Bella Ciao è il canto della libertà di tutto il popolo

Il video dei bambini di Gaza che cantano “Bella Ciao” diventa subito famoso online

Uomo che sventola bandiera

La canzone simbolo della Resistenza italiana viene cantata anche tra le tende del campo profughi a Gaza

Il video

Le notti passate sotto il ronzio dei droni e il frastuono dei bombardamenti sono tristemente diventate un’abitudine per i cittadini della striscia di Gaza, le vere vittime di una guerra tra Israele e il gruppo militare di Hamas che va avanti ormai da decenni, alternata da brevi e fragili tregue e periodi di infinite operazioni militari e causa della morte di centinaia di civili. In mezzo a tanta devastazione e paura, sul fronte di guerra riesce a sopravvivere però il senso di resilienza contro l’oppressore, simboleggiato dalla canzone “Bella Ciao”. La mattina del 10 aprile infatti diventa virale un video che riprende dei bambini palestinesi riuniti in cerchio tra le tende del campo profughi mentre battono le mani a tempo e cantano la canzone della resistenza dei partigiani italiani diventata ormai un canto-manifesto per la libertà. A pubblicare il video nei social è stato Ahmed Muin Abu Amsha, fondatore dell’associazione “Gaza Birds Singing” che cerca di attenuare le sofferenze dei bambini nelle zone colpite attraverso la musica, diffondendo un messaggio di speranza.

persone che si radunano per strada durante il giorno

La canzone

Difficile risalire alle origini storiche della canzone e alle motivazioni primordiali che hanno spinto un anonimo compositore a scriverla, ma a meno che non ci siano particolari rivendicazioni di paternità, Bella Ciao si può considerare un canto del popolo tutto, senza distinzione di genere, nazionalità o credo religioso, che si riconosce nei valori apolitici della canzone. Come inno universale di resistenza contro ogni tipo di oppressione è stato intonato in occasione delle manifestazioni contro il regime di Erdogan, nel 2019 dagli oppositori del ministro uscente Netanyahu e più recentemente durante l’assemblea contro il DDL sicurezza a Bruxelles. Ma è stata cantata anche in versione “farsi” dalle due donne iraniane per protestare contro l’hijab dopo la morte di Masha Amini oppure in lingua Ucraina da parte dei soldati combattenti sul fronte russo, in iracheno con la canzone “Blaya Chara” e davanti all’Assemblea Nazionale di Seul mentre migliaia di manifestanti che chiedevano le dimissioni di Yoon Suk-yeol. Inoltre è diventato l’inno ufficiale dei Fridays for Future e a livello mediatico ha riscontrato un grande successo dopo la serie “La Casa di Carta”. Il fatto che Bella Ciao sia utilizzata da popoli diversi per protestare contro situazioni tra loro distanti significa che non esistono barriere linguistiche, politiche o culturali quando si parla di libertà.

Essere visti, essere sentiti

Dopo la pubblicazione del video tra i commenti di solidarietà alla popolazione in guerra, ne sono comparsi alcuni che evidenziano la copertura mediatica del contenuto, come se non mostrare scene crude di morte e devastazione sminuisse la situazione che sta vivendo il popolo Palestinese e offrisse quasi un alibi a chi sta continuando questa guerra. Spostando però il focus sul contesto durante il quale viene intonata è evidente che l’allegra melodia inganna l’ascoltatore: chi canta Bella Ciao si trova sempre in realtà in cui non vengono rispettati i diritti umani, in cui la vita è minacciata dai bombardamenti o immerse in un clima di repressione. Chi canta Bella Ciao chiede di non essere invisibile. Sarebbe utopistico dire che da un giorno all’altro finiranno tutte le sofferenze di questo popolo, ma finchè ci sarà ancora qualcuno che manifesta per la fine di una guerra in cui nemmeno è coinvolto direttamente che ma comunque percepisce come non giusta, oppure sui palchi dei concerti verrà ricordata la grave situazione umanitaria di quei posti non così lontani dalla nostra realtà, coloro che cantano non saranno solo ascoltati ma inizieranno a essere visti.

Lascia un commento