In noi risiede una resistenza passiva alla violenza che testimonia la nostra essenza protratta verso l’infinito

Perché in Fury il protagonista ha difficoltà nel combattere il nemico?Per Lèvinas è tutta colpa del nostro volto
La guerra che annienta l’individuo
Durante la seconda guerra mondiale, una giovane recluta, Norman, verrà inserita in una squadra di carristi veterani per sostituire un loro mitragliere.Cosi facendo, entrerà in contatto con il vero volto della guerra: un conflitto armato che non lascia spazio a etica o emozioni.Una lotta che minaccia soprattutto di distruggere la sua integrità morale.Norman non vuole uccidere nessuno, e tuttavia quello è il suo compito.Ma come si può uccidere una persona?E perché risulta così difficile?
Il volto: tra connessione e resistenza
Secondo Lèvinas, l’uomo possiede una difesa naturale contro la violenza: il volto.In esso si nasconde una responsabilità etica e sociale pressante.Se si incrocia lo sguardo con un altra persona, si diviene automaticamente connessi con lui, accettando in un certo senso un accordo silenzioso di rispetto e non aggressione reciproca.Forse anche per questo, Norman ucciderà per la sua prima volta un soldato girato di spalle.Obbligato dal suo capo della squadra carristi ,viene costretto, anche con la violenza, a premere il grilletto contro il prigioniero di guerra indifeso.Questo momento devasterà psicologicamente e moralmente Norman, facendogli intendere il vero “volto” della guerra, dove l’unico punto di connessione tra individui può essere unicamente la morte.

La morte come aggiornamento costante
A prima vista, la morte potrebbe essere una limitazione, tuttavia per Lèvinas rappresenta l’esatto opposto.In essa risiede la consapevolezza dell’incertezza, il cui scopo primario è quello di liberarci.Infatti, se si conoscesse l’esatto momento della nostra dipartita, si sarebbe rinchiusi in una gabbia di assoluta certezza.Invece, la consapevolezza di non conoscere il giorno della nostra fine ci fornisce uno sprazzo di libertà, un ritaglio imprecisato di tempo dove possiamo agire con assoluta autonomia.Il tempo ci aggiorna costantemente dalla nostra morte, concedendoci un margine di libertà.Questa libertà è testimoniata non solo dalla nostra autosufficienza, ma anche e soprattutto dal nostro volto.In esso è contenuta la nostra alterità, che danza vivacemente sul fondo dei nostri occhi.Come un fuoco, non potrebbe scaturire senza che qualcosa l’alimenti.Infatti anche il volto, se fosse un unico e solo non avrebbe più significato.Esso assume il suo vero potenziale nella sua pluralità, che testimonia la sua libertà.
La pluralità dell’infinito
La vera essenza della libertà si potrebbe ricercare nella sua molteplicità.Se fosse possibile eseguire una sola azione in un determinato contesto, sarebbe difficile chiamarla un azione libera.Al contrario, spesso la libertà coincide con una molteplicità di azioni possibili.Questo concetto può essere esteso anche al termine di volto.Ogni persona ne possiede uno diverso, che con la sua unicità messa in contatto con le unicità altrui, dimostra non solo la sua storia, ma anche la sua libertà.Ogni volto sembra trovare il suo vero scopo nella relazione con un altro.Come un mosaico dove ogni singolo frammento trova la sua completezza nel disegno complessivo.Infatti, in ogni volto non risiede solo l’essenza presente dell’individuo, ma anche il suo avvenire.D’altronde, cosa sarebbe la libertà senza futuro?