Zombie, fantasmi e licantropi, ma anche Sherlock Holmes e James Bond: citazionismo post-moderno e New Horror convergono nell’opera di Tiziano Sclavi.

Con la presentazione di un’edizione speciale del nuovo numero “Dylan Dog – Oggi Sposi”, l’indagatore dell’incubo Dylan Dog è stato tra i protagonisti Lucca Comincs & Games 2019 appena conclusosi. L’importanza di Dylan Dog non si esaurisce solo al successo editoriale che lo ha consacrato a cult del fummetto, ma risiede anche nella sua anima post-moderna, in bilico tra opera horror impegnata e fumetto popolare, che, mentre si crogiola in un virtuoso citazionismo, sembra anche voler trasmettere messaggi profondi.
Genesi
Come viene raccontato nella seconda di copertina del primo numero “Dylan Dog – L’alba dei morti viventi”, Dylan Dog è un personaggio nato nel 1986 dalla penna dello scrittore Tiziano Sclavi nelle chiacchierate notturne tra l’editore Sergio Bonelli, Decio Canzio e lo stesso Sclavi. Dylan Dog era stata concepita come la collana horror della casa editrice Bonelli, che già vantava la paternità di altre importanti figure del fumetto, come Tex e Martin Mystère. A partire dal suo concepimento, dunque, Dylan Dog è dichiaratamente un’opera di orrore, dalle ambientazioni misteriose e inquietanti, il cui protagonista è un ex agente di Scotland Yard che ora esercita la libera professione di indagatore dell’incubo, come riporta la targa affissa all’ingresso del suo studio in Craven Road, a Londra. Accompagnato dal suo fedele amico Groucho, Dylan Dog investiga su casi che solitamente non possono essere risolti con il solo aiuto della logica o della ragione, poichè coinvolgono creature mostruose, come zombi, stregoni, lupi mannari, o eventi soprannaturali. Il tutto condito da un’atmosfera inquietante e spaventose, cruenta e splatter e allo stesso tempo onirica, che dà la sensazione di vivere l’incubo.
Tante le ispirazioni letterarie e cinematografiche di Sclavi nella caratterizzazione del personaggio e del mondo di Dylan Dog: “A sei anni ho letto Edgar Allan Poe e per imitazione mi sono messo a raccontare nero su bianco i miei sogni, anzi i miei incubi “, dichiarava Sclavi in un’intervista a Panorama del 1994; e a questo si aggiunge l’ammirazione per i maestri del cinema dell’orrore e dello splatter come John Carpenter, George Romero, Dario Argento. Ma non solo: Dylan Dog è contaminato da tante altre figure di una cultura pop letteraria e cinematografica (da Sherlock Holmes a James Bond) che rendono l’opera di Sclavi un complesso poliedro dall’anima post-moderna.

