Frankenstein di Mary Shelley: in realtà è un romanzo comunista? Scopriamo la critica marxista

A tutto c’è rimedio e per tutto c’è un’interpretazione marxista. Ma avrà davvero senso accomunare Frankenstein con il marxismo?

Marx e la critica dei diritti umani - La Città Futura

Uno spettro si aggira per il romanzo di Mary Shelley ed è lo spettro di Karl Marx. L’interpretazione marxista non si limita ai campi della storia e dell’economia ma è estesa anche all’arte. Vediamo come condurrebbe un’analisi letteraria.

VICTOR E IL MOSTRO

Anche solo conoscendo la trama, è evidente che Victor Frankenstein e il suo mostro sono in un rapporto di disuguaglianza. C’è un qualcosa di distorto nel legame delle loro esistenze. Victor crea questa vita strana in funzione di sé stesso e del grande successo che spera di raggiungere come scienziato. La creatura non sarebbe esistita senza l’esperimento dello scienziato, ma nemmeno lo scienziato sarebbe stato quello che è senza la sua creazione. Nella loro storia, i due sono il protagonista e il deuteragonista, o anche il protagonista e l’antagonista. Potrebbero rappresentare la borghesia, che possiede i mezzi di produzione, e il proletariato, che è la classe lavorativa. Questo trova conferma nell’atteggiamento del mostro verso il suo “superiore”: lo antagonizza perché è il motivo dei suoi mali e della sua posizione sfavorevole nel mondo. È considerato da tutti “inferiore” non per quello che veramente è ma per come appare. Il creatore crede che non avrà forze neanche per compiere i primi passi e perciò lo abbandona nel laboratorio. Invece il mostro dimostra di avere una spinta vitale inesauribile e piena di rabbia. In realtà potrebbe benissimo stare da solo, poiché da solo ha imparato a parlare e a sopravvivere, ma decide di combattere contro chi impedisce la sua felicità in una forma di tormento che è associabile alla protesta più che alla guerra. E così il creatore spinge verso il progresso, la creatura verso una vita migliore. Un’altra interpretazione interessante è quella di Elsie Michie. Secondo la studiosa, illudendosi di poter creare la vita senza parto e gravidanza, quindi disprezzando la natura, Viktor è un produttore più che un creatore. La sua creatura è in realtà un prodotto, e Viktor ne è il produttore alienato. Il circolo di produzione porta inevitabilmente alla dannazione.

LA NASCITA DELLA CRITICA MARXISTA

In realtà Marx, che pure componeva versi, non approfondisce molto il tema dell’arte. È il critico ungherese Gyorgy Lukàcs che ha perfezionato la critica marxista proponendo di trovare nella letteratura le forze che si ripetono nella storia. Ha poi applicato questa analisi al romanzo ottocentesco e da qui prendiamo l’interpretazione del Frankenstein. La critica marxista è in realtà una critica ispirata ai principi del marxismo, che ritiene la letteratura e le altre arti come tipi di ideologia. Le ideologie, per quanto pensino di essere assolute, hanno sempre un valore storicamente relativo e legato a determinati interessi di classe. Quindi la critica marxista analizza soprattutto il romanzo alla ricerca di elementi della filosofia politica. Per quanto sembri astratta, in realtà parte dallo storicismo, secondo cui il romanzo, la musica e tutte le forme di arte sono involontariamente figlie della propria epoca. Altrimenti, l’impiego della figura del mostro nelle caricature politiche sarebbe una grande casualità. Già nell’Ottocento John Tenniel si serviva del mostro per rappresentare forze ribelli fuori controllo. La sua illustrazione più famosa è senza dubbio The Irish Frankenstein. Lentamente, il mostro di Frankenstein è diventato simbolo della creatura che si ribella per eccellenza, col suo grido di potere: “tu sei il mio creatore, ma sono io il tuo padrone. Obbedisci!”.

NELLA MENTE DELL’AUTRICE

Ma Mary Shelley cosa aveva a che fare con il marxismo? Propriamente parlando niente, anche perché il romanzo viene scritto qualche anno prima della nascita di Marx, negli anni venti dell’Ottocento. Ma questi anni risentono dell’ondata di cambiamento delle rivoluzioni francesi ed haitiane, che ispirano giovani romantici come Percy Shelley (marito di Mary) e Lord Byron. Nel romanzo sono presenti alcuni temi dibattuti in Francia come l’educazione del bambino e lo stato di innocenza. Lo stesso Romanticismo è, per dirla con Guillermo del Toro, nato dalla rabbia e dal bisogno di un nuovo modo di guardare le cose. Da non trascurare è il fatto che entrambi i genitori di Mary erano stati filosofi estremisti. La madre Mary Wallstonecraft  morì di parto ma la giovane figlia poté leggere i suoi scritti, considerati precursori del femminismo. Col padre Godwin Mary ebbe un rapporto complicato, tanto da fuggire con Shelley a sedici anni. Nonostante ciò assicurò alla figlia un’educazione più ampia di quella generalmente riservata alle donne. Dall’opera del padre Mary evince un’idea della società basata sulla benevolenza e non egoista come quella di Hobbes. Questa tensione al nuovo e alla ribellione è palpabile nel romanzo: sia Viktor che la sua creatura sono in continuo movimento, eternamente scontenti della loro posizione. Viktor è logorato dai rimorsi per la prepotenza con cui ha creduto di innalzarsi a Dio grazie al progresso, la creatura soffre di essere al mondo in una condizione sfortunata che non ha richiesto. Attenzione, però, perché il senso dell’interpretazione non si deve ridurre all’esperienza dell’autrice. La critica marxista non va alla ricerca di rapporti simbolici ma di vere espressioni della storia: non era Mary Shelley che voleva direttamente esprimere il rapporto tra proletari e borghesia, ma è questo rapporto, che sempre ritorna nella storia, ad essere evidente nella trama, che inconsciamente mima dei processi reali. La critica marxista necessita di un profondo discorso filosofico ispirato soprattutto alla concezione della storia di Hegel, di cui Marx era un ammiratore. Si può incorrere nel rischio di banalizzarla, di vederla come imparziale, ma in realtà rimane una delle critiche più complesse.

Lascia un commento