Il Superuovo

A cento anni dal sogno dell’Everest, rileggiamo una lettera di Petrarca

A cento anni dal sogno dell’Everest, rileggiamo una lettera di Petrarca

“E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti”: il fascino della montagna dalla gita di Petrarca al sogno dell’Everest.

La prima spedizione volta alla conquista dell’Everest è partita il 18 maggio 1921: dopo una dovuta procedura e una necessaria preparazione, si mirava a raggiungere la vetta più alta del mondo, dove si giunse in realtà 32 anni dopo.

Verso l’Everest

Si trova a 8.848 metri sul livello del mare l’Everest, che è la vetta più alta del mondo e che proprio un secolo fa vedeva iniziare il sogno della sua conquista, realizzata di fatto solo 32 anni dopo. Era il 18 maggio 1921 quando quattro alpinisti e quattro scienziati intrapresero la prima spedizione per la conquista dell’Everest, sotto la guida del colonnello Charles Howard-Bury e con l’aiuto di circa quaranta sherpa, del gruppo etnico delle montagne del Nepal e che pertanto conoscevano bene il tipo di territorio da percorrere. Al permesso di attraversare il territorio del Tibet, ottenuto nel dicembre del 1920 per concessione del Dalai Lama dopo un’opera diplomatica, si accompagnò una lunga e intensa preparazione tecnica. La spedizione fu organizzata dalla Royal Geographical Society e dall’Alpine Club britannico e non fu ostacolata da particolari difficoltà per i primi 5000 metri, superati i quali morì, il 6 giugno 1921, uno degli alpinisti a seguito di un attacco cardiaco. Non si fermarono subito George Mallory e Guy Bullock, ma li costrinsero a farlo il vento e la temperatura, una volta raggiunti i 7000 metri.

Gli alpinisti Harold Raeburn, Alexander Kellas, George Mallory e Guy Bullock, il naturalista e medico Sandy Wollaston, il geologo Alexander Heron e i cartografi Henry Morshead ed Edward Wheeler.

La cima

Non mollò l’alpinista George Mallory, che partecipò l’anno successivo a una nuova spedizione, in cui il record di quota raggiunto fu di 8.326 metri. In più rispetto all’anno precedente c’era un’invenzione dell’australiano George Finch, fisico e alpinista: uno zaino con quattro bombole d’acciaio ai lati, una sorta di respiratore, che consentì di recarsi più in alto ma non fu sufficiente per portare a compimento l’impresa. La terza spedizione, nel 1924, si ricorda per la tragica scomparsa di Andrew Irvine e di George Mallory, che nuovamente aveva tentato l’impresa. Dei due si persero le tracce a seguito di una bufera di neve, mentre l’inglese Edward Norton era riuscito a raggiungere gli 8580 metri. Diminuirono i tentativi, dopo la tragedia, e solo nel 1952 si raggiunse un nuovo risultato significativo: con delle tecniche più precise sperimentate dagli scalatori duranti la guerra e con un abbigliamento più adatto, si giunse alla quota degli 8600 metri. La cima dell’Everest, però, non era ancora raggiunta: ci riuscì Tenzing Norgay, che aveva già preso parte alla spedizione dell’anno precedente, insieme a Edmud Hillary, il 29 maggio 1953 alle 11:30.

E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti

Da dove nasce il desiderio dell’uomo di salire in cima alle montagne? Forse deriva dal fascino della natura, forse è insito in una sorta di delirio di onnipotenza della specie umana. Francesco Petrarca in una lettera datata 26 aprile 1336 ma che si presume sia stata concepita successivamente, scriveva: “Oggi, soltanto per il desiderio di visitare un luogo famoso per la sua altezza, son salito sul più alto monte di questa regione, che non a torto chiamano Ventoso. Da molti anni avevo in animo questa gita, poiché, come tu sai, fin dall’infanzia io ho abitato in questi luoghi per volere di quel destino che regola i fatti degli uomini, e questo monte, che è visibile da ogni parte, mi stava quasi sempre davanti agli occhi.
La cima di cui il poeta parla è quella del Mont Ventoux, la più alta della Provenza, e il viaggio insieme al fratello, descritto nel corso della lettera, si carica di un significato fortemente allegorico soprattutto quando, in cima, l’autore consulta un passo delle Confessioni di Sant’Agostino. Ammirando lo spettacolo della natura, infatti, gli viene in mente di sfogliare a caso quel libro che sempre portava con sè, regalatogli dal destinatario della lettera, un monaco agostiniano suo amico. Il passo che gli capita davanti lo lascia di stucco, perché gli fa notare che quella forte ammirazione delle cose terrene lo stava distraendo dal fatto che niente è degno d’ammirazione fuorché l’anima”.

“le prime parole che vidi furono: «E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi Butti del mare e i larghi letti dei fiumi e l’immensità dell’oceano e il corso delle stelle; e trascurano se stessi.»”

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