I recenti fatti di Pisa e Firenze non hanno semplicemente portato sul banco degli imputati coloro che si occupano della gestione dell’ordine pubblico nel nostro Paese: oggi più che mai ad essere messa in discussione è la democrazia stessa.

Il richiamo che il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha rivolto al Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a proposito degli incresciosi avvenimenti di Pisa e Firenze, ha scoperchiato il Vaso di Pandora sulla nostra forma di governo. L’Italia, infatti, col suo sistema elettorale misto, è una democrazia imperfetta: l’astensionismo e la disaffezione dei cittadini, che non si sentono rappresentati, si traducono in quella che Tocqueville definì “dittatura della maggioranza”. In realtà, i punti deboli della democrazia furono già individuati e teorizzati da Aristotele nella “Politica” e, a distanza di qualche secolo, da Cicerone nel “De re publica”.
Mattarella: “I manganelli contro i ragazzi esprimono un fallimento”
Il Presidente della Repubblica, in un breve ma incisivo intervento, ha parafrasato l’indignazione montata in milioni di italiani dopo che nella mattinata di venerdì 23 febbraio, scrollando i post sui social o facendo zapping in televisione, o ancora peggio a pochi metri di distanza da ciò che stava accadendo, si sono ritrovati davanti ai loro occhi delle immagini deplorevoli: un corteo di studenti, molti dei quali minorenni, che manifestavano pacificamente per la pace in Medioriente, represso a suon di cariche e manganellate dagli agenti della polizia in tenuta anti-sommossa.
Ecco la nota del Quirinale, che riporta la posizione ufficiale di Mattarella:
“Il Presidente della Repubblica ha fatto presente al Ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”.
All’interno di un panorama politico quantomai desolante da ogni prospettiva, quella dell’attuale Presidente della Repubblica è senza dubbio la voce più autorevole e rispettabile, espressione di un’integrità e di una cultura istituzionale che sembrano quasi démodé nell’era dei populismi. In Parlamento, negli ultimi tempi, spesso si fa a gara a chi alza di più la voce per far prevalere la propria visione: se nella politica di piazza i motteggi sono più che leciti, in sede ufficiale le schermaglie che hanno luogo oramai regolarmente fra i rappresentanti del governo denotano un decadimento sempre più ignobile del dibattito politico.
Mentre i partiti di maggioranza rivendicano – seppur in maniera goffa e con la coda fra le gambe – la legittimità del loro operato, agli esponenti dell’opposizione, in mancanza di personalità altrettanto accreditate, non resta che accodarsi alle dichiarazioni di Mattarella. È come se quest’ultimo rappresentasse non solo la più alta carica dello Stato, alla quale parlamentari e senatori devono fare inappellabilmente capo, ma anche l’ultimo, supremo baluardo della pluralità nella democrazia della Terza Repubblica.
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Vent’anni di immobilismo
Le raccapriccianti immagini dei manifestanti che, disarmati e inermi, levano in alto le mani in segno di non belligeranza poco prima di essere caricati dalla polizia, avranno ricordato ad alcuni i fatti del G8 di Genova, meglio noti come fatti della scuola Diaz: risalgono al 2001, e furono episodi di inaudita violenza, frutto dello scontro ideologico fra fazioni opposte che sulla carta volevano perseguire lo stesso obiettivo. Da un lato vi erano i movimenti no global, contrari ai meccanismi economici che si celavano dietro la globalizzazione, dall’altro le forze politiche, che si riunivano in summit per “sconfiggere la povertà nel mondo”. Sorvolando sui grossolani errori di valutazione, nella scelta della città come sede per il G8 e soprattutto nella gestione dell’ordine pubblico, i disordini scaturirono chiaramente dalla condotta delle frange più estreme di ambo gli schieramenti, ma le conseguenze si ripercossero anche su chi si trovava lì per esprimere il proprio dissenso in maniera non-violenta.
Anche allora, alcuni incaricati delle forze dell’ordine, su incoraggiamento dei loro sovrintendenti, abusarono della propria posizione per mettere in atto una vera e propria prevaricazione fisica e psicologica sui manifestanti che avevano occupato la scuola Diaz. Secondo Amnesty International, quanto si verificò a Genova in quei giorni fu la “più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”.
https://www.ilpost.it/2021/07/19/g8-genova-venti-anni-dopo/
Consiglio, a tal proposito la visione del film “Diaz – Non pulire questo sangue”, di Daniele Vicari (2012).