“Mi chiamo Dog. Dylan Dog”
“Mi chiamo Dog. Dylan Dog”, con questa celebre formula che richiama, naturalmente, James Bond, Dylan Dog si presenta per la prima volta (nel primo numero “Dylan Dog – L’alba dei morti viventi”) al villain Abraxas. L’utilizzo e il significato di questa citazione cinematografica si inseriscono nella più grande riflessione sul genere di appartenenza di Dylan Dog: a che genere preciso appartiene l’opera di Sclavi? La risposta a questa domanda non è semplice. In un’intervista fatta all’autore Tiziano Sclavi, Umberto Eco definisce Dylan Dog come un’opera “sgangherabile”, cioè un’opera frantumabile in tante pezzi non ben incollati tra di loro: i tratti carismatici e affascinanti di Dylan Dog che ricordano James Bond, di cui Dylan emula anche la formula di presentazione, devono convivere con il suo ripudio delle armi (Dylan Dog non impiega quasi mai la pistola!) che, invece, lo allontanano dalla figura dello 007; e ancora, la personalità eccentrica à la Sherlock Holmes rievocata in vari aspetti del personaggio di Dylan Dog (come, ad esempio la passione per il clarinetto, omologo del violino di Holmes, o la convivenza/collaborazione con Groucho, omologo di Watson) devono convivere con l’assenza di logica e razionalità nei sui metodi investigativi (infatti Dylan Dog, nel primo numero, dichiara, riferendosi a fenomeni come fantasmi, licantropi e vampiri: “non m rifiuto a priori di crederci, come fa -invece- la maggior parte della gente ‘seria’”) che lo distanziano dal meticoloso e razionale detective di Baker Street. A questa mescolanza di aspetti contrastanti e, per questo, sgangherati, si aggiungono tante altre citazioni di contorno, come il chiaro omaggio al maestro dell’horror Wes Craven, presente nel nome della strada di residenza di Dylan Dog, Craven Road; oppure il nome e l’aspetto di Groucho, collaboratore di Dylan, chiaro omaggio a Groucho dei fratelli Marx; o ancora, le innumerevoli ambientazioni, mostri e personaggi, sparsi nei vari numeri della collana, tratti da film come Shining, di Kubrick, Zombi di Romero, Inferno di Argento.
Tutti questi elementi, citati, “sgangherati“ fanno di Dylan Dog un’opera dall’anima post-moderna che si sviluppa sulla rielaborazione e sulla mescolanza di elementi tratti dalla cultura pop, dall’immaginario collettivo e dalla tradizione letteraria e cinematografica. Eppure, nonostante l’apparenza sgangherata, Dylan Dog è un’opera egregiamente compiuta, che gode di successo critico ed editoriale; viene allora da chiedersi, da dove nasce il senso unitario e compiuto del capolavoro di Sclavi?
New Horror
Dylan Dog sembrerebbe collocarsi nella corrente del cosiddetto New American Horror, con cui solitamente si indicano le produzioni horror tra gli anni 80-90 ( come Il giorno degli zombi, di George Romero, Halloween, di John Carpenter, Inferno, di Dario Argento, Scream, di Wes Craven) caratterizzate da un trama solitamente semplice, dalla presenza di un cruento serial killer dalla fattezze mostruose, dalla rappresentazione cruda, splatter di squartamenti, omicidi e violenze. Nel fumetto di Dylan Dog, questa atmosfera cruenta è respirabile sin dal primo numero, quando uno zombi cerca di uccidere un donna, Sybil Browning, (ancora un altro omaggio, questa volta a Ted Browning, regista di Freaks) che è costretta a difendersi dall’assalitore infilzandolo con delle forbici: tutta la scena è descritta e disegnata nei suoi minimi e cruenti dettagli (si noti anche come l’ambientazione ricordi Shining e le famose scene di inseguimento di Jack Torrence e della moglie):

O ancora, nello stesso numero, quando ci si imbatte in un crudo intervento chirurgico operato ad uno zombi:

L’horror in Dylan Dog, e lo stesso vale per le varie produzioni del New American Horror, si differenzia dal genere dell’horror/thriller psicologico à la Hitchock per l’assenza di trame molto intricate e per la poco profonda penetrazione psicologica: l’orrore, in Dylan Dog, si concretizza in creature mostrose, eventi soprannaturali, situazioni splatter che restano, comunque, esterni ed estranei rispetto al lettore, al contrario di quanto avviene negli horror di Hitchock (come, ad esempio, in Psycho) in cui l’orrore proviene da persone normali che celano perversioni e complessi psicologici e con cui lo spettatore può, a tratti, identificarsi. L’orrore in Dylan Dog, e del New American Horror, può definirsi più catartico rispetto al tradizionale horror à la Hitchock: il protagonista, Dylan, si ritrova a fronteggiare mostri, stregoni, licantropi che incarnano alle paure e agli istinti inconsci dell’uomo e che, una volta sconfitti, regalano al lettore quella sensazione di avere oggettivato le paure e di essersi liberato di loro. Ed è alla luce di ciò che le numerose citazioni e gli innumerevoli rimandi e dettagli descrittivi sembrano acquisire un senso unitario: tutti gli elementi sgangherati, provenienti dalla cultura pop, dal cinema, dalla letteratura contribuiscono a conferire plasticità a quell’universo di paure e incubi che possono, così, finalmente concretizzarsi ed essere espiate catarticamente dall’indagatore dell’incubo.