Lavoro nelle carceri: Orange is the new black risponde al colonialismo in India

Durante il colonialismo britannico in India, il “lavoro” nelle carceri era un vero e proprio sfruttamento: è giusto? La serie Netflix risponde.

Spesso, la differenza tra lavoro e sfruttamento, è stata molto sottile ed ambigua, specialmente per quanto riguardava le normative vigenti nei carceri. La questione si complicava prendendo in considerazione i luoghi di detenzione in un paese colonizzato da una potenza che guardava, in questo caso all’India, come ad un mondo incivile ed abitato da barbari. Consideriamo allora un articolo di Abigail McGowan, comparandolo con uno degli episodi più conosciuti della famosa serie T.V., quello della “rivolta nella prigione”.

Tappeti e manufatti in India

Importante sarà, prima di tutto, tenere in considerazione il contesto storico cui facciamo riferimento. Tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, diversi sono i tentativi adoperati dagli Inglesi per dare un input all’economia Indiana, con l’impiego di mano d’opera indigena, e diffusione dei manufatti grazie ad expo (Londra, 1851) e fiere. A. McGowan ci illustra come nelle prigioni si sia iniziato ad impiegare i detenuti nella produzione di tappeti, prodotto pregiato e richiesto nel mondo occidentale. Fu una vera svolta: i manufatti erano originali, vendevano bene, e i condannati erano impegnati in un’attività. I sovrintendenti dei carceri erano più che felici di questa nuova riconversione, soprattutto perché questo tipo di produzione distraeva i criminali, e faceva sì che fosse più semplice mantenere l’ordine. Non c’era bisogno di pagarli e, soprattutto, non potevano di certo lamentarsi delle condizioni di lavoro: a chi avrebbero fatto rapporto? Alla polizia? La stessa che fondamentalmente era il loro capo. Con il tempo la produzione si differenziò, e si organizzò una vera e propria rete di commercio, guadagnando alle spalle dei prigionieri-lavoratori, con la scusa di star insegnando loro un mestiere utile che avrebbero potuto praticare in seguito, una volta usciti: una sorta di prova generale per la vita lavorativa al di fuori (un po’ com l’alternanza scuola-lavoro, praticamente).

 

Taystee e la sua rivolta

Stagione 5, episodio 1: nel penitenziario di Leitchfield scoppia la rivolta per l’assassinio di Poussey. O almeno questo è il motivo scatenante, la “profasis“, il “casus belli“. Andando avanti con le puntate, vedremo una motivata ed energica Taystee combattere e contrattare per il benessere della prigione, per provare a “cambiare le cose”, per avere giustizia, per non essere dimenticata. Tra le richieste avanzate al governatore si sente chiaramente: programmi d’istruzione e lavori pagati. Questo chiedono, non stipendi esagerati o aumenti spropositati, solo di non essere sfruttate, che il loro impegno sia in qualche modo riconosciuto. Eppure, negli episodi precedenti, anche se in modo quasi irrisorio, i servizi nel carcere erano remunerativi: sarà il passaggio da prigione federale a proprietà di privati, a cambiare le cose. Questa sorta di lavori forzati viene giustificata come una specie di apprendistato, di pratica, per imparare un nuovo mestiere, in grado di far trovare loro un impiego una volta al di fuori.

Catullo legge una poesia ai suoi amici, dipinto di Stefano Bakalovich.

Labor omnia vicit

Questo ci dice Virgilio, Georgiche I, 145: “La fatica supera ogni ostacolo”. Questo non è un articolo di legge, quindi non si parla di normative in vigore, o di ricostruzioni metodologiche, ma semplicemente di considerare la domanda, a prescindere dalle regolamentazioni: è giusto che il lavoro nelle carceri non sia retribuito? Che lo si consideri una sorta di punizione, o che si sfruttino i detenuti? La risposta non è certamente immediata e semplice, anzi. I due esempi forniti ci ricordano come la possibilità di lavorare, di avere un impiego, rappresentino un modo per essere impegnati, per darsi da fare, per imparare qualcosa di nuovo, in compagnia di qualcuno nella medesima condizione. Si parla, però, di criminali, alcuni dei quali “incalliti” e pericolosi: perché la società dovrebbe stipendiare qualcuno che in qualche modo l’ha danneggiata? Perché dovrebbe ricompensarlo? Magari perché pagare qualcuno non significa “premiarlo”, ma riconoscere il suo impegno e il frutto del suo lavoro, riconoscere il valore del suo prodotto. In Italia, per esempio, esistono dei tipi di lavori gratuiti all’interno delle prigioni, quello assegnato come pena, i cosiddetti “lavori forzati” (Art. 81, l. 689), e quello volontario, utilizzato come strumento di rieducazione per i detenuti (2013). L’interrogativo che ci viene posto è dunque interessante: un lavoro va retribuito in base alla qualità del prodotto, o alla condizione sociale (o penale) dell’impiegato?

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