriche. La poesia d’amore era stata, fino a quel momento, un appannaggio sostanzialmente maschile e si era dotata di specifiche tematiche e caratteristiche difficilmente reinterpretatili a parti invertite. Ma Gaspara, in un suo celebre sonetto, rispose così a chi pensava che cantare l’amore non si confacesse ad una donna:

Se così come sono abietta e vile
donna, posso portar sì alto foco,
perché non debbo aver almeno un poco
di ritraggerlo al mondo e vena e stile?
S’Amor con novo, insolito focile,
ov’io non potea gir, m’alzò a tal loco,
perché non può non con usato gioco
far la pena e la penna in me simìle?

Se una donna può innamorarsi, allora le è lecito esprimere l’ardore che prova, il turbinio di sentimenti che ha dentro. E infatti il piacevolissimo canzoniere di Gaspara racconta con grande originalità la personale esperienza amorosa di tutta la sua breve vita, fatta di gioie, illusioni e dolori vista con gli occhi di una donna. Questo ha saputo fare anche più delle altre poetesse della sua epoca: prendere i canoni petrarcheschi e farli suoi, personalizzando stile, parole e sviscerando i molteplici aspetti dell’amore con lo sguardo di una ragazza innamorata.

Rose rosse

Tutto rose e fiori

Ancora di più del Canzoniere di Petrarca, quello di Gaspara Stampa (costituito da 311 componimenti) è considerabile una sorta di diario autobiografico in versi che racconta cosa succede nell’animo di questa giovane fanciulla alle prese con la travolgente passione e con gli ardori. Per questo non riesce mai a seguire fermamente il canone petrarchesco: è troppo personale l’esperienza sfaccettata che essa descrive per essere ricondotta ad un canone, infatti Gaspara rielabora a suo modo temi, stile e anche lessico della tradizione poetica derivata dal famosissimo poeta aretino del XIV secolo. Al centro di tutto c’è, si è già detto, l’esperienza amorosa della ragazza, un’esperienza che abbraccia praticamente tutta la vita adulta e che si configura come una realtà variegata, ricca di varie sfumature. Ci sono poesie che parlano delle fugaci e brevi relazioni erotiche degli ambienti cortigiani che coinvolgono Gaspara, presentate quasi con tono giocoso, con una leggerezza estremamente giovanile e spensierata, fatta di attese, sguardi e attimi di intimità. Quella della Stampa era una vita libera e a tratti spregiudicata, di una donna indipendente e padrona di se stessa che si è affermata grazie al suo talento e che può lasciarsi andare come no. Questa è la parte dell’amore leggero, poco intenso e disimpegnato, vissuto da una giovane cortigiana veneta. Poi però arriva il vero, grande amore, quello per il conte Collaltino di Collalto. L’animo e la mente della giovane Gaspara vanno in confusione, ogni cosa è proiettata verso questo nobile che all’inizio la ricambia ma che si rivela presto disinteressato e crudelmente distante dalla donna che invece darebbe tutto per lui. La poetessa è tutta presa dal suo amato e gli dedica parole dolcissime, ne tesse le lodi e, in una poesia, prega degli scultori di fare una statua del suo uomo preoccupandosi che ne riproducano la perfezione esteriore e la grandezza interiore in un solo blocco di marmo. Dirompente è la forza della passione che la trasporta quando parla di Collaltino e soprattutto qui si vede che gli schemi della poesia di Petrarca sarebbero stati per lei come una gabbia compositiva: l’accumulazione degli aggettivi (tutti naturalmente positivi) che descrivono l’amato è ingente e l’andamento di molti testi è quasi più prosastico che poetico. Gaspara è perdutamente innamorata e non vede nemmeno un difetto nel suo conte, dipinto in una poesia come il suo sole, la fonte di luce che la tiene in vita:

Quando i’ veggio apparir il mio bel raggio,
parmi veder il sol, quand’esce fòra;
quando fa meco poi dolce dimora,
assembra il sol che faccia suo viaggio.
E tanta nel cor gioia e vigor aggio,
tanta ne mostro nel sembiante allora,
quanto l’erba, che pinge il sol ancora
a mezzo giorno nel più vago maggio.
Quando poi parte il mio sol finalmente,
parmi l’altro veder, che scolorita
lasci la terra andando in occidente.
Ma l’altro torna e rende luce e vita;
e del mio chiaro e lucido oriente
è ‘l tornar dubbio e certa la partita.

