I cambiamenti urbanistici spesso fanno seguito ad epoche di crisi politica e di pensiero, e simboleggiano la transizione dal vecchio al nuovo.

È sempre esistita una relazione complessa e profonda fra l’intellettuale e le città. I centri urbani sono il cuore pulsante del fermento culturale, luoghi di ispirazione, scoperte e sfide. Allo stesso tempo, gli intellettuali contribuiscono alla formazione dell’identità e allo sviluppo delle città attraverso il pensiero critico, la creatività e l’attivismo sociale. Tuttavia, la relazione tra intellettuali e città può essere anche conflittuale: le città possono essere luoghi di stratificazione sociale, disuguaglianza e alienazione, sfidando gli ideali di giustizia e uguaglianza. Inoltre, la rapida urbanizzazione e la gentrificazione possono portare a tensioni tra i residenti e i nuovi arrivati.
“Il cigno”: l’esule nella società moderna
“Il cigno” (Le cygne) è una delle più celebri poesie di Charles Baudelaire; incluso nella seconda edizione dei “Fiori del Male”, è il testo che identifica un’intera generazione di poeti e artisti, che hanno vissuto l’epoca che ha visto la transizione dalla proto-industrializzazione ad una società caratterizzata dal capitalismo estremo. Il componimento è dedicato agli ultimi, a coloro che questa società che corre rapida verso il “progresso” sta lasciando indietro: gli orfani, gli schiavi, i senzatetto, i poeti. Sono tutti soggetti accomunati da una condizione di perdita ed esilio, alcuni di essi con un grande passato alle spalle, tuttavia relegati ai margini della storia presente e futura.
Il poeta ritrae una città, Parigi, che proprio negli anni in cui scrive sta assumendo i lineamenti della ville lumière che oggi conosciamo, con i suoi boulevard e arrondissement, il Louvre e la Tour Eiffel, gli edifici neoclassici e i giardini, i ponti sulla Senna e i musei. Sono tutti elementi caratteristici e iconici della capitale francese, che hanno ispirato registi, pittori, cantanti, scrittori della contemporaneità e hanno attirato gli intellettuali più influenti della belle époque.
Quella di Baudelaire è a tutti gli effetti una voce che si discosta da questo coro entusiasta, accecato dall’onda di modernizzazione che sta investendo Parigi: il rinnovamento urbanistico, comandato da Napoleone III e gestito dal barone Haussmann, spazza via la città triviale, sporca, scompaginata, per far posto a palazzi dalle facciate linde, eleganti, liberty. Se non fosse che le case popolari, le catapecchie fatiscenti di legno marcio e i muri incrostati di fango, che sono stati abbattuti e sostituiti da questi nuovi edifici, erano la dimora di persone alle quali, una volta sfrattate, non è stato fornito alcun riparo alternativo; e hanno iniziato a vagare come mendicanti, sottoposti allo sguardo truce e sprezzante dei cosiddetti benpensanti, ai quali bastava girare il cilindro dall’altro lato e abbandonarsi alla contemplazione di un palazzo art nouveau per dimenticarsi della loro esistenza.

Calvino, Marco Polo e “Le città invisibili”
“Le città invisibili” è un romanzo del 1972, tradotto e letto in tutto il mondo. La struttura complessa e la profondità dei suoi temi lo rendono un testo molto discusso e studiato nella letteratura contemporanea. È organizzato come una serie di racconti che descrivono città immaginarie visitate da Marco Polo, l’esploratore veneziano che nel XIII secolo giunse al cospetto di Kublai Khan, l’imperatore del regno dei Tartari. Queste città sono tutte immaginarie e rappresentano concetti e temi diversi; Polo non si limita ad una descrizione fisica, bensì mette in atto una rappresentazione particolareggiata e suggestiva, attraverso un linguaggio ricco di immagini e metafore, attraverso le quali riesce a ridare vita alle sensazioni ed emozioni che ogni città, con i suoi profumi, sapori e rumori suscitano.
Il romanzo offre una prospettiva molto particolare sul concetto di città, esplorando le loro caratteristiche fisiche, sociali e psicologiche in modo poetico e allegorico: ogni città costituisce un’interpretazione simbolica di un aspetto della vita e della condizione umana, e di concetti come la memoria, la solitudine, la bellezza, il desiderio e l’immaginazione.
Un elemento importante del romanzo è il rapporto tra Marco Polo e Kublai Khan. Di quest’ultimo emerge soprattutto la malinconia: ha capito che il suo sterminato potere conta ben poco perché il mondo sta andando in rovina, e desidera che Polo, un viaggiatore visionario, gli racconti delle città remote e immaginarie. Khan è afflitto da un senso di solitudine e distanza, incapace di connettersi completamente con le descrizioni di Polo; dalle sue interazioni emerge una profonda nostalgia per un mondo che non può mai veramente comprendere. Quello di Kublai Khan si presenta dunque come un vero e proprio tentativo di fuga dalla realtà, una realtà di cui riesce a percepire la decadenza, benché non possa ignorarne la complessità e l’inesorabilità. Dal canto suo, Polo racconta le sue storie per cercare di comunicare con l’imperatore, ma alla fine si rende conto che non può mai veramente fargli comprendere a Khan la natura delle città che descrive.

L’intellettuale smarrito de “La speculazione edilizia”
“La speculazione edilizia” è un romanzo del 1973; ci discostiamo dall’atmosfera immaginifica delle città di Marco Polo e Kublai Khan per approdare in un’ambientazione contemporanea e realistica, quella del Nord Italia degli anni ’60. Quinto Anfossi è un giovane intellettuale che torna nel suo paese d’origine, che vede sorgere ogni giorno nuove case e abitazioni, su richiesta pressante di un ceto medio-borghese in cerca di agi e comfort. Quinto decide impulsivamente di lanciarsi nel mercato edile, coinvolgendo l’anziana madre e il fratello Ampelio, e si mette società con il dubbio Pietro Caisotti. Quinto sacrifica parte del giardino della villa di famiglia per favorire la costruzione fittizia di un condominio che, una volta completato, dovrebbe assicurare a tutti un guadagno certo. Tuttavia, l’affare appare fin da subito non destinato ad andare in porto: i due fratelli delegano le questioni pratiche a Caisotti, il quale li trae costantemente in inganno. Quando la deriva sembra inevitabile, Quinto e Ampelio scendono a patteggiamento legale con lui, subendo ingenti perdite economiche.
I protagonisti, in primo luogo Quinto, sono l’incarnazione del disorientamento della classe intellettuale che, dopo la Seconda guerra mondiale, ha sperimentato il trapasso repentino e fulmineo al boom economico, che ha significato ripresa e sviluppo economico ma anche consumismo, inquinamento e illegalità. In un clima di apparente fioritura e prosperità, che ha tratto in inganno anche gli intellettuali più acuti e illuminati, l’autore commenta amaramente che “sono sempre i peggiori che vincono”. In fondo è quello che lamentiamo ancora oggi: un Paese che troppe volte è caratterizzato da disordine diffuso e dalla mancanza di un sistema basato sul merito e sulla legalità.