Scopriamo cosa si nasconde dietro la fossa comune più grande di Europa

Una scoperta accidentale, ma di grande rilievo storico e culturale che restituirà informazioni  preziose sulle ingenti perdite umane causate dalla peste.

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La rivista settimanale tedesca “Der Spiegel” ci informa del ritrovamento di una grande fossa comune, risalente al XVII secolo, nei pressi della zona Großweidenmühlstrasse di Norimberga, testimonianza della tragica epidemia di peste che causò la morte di circa un terzo della popolazione.

Una scoperta del tutto casuale

A Norimberga durante una campagna di scavi per la realizzazione di una casa di riposo è stata rinvenuta una grande fossa comune. Si è trattato di una scoperta inaspettata poiché negli archivi cittadini non vi è traccia della presenza di questa fossa, non lontana dalle vecchie mura cittadine.

I ricercatori stimano che qui potrebbero trovarsi i resti di almeno 1500 individui, uccisi dalla peste bubbonica che investì la città negli anni ’30 del ‘600.
Difficile è il computo preciso delle vittime sepolte poiché i resti sono stati pesantemente danneggiati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale (in particolare, le onde d’urto hanno causato fratture nelle ossa); inoltre, gli scheletri appaiono verdognoli a causa delle tracce di rame presenti nel terreno, dovute a smaltimenti di rifiuti cuprei di una fabbrica situata in quella zona.

Fossa comune, Norimberga

Una questione di spazi e di tempi

La peste non risparmiava nessuno: colpiva indistintamente uomini e donne, anziani e bambini, ricchi e poveri. I cadaveri sono ammassati, messi l’uno sull’altro (è stata individuata una stratificazione pari a sette livelli), molti avvolti semplicemente in un panno, come se fossero stati gettati lì senza particolare premura o attenzione e, come fa notare l’archeologa Melanie Langbein, non furono seppelliti seguendo le consuetudini cristiane (mani giunte e direzione est-ovest).

Il posizionamento dei cadaveri da un lato suggerisce la necessità di “ottimizzare” gli spazi considerato l’elevato numero di morti, e dall’altro il timore del rischio di contagio: insomma, si optava per sepolture di massa e rapide. Occorreva “isolare” il più velocemente possibile l’appestato (ormai deceduto) per scongiurare eventuali contagi.

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Contagio e misure di sicurezza

Con ogni probabilità, l’ondata di peste a cui facciamo riferimento è quella del 1632-1633 che colpì la città di Norimberga (tra l’altro, durante la lunga e sanguinosa Guerra dei Trent’anni, 1618-1648) e provocò la morte di oltre un terzo della popolazione, più di 15 000 persone. Un’epidemia di peste bubbonica causata dal batterio Yersinia pestis. Negli stessi anni la peste imperversava anche nell’Italia settentrionale (1629-1633), di cui ci parla anche Manzoni.

La città di Norimberga -come del resto l’intera Europa- fu colpita da varie ondate di peste durante il Medioevo e l’età Moderna; le analisi al radiocarbonio hanno permesso di datare la realizzazione della fossa alla prima metà del XVII secolo, considerato anche il ritrovamento di monete e altri oggetti risalenti agli anni ’20 dello stesso secolo. Ulteriori informazioni in merito alle condizioni di vita e alle cause di morte saranno rivelate da approfondite analisi archeo-genetiche.

Per limitare i contagi venivano adottate una serie di pratiche come il distanziamento e l’isolamento dei malati, la quarantena, chiusura di luoghi pubblici, chiese e mercati, limitazione di spostamenti e commerci, sanificazione delle strade. Inoltre, venivano bruciati tutti i beni degli appestati ed erano limitate (o addirittura vietate) le cerimonie religiose associate alla sepoltura.

I contagiati spesso si ritrovavano a vivere in quartieri sovraffollati, in spazi ristretti e in pessime condizioni igieniche; ciò non fece altro che favorire lo sviluppo e la diffusione di malattie e infezioni.

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