Guardiamo ossessivamente il True Crime perché cerchiamo la catarsi aristotelica contro le nostre paure

Le classifiche confermano che il racconto di cronaca nera è uno degli intrattenimenti dominanti del nostro tempo. Non si tratta di semplice voyeurismo sadico, ma di un antico meccanismo psicologico. Aristotele lo chiamava catarsi: l’arte di osservare l’orrore in uno spazio sicuro per purificare l’anima dalle sue angosce più profonde.

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Le piattaforme di streaming e i canali di podcasting mostrano una tendenza inequivocabile: il genere True Crimemonopolizza l’attenzione del pubblico contemporaneo. Milioni di utenti dedicano ore alla visione di documentari su omicidi seriali o all’ascolto di ricostruzioni forensi dettagliate. Questa fascinazione di massa viene frequentemente liquidata dalla critica generalista come una forma di morbosità o di insensibilità emotiva. L’indagine filologica, tuttavia,permette di ribaltare questa prospettiva superficiale. Non ci troviamo difronte a una degenerazione etica della società moderna, bensì alla riattivazione inconscia di una funzione necessaria della psiche umana, già codificata nel IV secolo a.C. La Poetica di Aristotele fornisce gli strumenti teorici per comprendere che la fruizione del crimine mediato dallo schermo risponde a un bisogno fisiologico di immunizzazione dal male.

La funzione medica della tragedia: il concetto di catarsi

Per comprendere la natura “terapeutica” del True Crime, occorre analizzare il termine tecnico che la filosofia antica utilizza per descrivere l’effetto della tragedia sugli spettatori. Aristotele non intende l’arte come puro diletto estetico, ma come un’operazione quasi chirurgica sulle emozioni. Il concetto di katharsis deriva dal verbo greco che indica l’atto di pulire o purificare e possiede una doppia valenza semantica nel mondo classico: una religiosa, legata ai riti di espiazione, e una medica, legata all’espulsione di umori nocivi dal corpo. Nella visione aristotelica, la rappresentazione di eventi terribili serve a realizzare la purgazione di sentimenti che, se trattenuti, diverrebbero tossici per l’individuo.

Il documentario contemporaneo replica esattamente questa dinamica. Lo spettatore accumula tensioni, paure e ansie riguardo alla violenza imprevedibile del mondo reale durante la vita quotidiana. L’atto di guardare una serie su un serial killer, paradossalmente, non alimenta queste paure ma permette di scaricarle. Come in un rito sacrificale o in una terapia medica, l’esposizione controllata al “veleno” della violenza in dosi gestibili (la narrazione televisiva) produce un effetto di sollievo immediato. La visione dell’orrore diventa uno strumento per ripristinare l’equilibrio emotivo, trasformando l’angoscia informe in un’esperienza finita, circoscritta e comprensibile.

The Ethics of True Crime. The article “Remember the Victims, Not… | by Cora  Garrano | Medium

La meccanica della paura: compassione e terrore

 

Il processo catartico  richiede la sollecitazione simultanea di due stati d’animo precisi e apparentemente contraddittori. L’efficacia di un prodotto True Crime si misura sulla sua capacità di replicare il binomio tragico aristotelico composto da pietà e terrore. Nel lessico greco, il phóbos non è una semplice paura generica, ma il terrore viscerale che nasce dall’identificazione: temiamo perché comprendiamo che quella sciagura potrebbe accadere a noi. L’éleos, invece, indica tecnicamente la partecipazione al dolore per chi subisce un male immeritato, una forma di compassione attiva.

Quando osserviamo la ricostruzione di un crimine, il nostro sistema emotivo oscilla costantemente tra questi due poli. Proviamo pietà per la vittima, riconoscendone l’innocenza violata, e terrore verso l’assassino o la situazione di pericolo, proiettando noi stessi nella scena. Questa oscillazione è fondamentale per il successo del genere: se provassimo solo terrore, fuggiremmo dallo schermo; se provassimo solo pietà, ne saremmo schiacciati. La narrazione criminale crea una “distanza di sicurezza” che ci permette di sperimentare queste emozioni estreme senza subirne le conseguenze reali. È un addestramento emotivo in piena regola: impariamo a gestire la paura della morte e della violenza vivendole per interposta persona, in un ambiente protetto dove il male viene, alla fine, analizzato e spiegato.

L’errore fatale e la comprensione intellettuale

Un ultimo elemento collega le serie moderne alla struttura drammaturgica antica: la ricerca della causa. Il pubblico non guarda True Crime solo per emozionarsi, ma per capire perché è successo. Questo desiderio di razionalizzazione del male risponde a un preciso concetto legato alla struttura dell’intreccio: la hamartía. Spesso tradotto erroneamente in ambito cristiano come peccato, il termine indica in origine un errore di valutazione, uno sbaglio di calcolo o una fragilità cognitiva che porta alla catastrofe. Nella tragedia l’eroe cade non perché è intrinsecamente malvagio, ma per un errore fatale.

Allo stesso modo, nei documentari criminali, l’indagine si concentra ossessivamente sui dettagli che hanno portato al delitto: l’errore della vittima che si è fidata della persona sbagliata, il trauma infantile del killer, la falla nel sistema di polizia. Identificare la hamartía offre allo spettatore un senso di controllo intellettuale sul caos. Aristotele afferma che l’apprendere è il più grande dei piaceri umani: ricostruire la logica perversa di un omicidio ci illude di poter prevedere e prevenire il male nella nostra vita. Il True Crime trasforma l’orrore insensato in una sequenza causale logica, restituendo ordine a un mondo percepito come pericoloso e imprevedibile. Non guardiamo il crimine per amore del sangue, ma per amore della logica che lo spiega.

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