Fratelli d’italia: Gomorra idealizza la vita da camorristi? Vediamolo con la teoria della letteratura

Arriva l’accusa di Fratelli d’Italia: Saviano è colpevole di aver “mitizzato” la camorra? Vediamo con un po’ di teoria.

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Fratelli d’Italia ha attaccato Roberto Saviano tramite twitter. In realtà la contesa delle parti va avanti da un po’. Questa volta, Saviano aveva commentato le recenti morti di minorenni a Napoli vedendole come “il fallimento del decreto Caivano” che dà ai minorenni una scuola criminale professionale. Un tweet di Fratelli d’Italia arriva accusando Saviano di aver reso i criminali degli “eroi” che i ragazzi imitano. Vediamo cosa dice la teoria della letteratura.

IL RIQUADRO DEL TESTO

Prima di tutto, dobbiamo analizzare, e quindi scomporre, la persona “Roberto Saviano”, giornalista e scrittore laureato in filosofia alla Federico II di Napoli, dall’opera “Gomorra”, il romanzo di successo pluripremiato adattato in un film e in una fortunatissima serie. Per farlo è utile servirsi dello schema di Chatman, che raffigura il circuito comunicativo messo in atto in un’opera. La metà dello schema che ci riguarda è quella di chi produce la comunicazione: in un’opera c’è un narratore, quindi qualcuno che racconta la storia, ma c’è anche un autore, quindi qualcuno che l’ha scritta. Questi due sono detti agenti di comunicazione immaginaria: noi immaginiamo che qualcuno ci racconti la storia. Ma aldilà di questo esiste un autore reale, una persona empirica. Ora, non è detto, non è scritto da nessuna parte che l’autore reale e gli agenti immaginari debbano coincidere. Per esempio, se apriamo la prima pagina dello Straniero di Camus e leggiamo “oggi mia madre è morta”, non è la madre di Albert Camus, veramente esistito e nato il 7 novembre 1913, ad essere morta, ma la madre di Meursault, personaggio immaginario che è protagonista della storia. Il narratore, come si vedrà, è una figura cruciale nel romanzo di Saviano, ma quando ricostruisce i pensieri dei camorristi non li appoggia. Assimilare il pensiero dei personaggi di una storia a quello dell’autore come persona empirica è errore di interpretazione. Si tratta esattamente del “fuori con-testo”, proprio perché si rischia di confondere l’interno e l’esterno del riquadro del testo. Facciamo degli esempi:

“Ma Cosimo ha già tutto in mente, o così sembra. Pare davvero che sappia verso cosa sta orientando la sua gestione degli affari, e come deve organizzarne la difesa. (…) Del resto un impero non si scinde allentando una stretta di mano, ma tagliandola con una lama. Questo si racconta, questo raccontano indagini e pentiti.”

“E scigne so’ belle quando fanno quello che dice il padrone, pecché se vogliono comandare da sole, diventano pericolose, s’hanno âbbattere!” (Pietro)

È ovvio che da queste citazioni, una del libro ed una del film, non si può dire che coincidano con il pensiero di Saviano. Ma il dubbio rimane, perché scrivere un romanzo e non un reportage o un articolo, dove perlomeno la figura del narratore non è così complessa?

IL ROMANZO COME FORMA TRIDIMENSIONALE

La parola “romanzo” pone già molti problemi. Il romanzo per come lo conosciamo oggi deve tutto alla riflessione sulla letteratura attuata nell’Ottocento. Grandi esponenti quali i naturalisti francesi, i romanzieri inglesi e il nostro Manzoni hanno contribuito alla formazione di un genere che oggi è importante anche aldilà della forma scritta. Infatti molti romanzi vengono adattati in serie e il cambiamento di medium li fa arrivare a molte più persone, creando programmi televisivi di successo. Il romanzo ha saputo provare di essere la forma stilistica più tridimensionale. Il reportage è una forma finita, scrive oggettivamente delle realtà, anche l’articolo di giornale lo è, per giunta di solito molto corto e subordinato a regole di produzione. Il romanzo è un enorme contenitore di realtà. Dialoghi, stralci di storia, accenni geografici, drammatizzazione teatrale ma anche atti processuali e indagini della polizia si prestano tutti alla creazione di un grande tema. E questo tema è la complessa realtà dietro la camorra, che Saviano ha conosciuto e studiato tutta la vita. E proprio due secoli fa si iniziava a pensare che il nuovo genere del romanzo non dovesse più ospitare solo grandi eroi ma veri umani, con vite complicate, moralmente non collocabili, proprio perché c’è abbastanza spazio per contenere tutto. Questo permette anche, soprattutto in una narrazione storica, di non “riportare” ma di immergersi nel pensiero di quell’epoca e quel luogo. Basti pensare a Manzoni, che dopo lunghe ricerche ha potuto dare un’idea di come Lucia, contadina lombarda, poteva ragionare e quindi agire. Ma aldilà di questa rappresentazione storica c’è uno scopo, che per Manzoni è dare un’idea di come si vive sotto il dominio di uno straniero (che guarda caso, imperava in Lombardia anche al tempo dello scrittore). I parallelismi con Gomorra sono tanti, anzi tutti: Cosimo, Genny, sono personaggi di cui si cerca di ricostruire la mentalità e il modo di agire, tramite ricerche accurate di Saviano. Addentrarsi così tanto nel tema permette di superare il freddo reportage per far capire al pubblico la gravità del potere dei clan.

DAL LIBRO ALLA SERIE: IL “BRAND” GOMORRA

Quanto al passaggio dal libro alla serie, le critiche di Fratelli d’Italia non sono neanche nuove, nell’ambito della destra si parla da tanto di come Saviano abbia “commercializzato” la camorra. In effetti, la serie presenta un’immediatezza maggiore del libro. Tutto ciò è affrontato nel libro della professoressa Giuliana Benvenuti, Il brand Gomorra. Secondo Benvenuti oggi come oggi è impossibile scindere Gomorra dal suo franchise, è vero, ma bisogna ricordare il motivo portante dell’opera: la forza della parola per rovesciare i modelli negativi. È stato uno l’aspetto, scartato nella serie ma presente nel libro, che ha nascosto l’intento di denuncia: la figura di Saviano. Saviano è il narratore che come tale funge da perno alla storia. La sua presenza nel libro è importante come filtro umano che segna il passaggio dalla “epicizzazione” alla “de-epicizzazione. L’incipit del libro e la famosa scena dei cadaveri che cadono in mare. All’inizio della serie invece vediamo due ragazzi che stanno per commettere un crimine, canticchiando della musica e parlando di cose come Facebook. Questo rende la quotidianità del male. Ma non è niente di nuovo rispetto alla regolare prassi per un adattamento televisivo. La pagina scritta e lo schermo hanno due modi diversi di comunicare. Ma la forza comunicativa dello schermo è tale che il critico Aldo Grasso ha reputato la serie meglio del libro. Poi la questione della crudità visiva, ma senza questa crudeltà, il romanzo non arriverebbe a comunicare quello che deve comunicare. Non a caso, il libro si apre con una citazione di Hannah Arendt:

Comprendere cosa significa l’atroce, non negarne l’esistenza, affrontare spregiudicatamente la realtà.

 

 

 

 

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