La raccolta di racconti di Tama Janowitz ritorna nel 2024 in Italia grazie a Accento editore. Vediamo i parallelismi con Joyce.

Il libro di Tama Janowitz era già stato pubblicato in Italia per Bompiani. Successivamente è andato fuori catalogo, fino al 13 Marzo2024, data in cui Accento edizione lo ripropone al pubblico. Citando proprio Alessandro Cattelan, fondatore ed editore della casa editrice, si tratta di un libro “che può piacere o non piacere, ma va letto per forza”. Si tratta di una raccolta di racconti, con protagonisti vari personaggi, tutti di New York. Si tratta di una New York degli anni ’80, icona del suo tempo, centro del mondo e riferimento culturale. Questa grande città, che sembra non possa mai cadere, ha in sé delle piccole realtà che si discostano totalmente dall’apparenza della città. Troviamo persone con grandi sogni o con grandi ambizioni, ma che in una città del genere sono costretti a lasciare da parte i loro progetti per poter riuscire a riallacciarsi alla vita. In un certo senso molto vicino all’opera di James Joyce, “Gente di Dublino”.
Schiavi di New York
Il libro contiene 25 racconti. Le storie sono tutte diverse, con personaggi diversi che appartengono anche a categorie diverse. Ognuno di loro ha però qualcosa in comune con gli altri: una rassegnazione alla vita. Sono in qualche modo legati alla città di New York, ma sono anche consapevoli che è la città stessa che li rende in qualche modo delle persone che non vivono, ma che si lasciano vivere. Sono persone che avevano grandi speranze in questa città, ma che crescendo hanno visto quanto sia difficile rimanerci. Scegliere New York vuol dire scegliere le possibilità che solo una città del genere può offrire. Per poterci restare bisogna però scegliere qualche compromesso. Un artista che sa di essere un genio dovrà fare i conti con la povertà, la solitudine e il fatto di non arrivare al successo in vita. Una ragazza che sceglie di trasferirsi a New York dovrà sapere che per poter sopravvivere dovrà fare i conti con la propria etica, così come una prostituta dovrà scegliere in che modo lamentarsi della propria condizione.
Raccontato con un tocco di ironia e una cruda schiettezza, l’immersione in queste 25 vite lascia al lettore un senso di arrendevolezza all’umanità.

Gente di Dublino
Strutturalmente il libro di Janowitz ricorda molto quello di Joyce. Infatti, anche “Gente di Dublino” è una raccolta di racconti, tutti ambientati in una grande città come Dublino. La città, i dintorni e i paesaggi sono caratterizzati molto bene, descritti in maniera del tutto realistica. Lo scopo di Joyce era proprio quello di proporre questo lato dell’Irlanda e di Dublino in particolare. Tutti i racconti, inoltre, hanno protagonisti diversi e sono caratterizzati da una certa sofferenza repressa, una sorta di resa alla vita. I personaggi sono come in una paralisi. Sono inermi e non possono fare niente per cambiare la loro condizione. Anche qui i personaggi sono diversi, appartenenti a categorie diverse della classe media. Particolare è la scelta di raccontare anche di 3 protagonisti bambini, ancora attivi nei confronti della vita. Sono gli unici protagonisti, infatti, che ancora non sono stati in qualche modo sconfitti e che quindi non vivono la vita in condizione passiva e arrendevole. Un’altra particolarità di questi racconti è il racconto in prima persona, mentre negli altri casi si ha la terza persona. Questa scelta mirata fa scostare il libro della Janowitz, che incorpora racconti in prima persona, altri in terza persona e addirittura in seconda persona.
Grandi città, piccole persone
La caratteristica principale che accomuna le due opere è la presenza in scena di grandi città come New York o Dublino. È una presenza passiva ma che più volte interferisce con le scelte dei protagonisti (o delle non-scelte). Si trattano di città che potenzialmente potrebbero offrire tanto alle persone, ma che ricorrentemente mettono in difficoltà. La paralisi che hanno i protagonisti di “Gente di Dublino” è dovuta alla paralisi che la città stessa subisce. Incorrono incessantemente i fallimenti delle persone, sia per cose grandi che per cose piccole. Il continuo fallire porta quindi le persone a non provare più, rimanendo in una condizione di stasi immutabile. La stessa cosa vale per “Schiavi di New York”. I protagonisti sono attirati dalla città di New York. Sembra essere il centro del mondo. Non ci si può perdere nulla. Invece rimangono fermi, si perdono tutto, anche se stessi. Sognano di poter fare tante cose, ma rimangono solo fantasie. I protagonisti rimangono delle crisalidi che mai si trasformeranno in farfalle, perché sono troppo occupati a rimanere al passo con tutto il resto e perdono di vista il motivo per cui sono a New York. In questo senso, quindi, sono soggetti passivi alla vita. Non dettano i tempi e sono soggetti ai tempi della città, che in maniera incontrastata li porterà a rinunciare e non fare.