James Weck teme le parole, Wittgenstein le abita: due visioni diverse sul senso del parlare.

Il giovane James Weck teme che le parole tradiscano i pensieri. Per Wittgenstein, invece, parlare è agire secondo regole comuni. Due prospettive diverse, ma entrambe illuminanti, sulla distanza, o vicinanza, tra dire e pensare.
PARLARE È ASSURDO
“Eppure la lingua in cui penso e quella in cui parlo sembrano spesso talmente lontane.”
Così si esprime James Weck, il giovane protagonista del romanzo ‘’Un giorno questo dolore ti sarà utile’’ di Peter Cameron. Una frase che può sembrare malinconica o poetica, ma che in realtà nasconde una riflessione radicale sulla natura del linguaggio.
James, in una delle sue sedute con la dottoressa Adler, la sua psicoterapeuta, si ritrova immerso nel silenzio. Non si tratta solo della solita riluttanza a parlare, ma di qualcosa di più profondo: sente di non avere nulla da dire, o meglio, che qualsiasi cosa possa dire tradirebbe ciò che pensa davvero.
Secondo lui, il pensiero e la parola non sono né simultanei né necessariamente collegati. Anzi, il tentativo di esprimere a parole un pensiero gli sembra addirittura pericoloso: il linguaggio infatti, avvelena ciò che la mente produce in purezza. Parlare diventa, allora, un gesto assurdo perchè ‘’ è impossibile comunicare con precisione quello che si pensa’’. Il linguaggio autentico, per James, è quello del pensiero: privato, silenzioso, intimo.
Ma è davvero così? Parlare è effettivamente assurdo ? Possiamo dire che esiste una vera e propria incomunicabilità tra esseri umani ?

IL LINGUAGGIO È UNA FORMA DI VITA
A questa tensione tra pensiero e parola possiamo accostare la riflessione radicalmente diversa, di Ludwig Wittgenstein, presentata nella sua opera ‘’Della certezza’’.
Per Wittgenstein, parlare non è un tentativo di tradurre pensieri puri in parole imperfette, ma è un’attività inserita in un contesto condiviso: una forma di vita.
Il linguaggio ha senso solo all’interno di un sistema di regole, infatti è solo al suo interno che possiamo dire se la proposizione è vera o falsa. Possiamo considerare queste regole come le regole di un gioco, ciò significa che non è qualcosa che abbiamo stabilito perché ci siamo convinti della loro verità, ma semplicemente perché queste regole ci danno un’immagine del mondo coerente, in un certo senso ‘’ ci permettono di giocare.
Per capire meglio possiamo pensare al gioco degli scacchi, negli scacchi io posso dire che una regola è ‘’che non si può fare più di una mossa alla volta’’ perché mi consente di giocare e anche di giocare bene, ma non posso dire che una regola è’’ lanciare via la scacchiera’’, perché questo non mi consente di giocare.
Queste regole del gioco, nel linguaggio di Wittgenstein, prendono il nome di proposizioni logiche, queste diventano il punto di partenza e non vengono più messe in discussione. Un esempio di proposizione logica è: questo è un metro. Questa è una proposizione che teniamo ferma e a partire dalla quale adattiamo le altre.
Attraverso queste proposizioni logiche si forma un sistema di regole, e dentro questo sistema di regole ha senso dire se la proposizione è vera o falsa, perché dentro il sistema abbiamo una serie di piccoli controlli reciproci.
Dire ciò significa essenzialmente sostenere che le nostre proposizioni si controllano nella totalità delle proposizioni che enunciamo, e dunque che il nostro sapere è fondato, ma non ha fondamento, ma ciò non rappresenta un problema per Wittgenstein in quanto la comunicazione da ultimo non ha bisogno di fondamenti metafisici: funziona, ed è questo ciò conta.
INCOMUNICABILITÀ O IMPERFEZIONE NECESSARIA ?
A questo punto possiamo domandarci: chi ha ragione? James, con la sua angoscia per l’impossibilità di dire davvero ciò che si pensa? O Wittgenstein, che ci invita a guardare al linguaggio non come specchio del pensiero, ma come pratica quotidiana, strutturata da regole condivise?
Forse non si tratta di scegliere, ma di riconoscere i due livelli della questione.
James ha ragione nel dire che parlare modifica ciò che pensiamo: ogni parola espone, semplifica, traduce. Ma Wittgenstein ci ricorda che proprio questa esposizione è ciò che ci rende umani: è parlando che pensiamo insieme, che ci comprendiamo, che costruiamo mondi condivisi.
Il linguaggio, allora, non è un tradimento del pensiero, ma la sua forma pubblica. È ciò che ci consente di entrare in relazione, pur accettando che la precisione assoluta, come la purezza del pensiero di James, sia forse un’illusione.