Hannes è la nuova mano protesica di derivazione robotica sviluppata dal Rehab Technologies. Questo laboratorio, nato nel 2013, è il risultato della collaborazione fra l’Inail e l’Istituto italiano di tecnologia (IIT) di Genova. Il nome di questo prodotto è un omaggio al professore Hannes Schmidl, a cui si deve l’avvio dell’attività di ricerca protesica. Hannes è dunque una mano protesica poliarticolata a controllo mioelettrico, ovvero sfrutta le deboli correnti bioelettriche generate dall’attività muscolare e derivate a livelllo cutaneo. Essa è in grado di restituire oltre il 90% delle funzionalità naturali ed ha nelle sue caratteristiche principali la morbidezza e la capacità di adattamento alla forma degli oggetti. Questo grande traguardo raggiunto dall’ingegneria robotica rappresenta un buono spunto per analizzare l’importanza della mano in filosofia.
Rousseau e la conquista della distanza
Rousseau nel “Discorso sulla disuguaglianza”, parlando dell’acquisizione della posizione eretta da parte dell’uomo, sottolinea l’importanza dell’aver “liberato” la mano. La mano infatti, consentendo il lancio o anche la semplice minaccia di esso, può tenere lontano l’aggressore. Particolarmente rilevante non è la possibilità di “colpire” o “ferire” qualcuno, ma è la possibilità di conquistare e mantenere una certa distanza. Possedere una certa distanza dagli atri infatti consente di avere un grande patrimonio di possibilità. Prima fra tutte l’uomo può cessare di essere un animale costretto a fuggire ad ogni pericolo. La mano inoltre permette la disattivazione del corpo. Mentre per gli animali è necessario utilizzare tutto il corpo nelle loro funzioni, per l’uomo tale necessità non è sempre presente. Noi infatti possiamo compiere molte delle nostre azioni senza dover impiegare tutto il corpo.

Giordano Bruno: l’uomo è mano ed intelletto
Come è possibile il salto dell’uomo da una condizione di natura ad una condizione di cultura? Questa domanda è il punto di partenza dell’antropologia di Giordano Bruno. Riprendendo la concezione aristotelica della mano come “organo degli organi”, dove il termine organo indica strumento, Bruno ne rovescia premessa e conclusione. Aristotele infatti partiva dall’assunto che, se un intelletto opera in vista di un determinato fine, allora assegna alla mano la strumentalità per conseguirlo. Bruno invece considera il risultato dell’azione di questo organo ciò che determina la qualità della mente. L’uomo infatti non possiede già un intelletto attivo, ma arriva ad ottenerlo proprio grazie alla strumentalità della mano. In quanto è il corpo a strutturare la mente e l’anima, la mano stessa è alla base della civiltà. Essa consente l’operatività, consente all’uomo di eseguire in maniera operativa le sue funzioni. Questa è la grande differenza con gli animali. Altra grande funzionalità della mano è quella di liberare la bocca. Mentre prima la bocca serviva come mezzo per portare gli oggetti e per difendersi, in seguito queste funzioni sono state realizzate dalla mano. La bocca dunque ha potuto svilupparsi nella sua attività linguistica e fonetica.
Heidegger e l’ente in relazione all’uomo
Anche nella filosofia di Martin Heidegger il concetto di mano assume un ruolo importante. Nell’analizzare lo statuto dell’ente in rapporto all’uomo, Heidegger utilizza due termini chiave: “Zuhänden” e “Vorhänden”, traducibili rispettivamente con “Utilizzabile” e “Disponibile”. Entrambi presentano come propria radice il termine Hände, che in tedesco significa appunto mano. L’uomo si trova in un mondo che è già dato e trova intorno a sé enti ugualmente già dati. Tali enti però sono per lui utilizzabili, sono disponibili. Il tutto in funzione di quel progetto che è la vita stessa dell’uomo. Inoltre nella figura stessa del progetto ritorna quell’idea di distanza di Rousseauiana memoria. Il progetto infatti altro non è che una proiezione, di natura probabilistica, nella distanza spazio-temporale della propria vita.

Derrida legge Heidegger
Ma l’importanza della mano in Heidegger non si conclude qui. Anzi è talmente radicata che porterà Derrida a scrivere il testo “La mano di Heidegger”. In questo saggio emerge il parallelismo fra il linguaggio e la mano. Una mano però che adesso è analizzata oltre la sua prima funzionalità di prendere ed afferrare. Essa infatti ha anche la capacità di tracciare dei segni, dei gesti, che trapassano il linguaggio stesso. Nella gestualità l’uomo parla tacendo, e questo “parlare” è direttamente collegato al suo pensare. Ogni opera della mano dunque poggia direttamente sul pensiero. Per questo motivo secondo Heidegger “il pensiero è la più semplice e quindi la più difficile delle opere della mano dell’uomo”, ed è per questo motivo che solo l’uomo può possedere la mano, poiché egli possiede anche il linguaggio. Oltre a ciò c’è un altro grande elemento di comunanza fra mano e linguaggio, ed è il donare. Scrive Derrida “la co-appartenenza essenziale tra mano e parola, distinzione essenziale dell’uomo, si manifesta proprio nel fatto che la mano manifesta ciò che è nascosto”. Mano e linguaggio dunque donano, mostrano qualcosa che è nascosto. Ma cos’è questo “qualcosa”? Esso è il senso stesso della nostra esistenza: l’essere.
Dario Montano