Lise reclama la morte come scelta: una sfida diretta al destino e all’ordine implacabile degli stoici.

Lise, protagonista di Biglietto di sola andata, sceglie la propria morte con lucida determinazione, sfidando il principio stoico di accettare il destino. Un atto estremo che mette in crisi il confine tra controllo e accettazione.
L’UOMO GIUSTO
“Uccidimi’’.
Questo chiede Lise, la protagonista dell’opera ‘’Biglietto di sola andata’’ di Muriel Spark, e lo ripete in quattro lingue.
In questo scritto, in cui tutto sembra procedere al contrario, veniamo fin dal primo momento messi a conoscenza del fatto che la protagonista morirà, e di una morte violenta, nelle successive ventiquattro ore. Quello che si cerca di capire è: come, per mano di chi e perché.
Questo ci viene svelato nelle ultime pagine del libro, ma non senza lasciarci un po’ sorpresi: ad uccidere Lise sarà… beh, Lise. Quando parte per il suo viaggio in Europa, in una città che non viene mai nominata ma che abbiamo buone ragioni di credere sia italiana, ha già in mente un obiettivo chiaro: trovare “quello giusto”. Tuttavia, non si tratta del principe azzurro delle favole, dell’uomo ideale o anche solo di un uomo che le piaccia. No, “quello giusto” è l’uomo che la ucciderà. E certamente non può essere uno qualsiasi: deve essere proprio quello giusto.
Non certo l’uomo che si siede alla sua destra sull’aereo e mangia solo cibo yin seguendo i principi della macrobiotica, né l’uomo seduto dietro di lei, dall’aria malata. Neppure tra le vie della città, quando passeggia con la signora Fiedke, riesce a trovarlo. E in effetti è un vero tormento “non sapere con esattezza dove e quando si farà vivo”.

LA MORTE DI LISE
Ma alla fine l’uomo giusto Lise lo trova eccome, o meglio, lo ritrova. Lo aveva capito fin da subito, quando lo aveva visto all’aeroporto e lo aveva seguito per sedersi accanto a lui. Ma poi lui si era spaventato e aveva cambiato posto. Può darsi che avesse intuito qualcosa. Ma doveva sì, essere proprio l’uomo giusto, perché dopo una giornata, diciamocelo pure, sprecata tra conversazioni allucinate e uomini sbagliati, Lise lo ritrova all’hotel Thomson, dove anche lei alloggia. Richard è lì in attesa della zia, la signora Fiedke.
Richard ha passato sei anni in una clinica psichiatrica e prima ancora due anni in prigione, ma non ha mai ucciso una donna. Una l’ha pugnalata, ma su questo è intransigente: non l’ha mai uccisa. Ma Lise lo aveva capito la mattina stessa: a Richard piacerebbe farlo. Ed ecco perché lui, proprio lui, è quello giusto.
Lise sa esattamente cosa Richard dovrà fare. Lei si sdraierà, metterà le mani una sopra l’altra, e lui le legherà con la sciarpa. Poi legherà le caviglie con la cravatta, per poi colpirla con il tagliacarte, che è curvo. Quindi deve fare ben attenzione, dopo averlo conficcato, a farlo ruotare verso l’alto, altrimenti potrebbe non penetrare abbastanza a fondo. Non può permettersi errori.
Ora sappiamo come è morta e chi l’ha uccisa. Ma è ancora possibile chiedersi: perché Lise vuole essere uccisa?
Un’analisi della psicologia del personaggio mette in luce il metodo e la lucidità con cui agisce. Lise non vuole semplicemente suicidarsi. Non vuole semplicemente smettere di vivere. Lise vuole il controllo più totale, anche su ciò che normalmente è al di là di quello che l’uomo può controllare: la vita e la morte.
LO STOICISMO
Rispetto a questo è interessante considerare la posizione stoica, prendendo in esame ‘’Il manuale’’ di Epitteto.
Alla base dell’opera vi è una distinzione fondamentale tra le cose che dipendono da noi, come il desiderio, il giudizio, la tendenza ad agire o non agire, e quelle che non dipendono da noi, come il corpo, le ricchezze, le opinioni, la salute. Compito dell’uomo è sapere compiere questa distinzione e perseguire sempre e unicamente ciò che dipende da lui.
Ma in questo contesto, dove si colloca l’azione di Lise? Lei infatti ha un desiderio: quello di morire secondo le sue regole. Ha un giudizio su ciò: che sia perfettamente possibile e realizzabile. E infine agisce affinché ciò si realizzi. Quando rincontra Richard gli dice: “Tu vieni con me”. E così sarà.
Eppure, l’azione di Lise non ci appare propriamente come stoica. Il desiderio non sembra ben orientato, il giudizio non ci appare come giusto, e l’azione ci lascia sbigottiti. Questo perché, in realtà, Lise, cercando di prendere il completo controllo sulla propria morte , non agisce conformemente agli ideali stoici. Secondo Epitteto, infatti, vivere con filosofia e dunque giustamente, vuol dire imparare a volere le cose come accadono, non volere che le cose accadano in un certo modo. L’idea alla base è che l’uomo non sceglie il proprio ruolo nel dramma della vita: vi è un didaskalos, il logos, per la precisione, che assegna a ciascuno la propria parte. Il nostro compito è svolgere bene il ruolo assegnato, ma non siamo noi a scegliere il ruolo.
UNO SPETTACOLO FINITO TROPPO PRESTO
Quando Lise rifiuta con determinazione la parte che le è stata assegnata, percepiamo un senso profondo di disordine, come se qualcosa si incrinasse nell’armonia del racconto umano. La condizione di mortale, che non sa quando arriverà la propria fine, le sta stretta. Così stretta da preferire di concludere lo spettacolo prima del tempo, pur di assumere, anche solo per un istante, il ruolo di regista.
Eppure, paradossalmente, per farlo ha bisogno di un altro, di Richard. Il suo gesto estremo è un atto di controllo, sì, ma mediato, indiretto, fragile. E forse è proprio qui che si consuma la tragedia del personaggio: nel desiderio di dominare ciò che, per sua natura, resta irriducibilmente fuori dalla nostra portata.