La donna così indipendente e padrona di se stessa adesso vive un’esistenza regolata dalle speranze, dalle attese per un incontro, per uno sguardo o per una parola dell’amato. Davvero lei sembra dipendere in tutto e per tutto da lui: non riesce a fare a meno delle sue labbra, dei suoi gesti, delle parole e delle sue mani. Ma ben presto la metafora del sole divenne purtroppo realtà, nel senso che il loro rapporto si fece estremamente diseguale come quello tra la stella (troppo più in alto) e ciò a cui essa dà sostentamento. Le conseguenze, per Gaspara, saranno dolorose.

Il castello di San Salvatore (nel trevigiano), una delle tenute dei Collalto, come si presenta oggi

Il dolore e la rabbia

La relazione che legò Gaspara a Collaltino iniziò nel 1548 e terminò nel 1551 tra molte sofferenze e tumulti di cuore per la poetessa, che di ciò non riusciva a darsi pace. All’inizio il conte era attratto da lei e ricambiava i suoi sentimenti, ma col passare del tempo gli impegni diplomatici, militari, politici ed economici di Collaltino gli fecero perdere la passione ed egli prese a trascurare colei che, dal canto suo, moriva per lui. Spesso lui partiva per settimane, si recava in Francia o si spostava da un possedimento di famiglia a un altro abbandonando a se stessa la sua spasimante. Il rapporto, ormai decisamente diseguale, era tenuto flebilmente in vita solamente dalle attese sospirate di lei che attendeva il ritorno dell’amato dalle ambasciate o dagli impegni che egli sistematicamente anteponeva a Gaspara, vista ormai con scarsa considerazione. La poetessa dunque si strugge, si illude e si disillude, desidera fortemente restare aggrappata ad un amore che ormai non esiste più se non nel suo ardente animo. Lei arde di passione, piange perché capisce di non essere ricambiata e intanto scrive, compone e canta per sfogarsi e rendere immortale questo suo dolore.

Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto;

piangerò, arderò, canterò sempre

(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre

a l’ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto)

Non riesce a dimenticare Collaltino, il padrone indiscusso del suo cuore. Nei suoi confronti prova rancore perché a causa sua si è umiliata, spogliata della sua dignità e si è lasciata trasportare dalle sensazioni che provava per quell’uomo che ora non la considera più. Attenzione, per lui prova rancore ma non riesce ad odiarlo, anche se vorrebbe, così come non è in grado di rimuoverlo dalla sua vita. Così è, ad esempio, quando intrattiene una relazione con un nobiluomo veneziano, Bartolomeo Zen, grazie al quale Gaspara sembra aver recuperato felicità, soddisfazione sentimentale e fiducia nell’amore, come si evince dalle liriche scritte in questo periodo. In realtà il fantasma di Collaltino aleggia sempre nella sua testa e mai se ne andrà, perciò lei ricadrà nel dolore che sarà tanto grande da spingere la poetessa ad ipotizzare persino una conversione religiosa, con la quale cercare il conforto della fede a sostegno della fragilità della sua anima, resa tale da un amore forte, dirompente ma anche distruttivo. Gaspara Stampa morì molto giovane e non si esclude che la sua morte fosse stata autoindotta, anche se questo non ci è dato saperlo con certezza. L’unica sicurezza su di lei è che lasciò ai posteri questo suo diario in versi, petrarchesco ma personalissimo, che racconta non una storia d’amore, ma la storia di un’anima che sperimenta l’amore in tutte le sue sfaccettature: carnale, passionale, doloroso, rabbioso, disimpegnato, impetuoso, coinvolgente, distratto e chi più ne ha più ne metta. Il tutto visto con gli occhi preziosissimi di una poetessa innamorata che è stata in grado di amalgamare insieme un cumulo di esperienze in una sublime resa poetica che coniuga abilmente la tradizione secolare con la propria intima vicenda.

 

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