Tra chi comanda, chi ubbidisce e chi ancora non ha capito le regole del gioco.

Viviamo in un’epoca in cui ordinare un caffè macchiato richiede più comunicazione di quello che serve per organizzare una serata di sesso. «Vuoi il latte di avena, soia, mandorla o cocco? Zucchero bianco, di canna, stevia o sciroppo d’acero?» Eppure quando si tratta di dire al partner «mi piacerebbe che tu facessi questo», improvvisamente diventiamo tutti afasici come teenager al primo appuntamento.
È buffo come tutti conoscano l’acronimo BDSM – grazie infinite, E.L. James – ma se gli chiedi di spiegarlo oltre a «quello con le fruste» iniziano a balbettare come bambini interrogati sulla Divina Commedia. Abbiamo creato una generazione di esperti teorici che sanno tutto sulle safe word ma non distinguono una paddle da un frustino.
L’eredità di Christian Grey
Martedì mattina, caffè ancora fumante, ricevo un messaggio da Samantha. È la copertina del nuovo album di Sabrina Carpenter: una donna in ginocchio a quattro zampe, capelli biondi afferrati da una mano maschile, sguardo che buca l’obiettivo. Sotto, il commento: «Ma secondo te questa è oggettificazione o empowerment?»
Sotto la foto, una guerra civile digitale tra paladini della morale e femministe. Ma soprattutto commenti di donne che sostenevano che «quella posizione rappresenta solo il piacere maschile».
Perché non parlarne stasera a cena? Mi sono chiesta.
«Dobbiamo parlare dell’elefante nella stanza,» ho detto stappando il vino. «50 Sfumature di Grigio. Quel libro ha sdoganato il BDSM più di qualunque fenomeno culturale, ma ha anche creato le aspettative più sbagliate di sempre. Tipo che esista un unico modo di essere dominanti – il milionario tormentato. O che essere sottomesse significhi essere salvate.»
«Ma soprattutto,» ho aggiunto «ha rafforzato lo stereotipo che la sottomissione sia solo per il piacere maschile. Ma non è così! A me fa sentire protetta, coccolata. È liberatorio.»
Samantha ha alzato il bicchiere. «Esatto! È quello che non capisce chi critica Carpenter. Vedono una donna in quella posizione e pensano ‘povera vittima’. Ma non considerano che forse ha scelto di essere lì perché le piace.»
«Il punto è che Christian Grey ha reso mainstream l’idea che il dominatore sia sempre un uomo ricco e la sottomessa sempre una donna insicura,» ha osservato Oriana. «Ma nella realtà conosco CEO che a casa si fanno dominare dalle mogli.»
«Ma sai quanti uomini pensano di essere dominanti e invece sono disastri ambulanti?» ha sbottato Samantha. «Primo: quelli che quando ti dominano stanno zitti. Che tragedia! Ti legano e poi silenzio cosmico. Ma io ho bisogno di sentire cosa pensi, cosa vuoi farmi, sono bendata e legata, cos’è? Mosca cieca versione mutismo selettivo?»
«O quelli che pensano che basti farti male,» ho aggiunto «ti danno due schiaffi a caso e pensano davvero di essere Christian Grey. Ma la dominazione è controllo intelligente, non sadismo ignorante. Oppure quelli che fanno tutto quello che vedono nei porno senza mai chiedere se ti piace.»
La voce del dissenso
A quel punto è arrivata Vittoria, in ritardo come sempre. Quando le abbiamo spiegato l’argomento, ha fatto una smorfia.
«Non fa per me. Per niente. Ho bisogno di dolcezza, tenerezza. Non riesco a eccitarmi se non mi sento coccolata nel senso tradizionale. La roba aggressiva mi spegne. Sto bene cos, grazie.»
È interessante come dimentichiamo che anche il rifiuto sia una scelta sessuale valida. Vittoria non era giudicante – diceva semplicemente che non era per lei. Forse questa è la maturità erotica: sapere cosa ti serve per sentirti desiderata.
«Guarda, io a volte li provoco appositamente per fare di peggio.»
«Ma sì Iris, facciamoci ammazzare, che sarà mai qualche livido, no? Passatemi del vino dai.»
«Ma che ammazzare» ha detto Oriana «per me la parte più bella è la sensazione di potere condiviso. Quando domino, sento che il mio partner si fida completamente di me. Se lui non si fidasse, io non potrei farlo.»
È una delle verità più scomode delle relazioni moderne: non tutti i partner sono uguali davanti ai nostri desideri. C’è chi ti ispira tenerezza vanilla e chi accende quella parte di te che vuole essere posseduta. Non dipende da quanto li ami – dipende da qualcosa di più primitivo. Forse è questione di presenza fisica, di come occupa lo spazio, di come ti guarda quando pensa che tu non te ne accorga. Forse è il modo in cui la sua voce cambia quando dice il tuo nome, o come le sue mani si muovono quando ti toccano. C’è una chimica animale che va oltre la compatibilità emotiva, oltre la condivisione di valori e progetti di vita. Con alcuni ti senti al sicuro nel senso più convenzionale del termine – protetta, rispettata, amata. Con altri ti senti al sicuro nel senso più primordiale: preda consenziente che sa di aver scelto il predatore giusto. E non c’è gerarchia tra queste due forme di sicurezza, sono semplicemente diverse.
Potere e paradossi
Ripensando a quella serata, mi sono resa conto che forse la vera provocazione della copertina di Carpenter non è la posizione in sé, ma il fatto che ci costringe a confrontarci con i nostri pregiudizi sul potere e il piacere. Nel grande teatro delle relazioni moderne, continuiamo a fare finta che il desiderio sia sempre politically correct.
Ma i nostri corpi sanno cose che la nostra mente razionale rifiuta di ammettere. Sanno che a volte vogliamo essere presi, guidati, dominati, ma anche che vogliamo prendere, guidare, dominare, e che entrambe le cose possono coesistere nella stessa persona.
Forse l’unica regola che conta davvero è quella dell’autenticità: sapere cosa ti piace, comunicarlo, e non scusarti per i tuoi desideri. Perché alla fine, se ti piace essere tirata per i capelli – o tirarli tu – l’importante è che sia una scelta consapevole.
E se questo significa ammettere che il potere, quando è condiviso e desiderato, può essere la cosa più eccitante del mondo, beh… almeno sai di essere onesta con te stessa. Nel grande manuale delle relazioni moderne, forse questo è l’unico capitolo che vale davvero la pena scrivere.
Ma la domanda rimane: in un mondo che predica l’uguaglianza a tutti i costi, c’è ancora spazio per dire «voglio che tu comandi» senza sentirsi in colpa? O forse è proprio questa la libertà più radicale di tutte.