Poco più di vent’anni dopo, nonostante i responsabili di tali avvenimenti siano finiti sotto inchiesta e siano stati processati, la storia sembra ripetersi. In questo arco temporale non sono stati fatti passi avanti sul diritto allo sciopero, soprattutto per quanto concerne la gestione dell’ordine pubblico: c’è chi scambia il mantenere l’ordine con il reprimere il dissenso, e chi scende in piazza per far sentire la propria voce come pericolosi criminali. Non solo: è stata ripetutamente messa in discussione l’efficacia degli scioperi come strumento di espressione delle istanze delle minoranze e di quella parte della popolazione che non si rivede nelle decisioni dei governanti. A tal proposito, suonano come una premonizione le parole del Ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara:
“Credo sia finita quell’idea antica, forse sessantottina, della scuola come luogo di militanza politica. È l’inizio della normalità, della fisiologia dei rapporti”
Ebbene, sembra che si trascuri che la scuola è, in primo luogo, lo spazio dove si formano i cittadini, dove i ragazzi imparano a sviluppare una coscienza critica e ad esercitare con criterio il diritto inalienabile del libero pensiero. L’apprendimento di nozioni da applicare nella quotidianità e nel futuro lavorativo sono senz’altro fondamentali, ma non devono oscurare quello che resta l’obiettivo primario dell’istruzione: insegnare ad essere liberi.

L’arte di governare secondo gli antichi
Viene da chiedersi, dunque, se sia davvero possibile che i governanti di un Paese assolvano le proprie funzioni rispettando la volontà del popolo e, al contempo, seguendo programma preciso che abbia come finalità il bene dello Stato. Se lo sono domandati molti secoli addietro anche grandi filosofi e statisti come Aristotele e Cicerone, le cui opere di filosofia politica da un lato ci offrono un preziosa testimonianza sul modo di pensare e di amministrare delle civiltà che ci hanno preceduto, dall’altro offrono preziosi suggerimenti in materia di arte governativa.
L’analisi che Aristotele formula nella “Politica” (in greco “Τά πολιτικά”) parte da un unico, fondamentale presupposto: l’uomo è un animale politico, che ha bisogno degli altri sia per garantirsi la sopravvivenza, sia per raggiungere la felicità. Il modo migliore per realizzare entrambe le necessità è rispettare le leggi dello Stato: seguendole, infatti, l’essere umano si rivela virtuoso, e solo attraverso la virtù può essere felice. Di quale Stato parla Aristotele? Il filosofo greco individua tre principali forme di governo, nonché le rispettive degenerazioni: la monarchia, l’aristocrazia (“governo dei migliori”) e la politèia (“governo del popolo”), dunque la tirannide, l’oligarchia e la demagogia. Andando per ordine, nella monarchia il capo dello Stato è il sovrano, che può rivelarsi un despota; i governi aristocratici finiscono per diventare “governi dei ricchi”, mentre i governi democratici possono trasformarsi in demagogie, in cui l’interesse di una maggioranza prevale sull’utile comune.
Aristotele afferma dunque che il governo della polis deve essere affidato agli anziani, governanti professionisti affiancati da filosofi, in qualità di consiglieri; sostiene inoltre che fra le priorità dello Stato dovrebbe esserci anche l’educazione dei cittadini, cui tutti hanno il diritto di accedere per prepararsi alla vita sociale e militare.
Qualche secolo più tardi, le tesi di Aristotele sono state ricalcate da Cicerone, il quale fa tesoro anche dell’esperienza dello storico Polibio, che già aveva offerto una panoramica ricca di elogi sulle istituzioni della res publica romana. Nel “De re publica“, lo statista romano afferma che non vi è una forma di governo migliore delle altre, ma quella romana costituisce una eccezione in quanto sintetizza le tre migliori, precedentemente elencate, in una sola. Ciò è avvenuto dopo secoli di lotte politiche fra patrizi e plebei, che hanno portato all’elaborazione di una “costituzione mista“: essa raccoglie gli aspetti più funzionali delle tre forme di governo all’interno dei principali apparati della res publica, ossia il consolato, il senato e il tribunato della plebe.
In conclusione, secondo Cicerone, la costituzione romana è la migliore perché è stata costruita nel corso di un periodo di tempo molto lungo, e vi hanno contribuito tutte le classi sociali.
