L’illusione è nell’attesa: ecco come Pirandello e Buzzati raccontano la speranza dei loro protagonisti

L’attesa come illusione si ritrova sia in Dino Buzzati che in Luigi Pirandello: in entrambi i casi i protagonisti attenderanno qualcosa che mai arriverà. 

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Un nemico e un amore, due parole a tratti sinonimi, consumano i protagonisti delle opere di Buzzati e Pirandello: Giovanni Drogo attende, consumato, il nemico e l’ipotetica futura gloria; una madre, l’arrivo del figlio.

 

Il deserto dei Tartari: in attesa della gloria

Il romanzo Il deserto dei Tartari è stato scritto da Dino Buzzati nel 1940 e pubblicato per la prima volta nel 1949. Quest’opera, considerata uno dei capolavori della letteratura italiana del XX secolo, ha catturato l’attenzione dei lettori e della critica per la sua profonda riflessione sulla condizione umana e sull’ineluttabilità del tempo. Nella remota fortezza di Bastiani, i giorni si dipanano inesorabili, contraddistinti dall’eco di un nemico atteso, mai giunto. Giovanni Drogo, il giovane ufficiale inviato a presidiare il confine, si ritrova prigioniero di un limbo temporale, consumato dall’ossessione di una gloria sempre più illusoria. Fin dall’inizio del romanzo, viene dipinto come un giovane idealista desideroso di dimostrare il proprio valore attraverso imprese epiche e militari. Drogo, difatti, si unisce all’esercito con fervore patriottico e aspira a vivere un’avventura gloriosa, credendo che la difesa della fortezza di Bastiani contro un nemico misterioso e imminente sia la sua occasione per emergere come un eroe. Egli sente, inoltre, il peso delle aspettative sociali e cerca costantemente di dimostrare il suo valore agli altri e a sé stesso, nonostante il vuoto e l’assurdità della sua esistenza nell’attesa di un nemico che non si manifesterà mai. Nel circostante deserto, la sua vastità spettrale, si erge a simbolo dell’implacabile destino umano, in cui l’attesa stessa assume i tratti del più crudele avversario. Buzzati dipinge con raffinata maestria la discesa nella follia di Drogo, la sua lotta contro il vuoto esistenziale e il dolore di una speranza irrimediabilmente delusa.

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La vita che ti diedi: l’illusione di un ritorno

La vita che ti diedi di Luigi Pirandello è un dramma che esplora profondamente il tema del dolore materno attraverso la storia di una madre che deve affrontare la perdita del proprio figlio, figlio che dopo essere partito per sette anni, tornerà del tutto cambiato. Pirandello dipinge un quadro struggente del dolore e della disperazione che affliggono la madre, il cui cuore è dilaniato, più per la perdita di un ricordo, che per l’effettiva morte del figlio:

Mio figlio, voi credete che mi sia morto ora non è vero? Non mi è morto ora. Io piansi invece, di nascosto, tutte le mie lagrime quando me lo vidi arrivare: – (e per questo ora non ne ho più!) – quando mi vidi ritornare un altro che non aveva nulla, più nulla di mio figlio.

Il tema dell’illusione si manifesta attraverso la percezione distorta della realtà della madre che ha alimentato il ricordo che aveva del figlio, senza pensare che tanti anni fuori e lontano dal nucleo avessero potuto creare delle variazioni o cambiamenti nel suo essere. Il dolore della morte misto all’illusione è, a sua volta, reso vivace dall’arrivo dell’amente del figlio, incinta di lui, pensiero che spinge la madre e proiettarsi verso l’ipotetica felicità che quel bimbo poteva donarle. Pirandello mette in discussione la natura stessa dell’illusione e della realtà, suggerendo che le persone spesso si aggrappano a false speranze e credenze per affrontare le avversità della vita. L’illusione della madre nel racconto rappresenta un tentativo umano di sfuggire alla cruda realtà della perdita e del dolore, ma alla fine si rivela essere una forma di autoinganno che la madre non può sostenere a lungo.

L’attesa di un arrivo e l’attesa di un ritorno

Nel confronto tra La vita che ti diedi di Luigi Pirandello e Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, entrambi affrontano il tema dell’attesa, ma con sfumature e contesti diversi. In La vita che ti diedi di Pirandello, l’attesa si concentra sul desiderio della madre di vedere il ritorno del figlio, morto poi prematuramente. Ancora, l’illusione del bambino in grembo all’amante, visto come una possibile fine per il dolore che la dilaniava. Tuttavia, questa attesa è destinata a rimanere insoddisfatta, poiché il ritorno del figlio è impossibile e la madre è lasciata a confrontarsi con il vuoto e il dolore della perdita. Nel romanzo di Buzzati, Il deserto dei Tartari, l’attesa è rappresentata dall’arrivo del nemico, atteso da generazioni dai soldati della fortezza di Bastiani. Questa attesa è caratterizzata dall’anticipazione ansiosa e dall’ossessione per un evento futuro che sembra sempre sfuggire. I soldati, incluso il protagonista Giovanni Drogo, vivono nella costante aspettativa di un attacco nemico che potrebbe dare un senso alla loro esistenza e conferire loro la gloria militare tanto desiderata. Tuttavia, l’arrivo del nemico rimane solo una promessa vaga e indeterminata, lasciando i soldati intrappolati in un limbo di attesa infinita. In entrambe le opere, l’attesa è un elemento centrale che permea le vite dei personaggi, ma mentre in Pirandello è legata alla speranza e al dolore individuale, in Buzzati è più ampia e collettiva, rappresentando un’intera comunità in balìa di un destino incerto.

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