Shakespeare: genio solitario? Scopriamolo attraverso il successo di Jonathan Bailey nel “Riccardo II”!

Analizziamo insieme il concetto di “authorship” in riferimento alla produzione shakespeariana.

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Ha fatto sicuramente parlare di sé il talentuoso Jonathan Bailey che dopo essersi fatto conoscere al grande pubblico con l’affascinante Visconte Anthony Bridgerton ha deciso di portare a teatro una delle opere più conosciute di sempre: il Riccardo II di Shakespeare.

Storia, politica e morale

In migliaia hanno invaso il Bridge Theatre per vedere uno degli attori di punta degli ultimi anni interpretare l’ultimo monarca della stirpe dei Plantageneti. Una figura controversa, quella di Riccardo II, alla quale, secondo molti critici, l’attore inglese dà volto e voce in modo sublime facendo nascere in alcuni fortunati spettatori una nuova passione per la produzione shakespeariana. Da sempre messo in ombra da opere più famose come Romeo e Giulietta, Otello o Il Mercante di Venezia, Riccardo II fa adesso nuovamente parlare di sé, dopo l’enorme successo conosciuto nel corso del XVIII secolo. Storia, politica e morale si intrecciano qui ancora una volta per far da cornice all’epilogo di una stirpe e alla morte di un monarco narcisista quanto intrigante.

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(Co)authorship

Parlare della produzione shakespeariana significa parlare di opere senza tempo, conosciute, apprezzate e interpretate in tutto il mondo ormai da secoli. Certo, opere immense, a volte difficili da decifrare, alle quali attribuire una letteratura immensa ed è proprio dall’analisi di questi studi, di queste ricerche che in molti si sono chiesti se tutto questo oro letterario fosse il frutto di una sola mente geniale. Alcuni studiosi, tra cui lo stesso Lukas Erne, affermano che l’immagine romantica dello scrittore come genio solitario è ciò che di più lontano dalla realtà si possa avere. Ai tempi di Shakespeare sarebbe stato più corretto parlare di co-authorship piuttosto che di authorship. Scrivere per il teatro voleva dire unire le proprie idee a quelle di altri attori presenti sul palco, voleva dire giungere a compromessi e contemplare l’idea che il copione “definitivo” non avrebbe mai visto la luce del giorno. Questo è dovuto al fatto che dopo essere stata scritta dall’autore principale e modificata dagli attori, l’opera veniva rivista anche in fase di stampa dai diversi editori che aggiungevano o toglievano ora una frase ora un’altra in base all’interesse dei lettori, alle esigenze di mercato o alle regole del mondo dell’editoria.

Drammi senza tempo

Ovviamente il First Folio, una collezione di opere shakespeariane messa a punto da Henrie Condell e John Heminge e pubblicata nel 1623, ha contribuito al processo di monumentalizzazione di uno degli autori universalmente più studiati e amati. Al di là dei tecnicismi e del lavoro minuzioso che viene fatto per capire quale fosse la frase, la parola esatta usata nei manoscritti originali, ciò che rimane è quello che questi scritti riescano a trasmettere. Il successo di queste opere è, infatti, la prova che nonostante la storia sia andata intrepidamente avanti nel suo cammino, gli uomini sono sempre rimasti fermi, intrappolati in grandi storie d’amore impossibili, bloccati dalle dorate catene del potere e tormentati da fantasmi del passato che tornano tra i vivi in cerca di giustizia e verità.

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