Le droghe sono quel vizio dell’umanità che fin dagli albori della civiltà umana viene discusso e visto in mille modi.

Le droghe sono un qualche cosa che c’è da sempre, un qualche cosa che ha caratterizzato indissolubilmente la civiltà umana. C’è chi le ha viste come il vizio, il male peggiore dell’umanità e chi invece, almeno in parte, le ha difese, ridimensionando completamente la loro essenza. Alcune culture le hanno rese parte della loro tradizione, dalle civiltà del sud America, a quelle celtiche, arrivando fino alla nostra civiltà occidentale e addirittura al nostro paese, che nel tempo si è reso un grande produttore, ad esempio, del vino. Ed è così allora che la questione delle droghe è una questione ancora aperta.

Baudelaire, paradisi artificiali
Profonde gioie del vino, chi non vi ha conosciute? chiunque abbia avuto un rimorso da placare, un ricordo da evocare, un dolore da annegare, un castello in aria da innalzare, tutti, insomma, ti hanno evocato, dio misterioso nascosto nelle fibre della vigna.
Nei paradisi artificiali, opera scritta nel 1861, Baudelaire riflette sul rapporto tra l’uomo, produttore di poesia, che vanta un suo diritto al sogno e al piacere, e la droga. L’opera pare prendere ispirazione da poeti non francesi, come Coleridge e Wordsworth, e poeti invece francesi come De Quincey, che scrisse tempo addietro ”le confessioni di un mangiatore di oppio”, e dove pare togliere limiti alla poesia che fino ad allora era rimasta in una sua dimensione moralistica e di certo lontana anni luce dal trattare argomenti di questo genere.
La prosa qui è molto musicale, anche perché, un’altra grande scoperta di Baudelaire fu in quel periodo Wagner. In questo senso la prosa poetica dei paradisi artificiali vuole suggerire un mondo paradisiaco, immerso in una natura dipinta come una foresta di simboli, di suoni, di colori che vanno al di là della quotidianità, quasi coll’intenzione di ricercare un’essenza ormai perduta della vita e del mondo.
Ma parlando più nello specifico dell’ontologia dell’opera, il poeta qui vuole dare una sua interpretazione di ciò che è per lui la droga. La vede di per sé come unico mezzo del poeta o dell’artista per arrivare all’infinito, per andare oltre, però con le debite eccezioni.
orrenda è la sorte dell’uomo la cui immaginazione, paralizzata, non sia più in grado di funzionare senza il soccorso dell’hashish o dell’oppio
In questo senso, l’artista che si trova a dover far ricorso alle droghe per incoraggiare la propria immaginazione è un artista finito, senza più nulla da dire.
Baudelaire, poi, privilegia il vino come strumento per esaltare la propria personalità, tema che poi viene ripreso anche nella sua opera più famosa, i fiori del male. Infatti il vino è l’unico strumento che secondo lui può far arrivare il poeta all’infinito.
D’altra parte però condanna le altre droghe, come ad esempio l’hashish, che a suo parere porta all’effetto opposto del vino, quindi non all’esaltazione ma all’annullamento personale.
In verità, forse, dietro quest’opera c’è quel genere di moralismo di chi fa un’azione sbagliata, la condanna e chiede al pubblico di non provarci. Infatti Baudelaire era un grande consumatore di ogni genere droga, e non soltanto del vino.
Eppure lui stesso condanna le droghe come nemiche dell’espressione dell’artista e come fonte di illusione della creatività.

