“Non posso insegnare la Resistenza e stare in silenzio” sono parole forti, vediamo cosa significano

Michele Giuli è un insegnante di storia e ha intrapreso uno sciopero della fame, scopriamo i sui motivi. 

Recentemente è passato il decreto legge sicurezza, quello contro cui il nostro professore Giuli protesta; il professore ci parla di Resistenza, andiamo a vedere meglio in cosa consiste la sua protesta e cosa si intende per Resistenza.

La protesta di Michele Giuli

Michele Giuli è un uomo di 29 anni che insegna storia al liceo Cavour di Roma e spiega alle persone incuriosite dalla sua manifestazione che si occupa anche di educazione civica e valori democratici. L’11 aprile ha iniziato uno sciopero della fame in piazza Montecitorio; lo possiamo vedere portare due sedie, una per se stesso e l’altra a simboleggiare le 100 mila persone che hanno firmato una petizione per per chiedere a Mattarella di non firmare il decreto legge sicurezza. Questo decreto legge prevede pene molto dure per chi partecipi a manifestazioni pacifiche che ostacolino opere pubbliche o protestino contro scelte governative. In un primo tempo viene trascinato via dalle forze dell’ordine, a quel punto però si sposta un po’ più distante con i suoi cartelloni. Poi chiede anche ad altri professori di storia ed educazione civica e ai parlamentari di sinistra di farsi sentire, dicendo “dimostrino di non essere vigliacchi“. Giuli però fa anche un’importante riflessione, ovvero che non si sente di “insegnare la Resistenza e stare in silenzio“; vediamo cos’è la Resistenza e perché è importante la libertà di opposizione.

Fascismi e totalitarismi

Prima di parlare di resistenza parliamo di cosa ha contribuito a crearla: i fascismi e i totalitarismi. La parola “fascio” viene dal latino “fascis” e indica compattezza, restare uniti di fronte al nemico o all’istituzione. Il simbolo del fascio littore è presente in molti monumenti, come quello di Lincoln, quello della rivoluzione francese ed è anche nel fasci siciliani; successivamente fu assunto dal fascismo e divenne il suo simbolo. I fasci di combattimento nascono in piazza San Sepolcro nel marzo del 1919. In Europa assistiamo alla formazione di regimi autoritari, non possiamo chiamarli tutti fascismi; abbiamo anche quattro casi su cui ancora gli storici discutono: il Portogallo di Salazar, la Spagna di Franco, la Repubblica di Vichy di Petain e l’Austria di Dollfuss. Secondo lo studioso Collotti i fascismi sono plurimi, imperialisti o ultranazionalisti; secondo altri studiosi i requisiti per parlare di fascismo sono l’antisemitismo, l’essere antidemocratici, la volontà di svuotare il Parlamento dai suoi poteri, il colonialismo e l’anti-bolscevismo. Gli esempi più classici di fascismo sono l’Italia con Mussolini e la Germania di Hitler. L’Ungheria di Horthy rientra negli autoritarismi invece, è vero che aiuta ad eliminare la Repubblica dei consigli e che si definisce anti-bolscevica, ma è presente il multipartitismo; in Grecia abbiamo il partito fascista di Metaxas, ma non ebbe grande seguito e non fu un partito di massa. Ora però parliamo della Resistenza.

Resistenza e Collaborazionismo

La Resistenza è l’opposizione, anche con le armi, contro il governo nazista occupante o contro i collaborazionismi. Possiamo parlare di resistenza per le donne, ma i motivi non sono sempre chiari; a volte resistono perché ne sono convinte, altre volte perché tutta la famiglia è nella resistenza. Due gruppi di persone non possono scegliere: il popolo polacco (a cui non fu data nessuna possibilità di collaborare politicamente o militarmente) e gli ebrei (che Hitler aveva condannato a morte). Dobbiamo anche considerare che i motivi di adesione alla resistenza furono diversi, anche solo scappare dalla leva obbligatoria. Lo studioso Istvan Deak fa tre periodizzazioni della guerra: dall’1/09/39 al 21/06/41 (in cui molti Stati vogliono collaborare con la Germania), dal 22/06/41 al 12/42 (dall’operazione Barbarossa alla resa delle potenze dell’Asse davanti ai sovietici) e dal 01/43 alla fine della guerra nel 45 (la Germania e le forze dell’Asse cominciano a perdere e alcuni Stati collaborazionisti prendono le distanze). L’Austria è stato il primo paese ad essere annesso da Hitler, da una parte il suo popolo si considerava già tedesco e quindi non possiamo considerare questo Stato come vittima, dal 45 (con la dichiarazione di Mosca) gli Alleati definiscono questo Paese la “prima vera vittima”; l’Austria collabora inizialmente con la Germania per poter ricevere un buon trattamento. Successivamente passiamo alla Cecoslovacchia, seconda vittima (o prima, a seconda del punto di vista), perde i Sudeti senza nemmeno poter prendere parte alla Conferenza di Monaco che lo aveva stabilito; nel protettorato di Boemia e Moravia troviamo poche forze resistenziali, perché ebbero dei trattamenti migliori di altri Stati, invece la Slovacchia fu apertamente collaborazionista. La Norvegia fu attaccata dall’URSS, resistette per tutta la “guerra di inverno” (dal 30/11/39 al 12/03/40) e poi fu conquistata. In Italia lo sbarco in Sicilia (07/43) accelera il crollo del regime fascista, qui l’adesione era più debole. Non possiamo giudicare i collaborazionismi, perché il leader di Stato si arrende per salvaguardare il popolo; ma dobbiamo ricordarci della Resistenza, perché grazie a uomini come loro, che si sono battuti per eliminare questi regimi tirannici o fascisti, oggi siamo liberi di poter avere una nostra opinione e dirla davanti a tutti. La libertà di poter manifestare pacificamente è importante, perché è quello per cui molti uomini hanno sacrificato la loro vita.

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