“We are the champions”: un inno alla vittoria che rievoca Pindaro

La celeberrima canzone dei Queen, riprodotta da sempre in occasione di grandi momenti sportivi, porta in sé diversi concetti che rimandano alla Grecia antica e, in particolare, alla concezione della vittoria.

Lottatori greci (World History Encyclopedia)

Quando sentiamo il pianoforte di Freddy Mercury e i versi “I’ve paid my dues / time after time” la nostra immaginazione riproduce immediatamente la scena di un campo da gioco (di calcio, magari) con uno o più atleti impegnati a festeggiare un traguardo sportivo, tra lacrime, sorrisi, urla di vittoria. Il momento topico in cui il capitano di una squadra alza la coppa al cielo ha spesso come sottofondo musicale il brano “We are the champions” dei Queen che sublima l’attimo vittorioso. La canzone della band britannica insiste sul concetto della “vittoria” che, nella società greca antica era ritenuto di vitale importanza: scopriamo come e perché.

L’uomo greco “agonista” e la dimensione della gara

Il mondo antico attribuiva grande importanza alla competizione tra due o più individui. Possiamo definire l’uomo greco antico come agonistès, ossia un “atleta, competitore” impegnato in una gara (in greco agòn: da cui derivano i nostri agonista, agonale…) per conseguire la vittoria e, di conseguenza, il riconoscimento sociale che da essa deriva. La società greca antica nutriva grande considerazione per la gloria personale (kleos in greco) conseguibile attraverso la guerra o lo sport. L’uomo greco entrava in competizione per affermare, innanzitutto, il proprio valore personale sia dal punto di vista esteriore che interiore. Il termine kalokagathìa (letteralmente l’essere “bello e buono”) indica, nel mondo greco, una perfezione dal punto di vista fisico a cui si affianca l’eccellenza morale: lo sport costituiva un perfetto contesto in cui l’individuo era chiamato a distinguersi dagli altri attraverso la vittoria.

Il discobolo di Mirone (arteinbreve)

Lo sport in Omero

All’interno dei poemi omerici, opere che inaugurano – per così dire – la letteratura greca, in diverse occasioni gli eroi protagonisti delle vicende sono chiamati a confrontarsi con sfide o gare di carattere sportivo e competitivo. Nel XXIII canto dell’Iliade, leggiamo dei giochi funebri che Achille organizza per il compianto Patroclo: vengono stabiliti dei premi per i vincitori delle varie discipline (tra cui corsa coi cavalli, pugilato, lotta e tiro con l’arco). Le gare si svolgono dopo il funerale di Patroclo, quasi ad illustrarne la figura e la memoria attraverso una serie di competizioni che vedono come principali atleti i più grandi eroi della spedizione greca. Ancora in Omero, leggiamo di altri episodi in cui l’agone sportivo è concepito come momento di esaltazione personale e di riguardo nei confronti del prossimo. Ad esempio, in Odissea VIII, Odisseo, da poco accolto come naufrago sull’isola dei Feaci, viene invitato a prender parte ad alcuni giochi sportivi. Il giovane Laodamante, per invitare l’eroe, dice:

Vieni anche tu, ospite, e in gara cimèntati […], non c’è gloria maggiore per l’uomo, fino a che vive, di quella che si procura con la mano e con il piede

Odisseo, inizialmente, rifiuta l’invito perché molto provato dal viaggio; ma quando uno dei giovani si fa beffe del suo aspetto fino a dire: “no, non mi sembri un atleta”, l’eroe, irritato, fa appello alle sue forze e scaglia il disco con cui essi stavano gareggiando molto più lontano dei suoi avversari. Quest’ultimo episodio omerico e, in particolare, la battuta del giovane Laodamante mette ben in evidenza il risvolto sociale del successo sportivo che, prima di essere un puro conseguimento personale, appronta gloria, fama e rispetto della comunità. Freddy Mercury esprime il concetto con parole molto simili:

You brought me fame and fortune / And everything that goes with it

Nike di Samotracia, Museo del Louvre (flickr)

La vittoria cantata da Pindaro

La vittoria (in greco nike) costituisce un momento fondamentale per la rappresentazione dell’individuo antico nella società. I giochi sportivi greci erano considerati panellenici, ossi comuni a tutti i greci, e costituivano un’occasione speciale e globalmente riconosciuta per affermare la propria individualità. I giochi avevano un marcato valore religioso e si tenevano presso i grandi santuari panellenici: Olimpia, Corinto, Nemea e Delfi. Le manifestazioni sportive più note sono le Olimpiadi (che ebbero inizio nel 776 a.C.): esse costituivano un vero e proprio palcoscenico per i tanti nobili, tiranni, personaggi facoltosi in grado di finanziare la propria partecipazione ai giochi. Il poeta greco Pindaro, attivo tra VI e V secolo a.C., celebrò attraverso lo strumento poetico la vittoria nei giochi: egli si specializzò nell’epinicio, un “canto per la vittoria” celebrativo dei campioni sportivi. La poesia pindarica evidenzia come il momento della vittoria agonale renda l’atleta migliore, favorito dagli déi ed eccelso agli occhi del suo pubblico. Pindaro scrive su committenza e, dunque, è inevitabile la presenza di un motivo encomiastico all’interno delle sue opere; però, la celebrazione individuale non è slegata dall’elemento divino che è partecipe del successo sportivo ed eleva il vincitore ad un ruolo preminente rispetto al popolo. Ad esempio, Pindaro (Olimpica II) chiama Terone di Agrigento, vincitore della corsa delle quadrighe alle Olimpiadi, come “salvezza della città” e, in seguito, per celebrarne il successo dice:

Nella gloria […] la pena muore[…] è vinta la vendetta del dolore

La glorificazione personale suscitata da una vittoria è elevata al cielo e cancella la pena e il dolore. Il legame tra sforzo e vittoria, tra fallimento e successo è ben descritto da questi versi che anticipano le parole dei Queen:

And bad mistakes / I’ve made a few / I’ve had my share of sand / Kicked in my face / But I’ve come through

in cui si descrivono i momenti negativi, la pena e il dolore precedenti alla vittoria finale che viene resa perpetua dal canto, di Pindaro nella Grecia classica, dei Queen oggi.

 

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