Guardarsi allo specchio e sapere di esistere

Lo studio

Secondo una nuova ricerca, anche il pesce pulitore (Labroides dimidiatus) è in grado di riconoscersi allo specchio. Potrebbe sembrare cosa da poco, ma non lo è. Abituati alla nostra visione antropica del mondo, attribuiamo capacità tipicamente umane ad altri esseri viventi, come pensare di riconoscere un sorriso nell’espressione del nostro cane, che tende invece a manifestare contentezza in maniera diversa (scondinzolando), o ritenere che stia guardando la TV (sebbene in effetti i cani siano in grado di riconoscere altri cani in TV¹).
Riconoscere sé stessi allo specchio è invece un’abilità molto più complessa, che implica un’altra capacità, quella che caratterizza gli esseri umani e li distingue da tutti gli altri mammiferi: l’autocoscienza.

Test dello specchio in un’amadriade Papio hamadryas (foto: Wikipedia)

Il test dello specchio

Il test fu ideato nel 1970 dallo psicologo Gordon Gallup Jr.² e il presupposto alla base è semplice: porre uno specchio davanti all’animale e dedurre, dalle sue reazioni, se è in grado di riconoscersi o meno. Di fatto, la realizzazione dell’esperimento è più articolata di così ma allo stesso tempo estremamente elegante.
Gallup effettuò l’esperimento su degli scimpanzé comuni (Pan troglodytes) che non avevano mai avuto a che fare con degli specchi. Dapprima mise la cavia in una stanza, lasciandola da sola per due giorni. Dopodiché pose uno specchio e osservò il comportamento dell’animale. In un primo momento lo scimpanzé minacciava il suo riflesso, in seguito assumeva comportamenti diretti a sé stesso, come pulirsi o fare smorfie.
Gallup aggiunse così un’altra variabile. Anestetizzò lo scimpanzé e utilizzò un colore che, una volta asciugato, era inodore e indistinguibile al tatto, per marchiargli un’arcata sopraccigliare e parte di un orecchio. Al risveglio, lo specchio non era presente, così Gallup poté dapprima stabilire la baseline dei comportamenti: calcolò cioè la frequenza (presumibilmente bassa, in quanto casuale) con cui l’animale si toccava le parti marchiate. In un secondo momento riposizionò lo specchio e misurò di nuovo la frequenza di quei comportamenti. In effetti, non solo la frequenza risultò più alta, ma l’animale metteva in atto nuovi comportamenti inequivocabili, come cambiare posizione per osservare meglio i marchi, o toccarli mentre si specchiava.


Reazioni di una gazza europea a un test dello specchio. La gazza cerca ripetutamente di togliere il marchio (Video: wikipedia)

I risultati dello studio

Il pesce pulitore dell’esperimento avrebbe superato tutte le fasi del test: reazioni sociali verso il riflesso, comportamenti idiosincratici ripetuti verso lo specchio, e frequente osservazione del proprio riflesso.
Da tali risultati sorge spontanea la domanda: il pesce è dunque in grado di riflettere su sé stesso? È dotato, cioè, di autocoscienza?
Purtroppo non è possibile fornire una vera risposta. Il test, di per sé, può aiutare a comprendere e a sviluppare ulteriori ipotesi (e procedure sperimentali). La situazione però si complica quando a essere sottoposti al test sono animali che, al contrario dei primati, non hanno comportamenti antropomorfi, o i cui comportamenti possono essere equivocati in quanto messi già in atto anche in natura per ragioni svariate (per esempio, un animale può tendere a pulirsi spesso perché abituato a essere sporco, o altri motivi che trascendono la presenza di una nuova “macchia” speciale).

La corteccia prefrontale è adibita a una varietà di compiti complessi, propri degli esseri umani (foto: psychologytoday.com)

Coscienza di sé e lobi prefrontali

I bambini non si fanno molti problemi a scorrazzare nudi in spiaggia, ma tra i 4 e i 7 anni circa le cose cambiano. Perché?
Per poter provare vergogna, è necessario, per così dire, sapere di esistere. L’inadeguatezza che si prova nel trovarsi nudi, o per esempio nell’inciampare in pubblico, deriva innanzitutto dal percepirsi come individui in una società, distinti dagli altri.
L’egocentrismo proprio del bambino (che crede che la luna lo segua mentre cammina) è un buon esempio di come l’essere umano sia in realtà un insieme di complesse abilità cognitive e metacognitive che evolvono, abilità per nulla scontate, in grado di cambiare completamente il modo in cui ci interfacciamo con il mondo.
Un altro esempio è la Teoria della Mente³. Riconoscere nelle altre persone intenzioni ed emozioni diverse dalle nostre richiede uno sforzo cognitivo non indifferente, con un grado di astrazione che è impossibile riscontrare nel mondo animale.
La maggior parte delle nostre abilità più complesse risiederebbe nei lobi prefrontali4, la cui lesione può portare a deficit cognitivi e drammatiche alterazioni del comportamento. La capacità di riflettere su di sé, sul proprio comportamento, sulle proprie emozioni, deriva da un’intensa attività di diverse aree cerebrali in comunicazione, in cui i lobi prefrontali giocano un ruolo fondamentale. Non sorprende dunque che alcuni disturbi di personalità siano attribuibili anche ad alterazioni metaboliche di queste regioni, come la personalità antisociale – il che spiegherebbe la “malvagità” nei comportamenti di alcuni individui, siano essi politici o serial killer, incapaci di provare colpa o vergogna, o di capire le ragioni degli altri, equivocandole in maniera delirante, spesso con contenuti persecutori.
Non possiamo ancora sapere quanti animali siano in grado di riconoscersi, né possiamo stabilire se tale capacità è correlata ad altre, a noi al momento sconosciute.
Una cosa però è certa: per secoli abbiamo sottovalutato le doti di altre specie il cui studio, oltre a sorprenderci, può gettare maggiore luce anche sulla nostra stessa natura.

Note:
¹ Autier-Dérian, D., Deputte, B. L., Chalvet-Monfray, K., Coulon, M., & Mounier, L. (2013). Visual discrimination of species in dogs (Canis familiaris). Animal cognition, 16(4), 637-651.
² Gallup, GG Jr. (1970). “Chimpanzees: Self recognition”. Science. 167 (3914): 86–87.
³ Premack, D., & Woodruff, G. (1978). Does the chimpanzee have a theory of mind?. Behavioral and brain sciences, 1(4), 515-526.
4 Stuss, D. T. (1991). Self, awareness, and the frontal lobes: A neuropsychological perspective. In The self: Interdisciplinary approaches (pp. 255-278). Springer, New York, NY.

Fonti:
– Kohda, M., Takashi, H., Takeyama, T., Awata, S., Tanaka, H., Asai, J. Y., & Jordan, A. (2018). Cleaner wrasse pass the mark test. What are the implications for consciousness and self-awareness testing in animals?. bioRxiv, 397067.