Partito Radicale
Quando nel 1953, anno della seconda legislatura repubblicana, con il cambio di segreteria all’interno della Democrazia Cristiana, che passa da Alcide De Gasperi, che morirà l’anno dopo, a Amintore Fanfani, dossettiano puro e facente parte della corrente cattolica più a sinistra del partito, la DC inizia una vera e propria ”apertura a sinistra”, un alleato di governo di destra, il partito liberale italiano comincia a storcere il naso.
Questa apertura verso sinistra si concretizza in un forte avvicinamento verso il Partito Socialista Italiano, reduce dalla pesante sconfitta nelle elezioni del ’48, quelle in cui decise di andare ad elezioni con il Partito Comunista Italiano, in una coalizione chiamata Fronte Popolare, e che fu in quegli anni motivo di allontanamento del partito di Nenni dall’internazionale socialista e da posizioni di sinistra moderata, che dopo questo fatto sceglie non solo di riavvicinarsi al Psli di Saragat (partito frutto della precedente spaccatura dei socialisti) ma anche di tornare ad allinearsi coi partiti socialisti europei. Questo cambiamento però non viene letto dall’elettorato liberale come sufficiente per non considerare più il PSI come fautore dello spettro comunista, tanto che il PLI continua a trovarsi in disaccordo con la scelta di Fanfani sull’apetura a sinistra.
Una parte però del PLI, la parte più intellettuale e più a sinistra però non vuole staccarsi radicalmente dalla DC e vede di buon occhio l’apertura, tanto che sceglie di fare una mini-scissione.
Questi intellettuali liberali, che si trovano riuniti attorno alla rivista ”Il Mondo” di Mario Pannunzio scelgono allora di fondare nel 1955 un nuovo partito, Il partito radicale.
Tra le celebrità che fondarono questo partito ci furono: Ernesto Rossi, Mario Pannunzi e Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano nazionale ”La Repubblica”. Il segretario che da lì in poi avrebbe animato il partito sarebbe stato Marco Pannella, storico radicale.
Per il momento però il partito ha ancora la fisionomia di un cenacolo di intellettuali, anche perchè dà luogo a una nuova definizione di partito, lontana dall’idea di partito di integrazione di massa, ossia i pigliatutto dell’elettorato come PCI e DC, per intendersi. Dà luogo infatti all’idea di partito d’opinione, ossia privo di radicamento subculturale ma che però non può identificarsi nell’idea di partito di rappresentanza individuali. In altri termini, è un partito scevro di elementi ideologici, come il marxismo del PCI, o religiosi, come il cattolicesimo democristiano.
Il tema del partito radicale si inserisce perfettamente in quello delle droghe, perchè il partito di Marco Pannella avrebbe per anni perseguito l’idea di una legalizzazione delle droghe leggere, come la marijuana, arrivando a manifestazioni eclatanti e proteste abbastanza radicali, perdonate il gioco di parole.
E lo inizia a fare in un periodo in cui da una parte c’è un forte partito di centro cattolico e confessionale che fugge via da qualsiasi apertura in questo senso al tema. E dall’altra parte c’è un PCI fortemente tradizionalista, che più che vedere nella propria lotta un’idea di liberalismo, preferisce comunque attenersi all’ideologia marxista stagliandola in un contesto di società tradizionale fondata sulla famiglia.

Trainspotting
Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando hai l’eroina?
Trainspotting è un film diretto da Danny Boyle nel 1996, tratto dall’omonimo romanzo di Irvin Welsh. Si può dire che nel tempo sia divenuto un vero e proprio cult del cinema britannico, e infatti è stato inserito nella lista dei cento migliori film britannici del XX secolo.
Mark Renton è un drogato e con i suoi amici condivide una seria dipendenza verso l’eroina. Un giorno, emulando l’amico Sick Boy, prova a disintossicarsi, ce la fa, ma ciò lo porta ad uscire dal suo ”paradiso artificiale” e tornare alla vita vera. La prima cosa che si accorge di volere follemente è l’attività sessuale e questo lo porta ad avere rapporti con una ragazzina del liceo trovata in una discoteca, Diane.
La mattina, quando scopre che la donna colla quale aveva avuto il rapporto in realtà è una ragazzina, che da lui voleva più che altro avere in cambio una fonte da cui procurarsi la marijuana, si ritrova scioccato e decide di fare una scelta: tornare nel mondo della droga.
Dopo di ciò, viene beccato a rubare coll’amico Spud e viene inserito in un programma di recupero di tossicodipendenti. Però la tentazione dell’eroina è troppo forte e il metadone non gli basta, così decide di tornare da Madre Superiora, nome del loro spacciatore, e farsi una dose. Il corpo che però era in via di disintossicazione non regge la dose e Mark si ritrova in overdose.
I genitori decidono di prendere in mano la situazione e di chiudere il ragazzo nella sua stanza che inizia a vivere la disintossicazione in modo estremo, senza nemmeno l’aiuto clinico del metadone e così riesce ad uscire dalla dipendenza.
Appena si ritrova ad essere pulito decide di cambiare aria e di andare a Londra, dove avrebbe trovato un lavoro come venditore di case. La lontananza dal gruppo di tossici però dura poco. Infatti questi arrivano a Londra per un affare di droga e si stanziano nella sua casa. Mark così decide di aiutarli con il loro affare solo che alla fine decide di derubarli del denaro ottenuto dalla vendita e scappare via.
Lascerà una piccola parte del denaro solo a Spud, che riteneva essere l’unica persona che poteva in qualche modo uscire da quell’orribile dipendenza.
