Come una malattia porta via con sé i ricordi di una vita, gli amori e ciò che resta, alla fine è solo il vuoto che il morbo lascia dietro di sé.

Ed Sheeran scrive ‘’Afire Love’’ nel 2014 per l’album ‘’X’’, uno dei suoi più grandi successi. Ad ispirarlo è la malattia che ha portato via con sé il nonno, una delle sue più importanti figure di riferimento nella vita.
Ed Sheeran e il Morbo di Alzheimer: alla scoperta di uno dei flagelli del ventunesimo secolo
Ed Sheeran, cantante che ha scalato le classifiche 2018 e 2019 con i suoi ultimi successi, scrive questa canzone nell’ormai lontano 2014, anno in cui pubblica uno degli album più famosi dell’autore. Subito, dopo aver ascoltato le prime strofe ed il ritornello carico di emozioni, appare evidente il tema centrale dell canzone: il morbo di Alzheimer. Il nonno del cantante, infatti, è affetto da questa patologia cronico-degenerativa che sta mietendo sempre più vittime negli ultimi tempi. La canzone tratta di ricordi, degli ultimi istanti passati con il nonno che, a causa della patologia non riconosce nemmeno più i volti dei suoi familiari, non ricorda i momenti gioiosi passati assieme a loro e le avventure di una vita. Ed Sheeran dedica questo capolavoro all’amore che, nonostante gli ostacoli della vita e le difficoltà, trionfa sempre, perché è impossibile dimenticare l’affetto del nonno, nonostante lui non abbia più nemmeno un briciolo di ricordo. Il momento del funerale è molto toccante, la pioggia scende giù e ricopre ogni memoria, come se le condizioni atmosferiche potessero rispecchiare a pieno le emozioni del giovane Ed, rassegnato alla crudeltà della natura che, lentamente, si è portata via non solo la vita del nonno, ma anche tutto ciò che accomunava i due, le loro esperienze, le chiacchierate e i momenti passati insieme. La famiglia del cantante si stringe, in ‘’Afire Love’’ attorno al nonno per l’ultimo saluto, cercando di lasciarsi alle spalle la sofferenza, consolandosi pensando al sentimento che, nonostante tutto, trionfa sempre. Perché, si sa, l’amore non si dimentica mai.

Il morbo di Alzheimer: come tutto ciò che siamo scompare nel vuoto
Il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza, ne rappresenta circa il 50% dei casi, anche se negli ultimi tempi si sta sfiorando l’80 %. La demenza, in generale, è una forma di patologia neurodegenerativa che porta, inesorabilmente, alla perdite della memoria, dei ricordi e, nei casi più gravi o negli stadi terminali anche della propria identità. Pensare all’Alzheimer coma ad una patologia esclusivamente dell’anzianità è, tuttavia, un comune errore perché sebbene l’età di insorgenza media è sopra ai 65 anni, vi possono essere anche delle forme precoci che possono insorgere molto prima. Negli stadi iniziali, la patologia si manifesta con delle piccole e sottovalutate perdite di memoria che sono attribuite all’età o ad altre circostanze, ma i sintomi tendono a peggiorare con il passare del tempo, quindi è bene non sottovalutare sogni minimo sospetto, soprattutto se si è varcata la soglia dei 65 anni di età. Lo stadio successivo è caratterizzato da una più massiccia perdita di memoria, difficoltà nel ricordare i nomi di persone care,città e luoghi noti, dimenticare cose appena sentite o lette, difficoltà di programmazione ed organizzazione con correlate difficoltà sociali e relazionali. Con il passare del tempo il paziente arriva a trovare difficoltà nello svolgere le più semplici delle attività quotidiane, come addizioni semplici, pagamento delle tasse, non riesce a relazionarmi come vorrebbe e comincia a provare un profondo senso di disagio associato agli eventi sociali. Gli step successivo portano a dimenticare informazioni sula vita del paziente, come il luogo di nascita, il nome e l’indirizzo, incapacità di riconoscimento dei famigliari, amici e conoscenti, perdita di ogni qualsiasi forma di ricordo. Nello stadio terminale il soggetto patologico non riconosce l’ambiente in cui si trova, non formula bene le frasi, farfuglia ed è incapace di intendere e di volere, perdendo la capacità di badare a se stesso e al proprio corpo. Risulta evidente la gravità di questa malattia, così terribile da protrarre nel tempo la sofferenza, giungendo ad un esito quasi sempre spiacevole.

Le cause e tecniche diagnostiche del morbo di Alzheimer
Sebbene sia una malattia molto diffusa, ancora sono quasi sconosciute le cause che portano alla sua insorgenza. Si sa che la progressione del morbo è correlata alla presenza di placche amiloidi o ammassi neurofibrillari riscontrati nella zona cerebrale del paziente patologico, ma non sappiamo ancora nulla sulle cause della comparsa di queste alterazioni. Secondo alcuni studi recenti, potrebbero esserci delle basi genetiche che predispongono alcuni soggetti più di altri all’insorgenza di questa forma di demenza, soprattutto legate ai cromosomi sessuali. Si sono scoperti dei geni che, se mutati, possono esprimere in eccesso le proteine responsabili della comparsa delle famose placche riscontrate nelle persone affette. Le placche sono costituite da una proteina detta ‘’ beta amiloide’’ che distrugge, letteralmente i neuroni che, come ben sappiamo sono cellule quasi completamente incapaci di riprodursi. La più diretta conseguenza è la carenza di un importante neurotrasmettitore eccitatori cerebrale: l’aceticolina. Questa molecola è di vitale importanza per una corretta comunicazione e connessione tra neuroni che, quindi, in seguito alla malattia perdono ogni possibilità di contatto. Il neurone non riesce più a inviare i suoi impulsi e, quindi, muore. La maggior parte dei neuroni colinergici si trova nella zona dell’Ippocampo preposta alla memoria e al ricordo ed è per questo che l’esito della malattia è la demenza. Gli effetti macroscopici sul cervello sono una diminuzione del suo peso, dovuta a questa particolare forma di atrofia corticale, le circonvoluzioni proprie della corteccia si allargano e degenerano, diventando più marcate e profonde.
Altri studi stanno indagando sul ruolo di una proteina che, eccessivamente fosforilata, si accumula nelle placche: la proteina TAU. Altre ipotesi ancora vengono avanzate da ricerche recenti sul ruolo che potrebbe avere il virus dell’ Herpes nell’incrementare la probabilità di sviluppare la patologia.
L’ultimo studio, condotto del 2017 dall’Università Campus Bio-medico di Roma ha messo in evidenza il ruolo dei neuroni dopaminergici nella patologia, evidenziando come le zone più ricche di questa tipologia cellulare siano colpite inesorabilmente dalla malattia.
Le tecniche diagnostiche maggiormente utilizzare sono quelle di imaging biomedico, come TC, risonanza magnetica e la PET specifica per le aree cerebrali. Inoltre sono disponibili dei test cognitivi di supporto diagnostico.

Prognosi e possibili terapie per il Morbo
Al momento non esistono delle cure efficaci per questa malattia, anche se si cerca di migliorare la qualità del decorso. Sono importanti gli atteggiamenti del personale e delle persone vicine al paziente affetto, affinché si possa affrontare al meglio la malattia. Si è provato a ripristinare i livelli fisiologici di acetilcolina, però la molecola pura non è possibile usarla perché è instabile ed ha effetto limitato. È anche difficile raggiungere il target cerebrale poiché protetto dalla barriera ematoencefalica. Sono importanti anche interventi psicosociali e cognitivi. Purtroppo la prognosi non è delle migliori poiché si registra la morte nel 70% dei casi.