L’etimologia di molte parole appartenenti al lessico siciliano, provenienti dal latino e spesso anche dal greco o dall’arabo, spiegata con l’esempio pratico di un famoso canto siciliano moderno: “Cocciu d’Amuri”.

Avete mai pensato all’origine dei dialetti? Al modo in cui si sono evoluti, a quanto fossero utilizzati prima della nascita della vera e propria lingua italiana? Oggi faremo un breve viaggio nel mondo dei dialetti, per scoprire la provenienza di alcune parole siciliane.
Cocciu d’Amuri, le radici del siciliano in una ballata di Analfino
“Cocciu d’amuri” è una dolcissima ballata siciliana, cantata con la maestria di Lello Analfino, leader del gruppo musicale dei Tinturia. In questa serenata si coglie tutta la bellezza della lingua siciliana, che dimostreremo essere un idioma con profonde radici affondate nella lingua latina.
Una locuzione siciliana e l’Eneide di Virgilio
“Sangu miu!”: questa è una delle affermazioni con cui, nella lingua siciliana, si esprime attaccamento ad una persona. Sangu miu, che sta appunto per: mio sangue. Nell’Eneide di Virgilio, illustrissimo scrittore latino della Roma d’età Repubblicana, leggiamo all’interno di un verso del VI Libro: “O sanguis meus”, che letteralmente si traduce: “Oh mio sangue”. Questa locuzione rende il legame affettivo che proviene da un legame più intrinseco, profondo ed indissolubile: il legame di sangue. Ecco quindi da dove proviene la locuzione siciliana.
Gli errati pregiudizi verso gli idiomi dialettali
Purtroppo, spesso, nell’immaginario collettivo la cultura popolare e soprattutto l’idioma dialettale, sono considerati di una certa “bassezza culturale”. Coloro che utilizzano il dialetto, perciò, sono spesso etichettati come “volgari, rozzi, ignoranti”. Nulla di più sbagliato. Anche soltanto dall’esempio riportato poco prima, risulta chiaro come una frase molto diffusa nella lingua siciliana possa avere delle radici molto più profonde. Il dialetto è origine, radice, cultura. Il dialetto è l’idioma immediatamente successivo al soccombere della lingua latina, da cui appunto proviene. L’italiano, lingua standard, riconosciuta ed ufficializzata, è paradossalmente soltanto un figlio delle grandi madri quali sono i dialetti.
Non solo parole: anche la dizione è collegata ai dialetti
Non solo molte parole del lessico siciliano sono derivate dal latino, ma anche la dizione dell’italiano standard, talvolta, corrisponde ai suoni dei dialetti come il siciliano. Ad esempio “cadére” ha la penultima “e” chiusa, che si pronuncia quindi “é”, con “e” acuta. In dialetto siciliano, “cadere” corrisponde a “càriri”, che presenta per l’appunto la “i”, vocale di natura chiusa. Alla parola “ricórdàre”, corrisponde la siciliana “ricurdàri”, in cui la “u” è un’altra vocale chiusa.
Un esempio pratico: “Cocciu d’Amuri”
La recente serenata di Lello Analfino, “Cocciu d’Amuri”, citata all’inizio dell’articolo, sarà un ottimo esempio pratico. Questa canzone, peraltro, è stata utilizzata in un film del famoso duo comico palermitano Ficarra e Picone. Ecco la prima strofa:
“Affaccia bedda e senti sta canzuni
la canto sulu a tia cocciu d’amuri
lu sangu mi fa buddiri ne i vini
se nun ti viu mi veni di muriri”
“Sporgiti dal balcone, bella e senti questa canzone
La canto soltanto a te, coccio (seme) d’amore,
Mi fai ribollire il sangue nelle vene,
Se non ti vedo mi sento come se morissi”
In questa prima strofa della canzone, ad esempio, la parola “bedda”, appellativo con cui il cantante chiama la propria amata, proviene dall’aggettivo latino di prima classe “bellus, bella, bellum”, che significa “gentile, amabile, grazioso”.
Un’infinità di sostantivi siciliani con derivazione latina
- “Cantu”, dal verbo siciliano “cantari” che significa cantare, proviene dal verbo latino “Cano”, il cui paradigma è appunto: cano, canis, cecini, cantum, canere; il suo significato, a sua volta, è “cantare, far risuonare”.
- “Amor, amoris” è il sostantivo latino di III declinazione che indica sia Cupido, il Dio dell’Amore, che l’affetto. Da questo sostantivo latino deriva la parola siciliana “amuri”: l’amore, appunto.
- “buddiri, vugghiri”, che in siciliano vuol dire “bollire”, nel contesto della canzone “ribollire”, proviene dal verbo latino di IV coniugazione “bullĭo, bullis, bullii, bullīre”, che significa: “bollire, gorgogliare”.
- “vena-ae” dal latino “vena, polso, vita”. Da questo sostantivo di I declinazione deriva il siciliano “vini”, per l’appunto “vena”.
- “muriri”, dal siciliano “morire”, è una parola che proviene dal verbo deponente latino “mŏrĭor, mŏrĕris, mortuus sum, mŏri”.
Potremmo continuare all’infinito, elencando molte parole siciliane derivate direttamente dal lessico latino. Persino la costruzione della frase siciliana con il verbo alla fine, SOV, ovvero Soggetto Oggetto Verbo è uguale a quella del latino. Invece, in italiano, si utilizza la costruzione SVO, ovvero Soggetto, Oggetto, Verbo.
I dialetti, lingue autentiche
Il punto è che l’idioma dialettale, quale può essere il siciliano, il sardo, il toscano e così via, è una vera lingua. Deve quindi essere trattata con la dignità ed il rispetto che si competono a dei prodotti culturali che si sono evoluti nel corso di secoli, fino ad arrivare allo stato in cui sono oggi. Impariamo i dialetti, gustiamoli, custodiamoli. Sono le nostre radici e sono ciò che di più vivo, intimo e tangibile ci rimane della nostra amata antenata, la lingua latina.