“Lo scherzo”, il primo romanzo di Milan Kundera, racconta la parabola discendente di un uomo all’epoca del regime comunista.
“Lo scherzo” è tante cose: una storia d’amore, un romanzo sull’esistenza, un racconto sulla vendetta e sul fallimento. Tutto, fuorché un romanzo autobiografico o realistico; Kundera non perde mai l’occasione di sottolinearlo, soprattutto quando sono queste interpretazioni superficiali e fuorvianti a prendere il sopravvento fra i critici letterari e i lettori di tutto il mondo. Non è stato facile, per l’autore ceco naturalizzato francese, riaffermare l’autenticità del proprio stile e del proprio narrato: c’è stato bisogno che fosse lui stesso a rimaneggiare le traduzioni occidentali del romanzo, affinché il suo reale messaggio non fosse più oscurata da una chiave di lettura erronea e deformante.
«L’ottimismo è l’oppio dei popoli. Viva Trockij! Ludvik»
“Lo scherzo” è un romanzo che esplora le conseguenze dell’ironia e delle incomprensioni fra gli esseri umani in un regime totalitario e, in generale, nel mondo moderno, nel quale la diffusione di mezzi di comunicazione sempre più efficienti e pervasivi, paradossalmente, ha reso molto più complicato qualsiasi confronto efficace e trasparente.
Il personaggio principale del libro è Ludvik, uno studente cecoslovacco che, a causa di una battuta ironica a sfondo politico, viene denunciato, espulso dal Partito Comunista e dall’università, e costretto ai lavori forzati. L’intera sua vita viene stravolta da questo evento; motivo per cui egli inizia a nutrire un profondo desiderio di vendetta contro chi lo ha tradito, in particolare Zemanek, suo vecchio amico nonché presidente dell’associazione studentesca, che ha decretato la sua condanna finale. Tuttavia, quando tenta di attuare la sua vendetta, seducendo Helena, la moglie del nemico, il piano si rivela insignificante e fallimentare, lasciandolo con un senso di vuoto. Il romanzo riflette sull’assurdità del potere politico e della Storia, che si abbatte inesorabilmente sulle vite private e sulle singole esistenze degli individui, e sull’incapacità di sfuggire alle ombre del passato.
L’insensatezza della vendetta in un mondo che cambia costantemente
Arriva un momento, alla fine del romanzo, in cui tutti gli inganni vengono disvelati. Ludvik scopre che Helena non significa più nulla per Zemanek, il quale ha una giovane amante e una nuova vita, lontana dal suo antico ruolo di funzionario; Helena, da parte sua, si scopre vittima di una doppia beffa, quella del marito, che altro non aspettava che rompere il matrimonio, e di Ludvik, per il quale è stata solo uno strumento per attuare la sua vendetta.
Durante il confronto tra i tre protagonisti, Ludvik non ritrova di fronte a sé lo stesso Zemanek imperturbabile e intransigente di vent’anni prima: è un uomo rinnovato, per il quale la morale ha assunto un significato del tutto nuovo, decisamente meno rigido e stoico rispetto a quella del ragazzo immerso da capo a piedi nell’atmosfera del regime filo-staliniano. È diventato un uomo al quale, probabilmente, la cartolina che celebrava ironicamente Trockij, avrebbe fatto ridere invece che suscitare sdegno e riprovazione. Ludvik è la prova vivente che la Storia cambia, e gli uomini insieme ad essa, in maniera incomprensibile, incoerente, inafferrabile, ed è del tutto vano aspettarsi che il suo corso segua un tragitto razionale e lineare.
La “Primavera di Praga”: dalla liberalizzazione all’invasione sovietica
La Primavera di Praga fu un periodo di profonde riforme politiche, economiche e sociali avviate nel 1968 in Cecoslovacchia, sotto la guida di Alexander Dubček, leader del Partito Comunista. L’obiettivo era creare un “socialismo dal volto umano”, tramite misure che includevano una maggiore libertà di stampa e apertura politica, nonché una decentralizzazione amministrativa, una maggiore autonomia economica per le imprese e l’avvio di un dibattito politico pluralista, pur garantendo il predominio del Partito Comunista. Queste riforme, che segnavano un allentamento del regime di impronta staliniana al potere dalla fine degli anni ’40, incontrarono grande entusiasmo nella popolazione; al contempo, tuttavia, generarono forte preoccupazione nell’Unione Sovietica e negli altri Paesi del Patto di Varsavia, che temevano una destabilizzazione del blocco orientale.
Nonostante i tentativi di Dubček di rassicurare Mosca, temendo che le riforme potessero contagiare altri Stati del blocco comunista e indebolire la loro influenza, il 21 agosto 1968 l’Unione Sovietica, insieme ad altri membri del Patto di Varsavia, inviò 500mila soldati in Cecoslovacchia per soffocare il movimento riformista. L’invasione mise fine alla Primavera di Praga: nonostante la resistenza pacifica della popolazione e il rifiuto di ricorrere alla violenza, la repressione militare segnò la fine delle speranze di cambiamento, consolidando il dominio sovietico fino alla Rivoluzione di Velluto del 1989.

