Donald Trump ha subito un tentativo di omicidio nel pomeriggio di sabato 13 luglio 2024, durante il suo ultimo comizio a Butler, Pennsylvania.

L’ex inquilino della Casa Bianca, di nuovo candidato per le prossime elezioni, è stato ferito ad un orecchio da un proiettile sparato dal tetto di un edificio. Nell’attacco è morto un uomo presente tra il pubblico e altre due persone sono state gravemente ferite. L’aggressore è stato ucciso: si tratta di Matthew Crooks, uno studente ventenne. Le poche informazioni certe disponibili poco aiutano a districare un mistero da subito apparso molto fitto e a tratti paradossale: perché Crooks ha sparato? Come ha fatto a eludere la sicurezza? Si tratta di un attentato di matrice eminentemente politica o dietro c’è un movente umano, difficilmente individuabile tramite ricostruzioni e ipotesi logico-razionali?
Al via i complottismi
In mancanza di chiarezza e di notizie certe, ovviamente hanno subito iniziato a susseguirsi le ipotesi più disparate. C’è chi sostiene che l’attentatore abbia agito da solo, che fosse “decisamente di destra” ma odiasse Trump; c’è chi dice invece che sia stato tutto orchestrato dallo stesso Trump per guadagnare popolarità in vista del voto di novembre.
L’immagine del tycoon col pugno alzato e il volto sanguinante, proprio sotto la bandiera statunitense, ha fatto il giro del mondo ed è già diventata un’icona che probabilmente finirà sui libri di storia (addirittura c’è chi è già andato a tatuarsela!). Qualunque sia il movente che ha spinto il 20enne americano ad agire, è lapalissiano che negli Stati Uniti si stia assistendo ad un’escalation di tensioni e violenze dovuta ad una sempre più accentuata polarizzazione ideologica. I democratici vivono da settimane nel caos e nell’incertezza riguardo la riconferma di Biden, che appare sempre meno lucido e preparato a fronteggiare Trump in una campagna elettorale dai toni aspri e accesi – da settimane circolano video di gaffe del Presidente in carica; dall’altro lato, il candidato repubblicano ha da anni la fama di essere “un pazzo”, un ultra-conservatore e reazionario che ha sempre basato la propria strategia elettorale sullo spargimento di odio e fake news.
Una cosa è certa: il clima per le prossime elezioni è più teso che mai, in un Paese sempre più diviso dal punto di vista sociale ed economico e la cui egemonia mondiale è in bilico.

L’attentato può favorire Trump?
Se c’è una cosa che i populisti sanno fare è cavalcare l’onda del consenso e parlare alla pancia della gente. Gli alleati politici e i supporter dell’ex presidente non hanno tardato a raccontare l’avvenimento come un vero e proprio martirio, a renderlo parte di una narrazione che dipinge Trump come un eroe, come il salvatore della nazione; un salvatore dai toni decisamente aggressivi e irruenti, che, nonostante il messaggio di solidarietà e di richiamo all’unità da parte di Biden e dei democratici, ha continuato a perseguire lanciando accuse ai suoi avversari.
L’attentato non è che un’esacerbazione delle pulsioni di odio che da anni serpeggiano nella società americana, e che episodicamente finiscono per esplodere. Quattro anni fa l’esito fu l’assalto a Capitol Hill dopo la vittoria elettorale di Biden, che il tycoon rifiutava di riconoscere, aizzando la frangia più estremista del suo elettorato contro le istituzioni e i loro simboli. Oggi è Trump ad aver rischiato di finire vittima del suo stesso gioco; per il momento sembra che continuerà a vestire i panni dell’ammaestratore (non troppo abile) poiché, anche secondo gli analisti, il tentato omicidio crea simpatia nei suoi confronti, soprattutto da parte di quella fetta di elettorato che finora non aveva espresso preferenze fra lui e Biden e che potrebbe rivelarsi decisiva nel verdetto del prossimo novembre.
Tuttavia, non si sa fino a che limite l’ondata di odio e intolleranza possa essere gestibile e strumentalizzabile a fini politici; e nessuno, per ora, ha la ricetta per placare questo potenziale tsunami. L’attuale situazione, infatti, contribuisce a far percepire come irrisolvibili i problemi del Paese, che non riguardano soltanto gli USA ma riverberano in tutto l’Occidente.
Macbeth e l’indissolubile legame fra potere e sangue
Potere e sangue sono un binomio che è andato più volte a braccetto nella storia. Sangue di potenti sgorgato dai loro stessi artifici. Il sangue sul volto di Trump, il sangue di Cesare ucciso in senato più di duemila anni fa, la goccia del sangue dell’arciduca Francesco Ferdinando che fece traboccare il vaso in quel di Sarajevo. Il sangue di Macbeth e dei reali di Scozia nell’amata tragedia shakespeariana: “Via, macchia maledetta! Via dico! […] Qui c’è ancora odore di sangue: tutti i profumi d’Arabia non lo cancelleranno da questa piccola mano” sono le parole che Lady Macbeth ripete nel sonno poco prima di morire.
Macbeth e Banquo, due generali del re di Scozia, si imbattono in tre streghe; predicono a Macbeth che diventerà prima barone e poi re, e a Banquo che i suoi discendenti saliranno al trono. Macbeth, mosso dalla sete di potere e dalla pressioni della moglie, la famigerata Lady Macbeth, uccide il re Duncan, ospite nel suo castello, e si impossessa della corona. Inizia così una paurosa serie di omicidi e violenze, perpetrati con sadico piacere dallo stesso Macbeth: la sua è una furia cieca che investe tutti coloro che sono anche solo sospettati di essere una potenziale minaccia.
Tuttavia, a lungo andare, questa scia di sangue provoca un forte turbamento nel protagonista, che durante un banchetto ha la visione terrificante dello spettro di Banquo. Macbeth torna quindi dalle streghe, che gli svelano una nuova profezia: nessun nato da donna potrà ucciderlo e sarà invincibile finché la foresta di Birnam non avanzerà verso di lui. Tuttavia, ribadiscono anche che i futuri re di Scozia saranno i discendenti di Banquo. È l’inizio della fine: Lady Macbeth muore, e i ribelli organizzano una rivolta contro il generale dissennato. I soldati avanzano nascosti fra i rami della foresta e sconfiggono Macbeth; questi viene ucciso dal barone Macduff, strappato anzitempo al ventre di sua madre, quindi non propriamente ‘nato da donna’.
Le profezie delle streghe si esaudiscono dunque una ad una, ma in realtà non rappresentano per Macbeth un destino inevitabile, bensì un pretesto che muove la sua lucida e consapevole follia.
