Il confine tra verità biografica e invenzione narrativa si dissolve nell’incontro tra letteratura e cantautorato. Menzogna e sortilegio e Rimmel decostruiscono l’affidabilità del ricordo, trasformando il passato in un artefatto estetico. L’alterazione degli eventi vissuti diventa l’unica strategia di sopravvivenza contro l’inarrestabile consunzione dei legami affettivi.

L’indagine sui meccanismi dell’autoinganno attraversa la produzione culturale italiana del Novecento, tracciando una linea di continuità inaspettata tra la grande forma romanzesca e l’espressione musicale d’autore. La rievocazione del passato smarrisce la propria funzione testimoniale per assumere i contorni di una riscrittura deliberata, finalizzata a neutralizzare il trauma dell’abbandono o del decadimento. L’opera letteraria di Elsa Morante e la discografia di Francesco De Gregori affrontano la medesima urgenza epistemologica, svuotando il dato biografico della sua pretesa di oggettività. La narrazione retrospettiva cessa di funzionare come specchio fedele degli eventi per rivelarsi uno strumento di manipolazione consapevole, un filtro retorico necessario per tollerare le spaccature dell’esperienza umana.
Il sortilegio domestico e la reinvenzione della stirpe
Il cosmo claustrofobico delineato da Elsa Morante si fonda su una metodica e ininterrotta contraffazione della realtà materiale. L’io narrante agisce all’interno di uno spazio domestico dominato dalla miseria, opponendo al degrado la potenza incantatoria della parola. La memoria cede il passo all’allucinazione controllata, tramutando i consanguinei in figure mitologiche funzionali a un disegno compensatorio. L’atto di ricordare coincide con un processo di modellazione plastica dell’identità familiare, in cui i traumi subiscono una trasfigurazione favolistica indispensabile per garantirne l’accettazione. Il vincolo di sangue perde la propria valenza biologica primaria, trasformandosi in una prigione mentale le cui sbarre sono forgiate dall’inganno condiviso. L’autrice smantella l’illusione di una cronaca oggettiva, affidando alla protagonista il compito di orchestrare una litania che piega gli accadimenti alle urgenze del desiderio infantile prolungato nell’età adulta. La falsificazione narrativa si erge a baluardo contro lo scorrere inesorabile del tempo, offrendo un rifugio precario ma vitale dalle brutalità della storia collettiva e dalle incomprensioni reciproche. La genealogia diventa un’invenzione retorica, un esercizio di stile impiegato per mascherare i fallimenti accumulati da generazioni radicalmente incapaci di confrontarsi con le esigenze pratiche della modernità borghese.

L’artificio cosmetico come filtro del vissuto sentimentale
La prospettiva di smitizzazione del vissuto trova un perfetto corrispettivo nella produzione discografica di Francesco De Gregori. Il cantautore applica la medesima sfiducia verso la memoria oggettiva al dominio delle relazioni interpersonali, confinando la chiusura di un legame amoroso in una dimensione squisitamente teatrale. La fine di un idillio smette di rappresentare un dramma naturalistico per degradarsi a esibizione scenica, dove ogni attore indossa una maschera calcolata per celare il disorientamento sottostante. Il testo musicale utilizza l’oggetto cosmetico – Rimmel – per denunciare la natura posticcia dei sentimenti esibiti, sottolineando la distanza incolmabile tra l’emozione pura e la sua inevitabile traduzione in formule linguistiche convenzionali. Il ricordo della convivenza viene sottoposto a un’operazione di maquillage radicale, progettata specificamente per addolcire i contorni di una separazione altrimenti intollerabile per la tenuta logica dei protagonisti. L’artificio estetico si sostituisce alla confessione autentica, evidenziando l’impossibilità di trattenere l’essenza di un incontro umano senza inquinarne la purezza originaria attraverso i filtri dell’orgoglio. La conservazione di frammenti cartacei casuali ribadisce la frammentarietà dell’esperienza stessa, ridotta a un insieme di indizi che la mente riassembla seguendo logiche di mera convenienza psicologica, del tutto slegate dall’effettivo svolgersi degli accadimenti biografici reali.
E qualcosa rimane
Fra le pagine chiare e le pagine scure
E cancello il tuo nome dalla mia facciata
E confondo i miei alibi e le tue ragioni
I miei alibi e le tue ragioni
La convergenza finale nella retorica dell’addio
Il parallelismo tra la forma romanzesca dilatata e il testo cantautorale estremamente sintetico illumina una profonda e condivisa sfiducia nei confronti della verità autobiografica. Entrambi gli autori individuano nella scrittura, o nella composizione musicale, non un mezzo per preservare il tempo perduto nella sua integrità, bensì uno strumento di difesa atto a mistificarne la crudeltà intrinseca. L’abbandono delle pretese realistiche consente di esplorare la radice profondamente utilitaristica della facoltà mnemonica, impiegata dalle coscienze umane per lenire ferite pregresse e prevenire traumi futuri. L’identità personale si rivela un costrutto instabile, soggetto a continue revisioni dettate dalle necessità immediate del momento presente, lontano da qualsiasi ancoraggio a fatti inconfutabili. L’elaborazione letteraria densa della Morante e l’ermetismo lirico di De Gregori approdano, pur partendo da presupposti stilistici opposti, alla medesima conclusione disincantata. L’integrità del passato rappresenta un mito insostenibile, destinato a sgretolarsi dinanzi all’urgenza pressante di dare un senso compiuto all’esistenza in corso, un’esistenza che richiede narrazioni coerenti per arginare il caos emotivo. La parola scritta e la voce cantata diventano i vettori primari di un autoinganno necessario, la sola strategia praticabile per attraversare il collasso di un’epoca familiare o la fine di una parentesi sentimentale mantenendo intatta la propria integrità psichica. L’espressione artistica cessa di operare come testimonianza fedele dei fatti per affermarsi definitivamente come supremo, insostituibile strumento di sopravvivenza cognitiva.