Cinque cose che non sai sull’importanza delle maniche nel nostro linguaggio

Nella lingua italiana ci sono dei modi di dire che si rifanno all’abbigliamento e alla storia del costume: ecco cinque modi di dire legati alle maniche e alla loro evoluzione sartoriale.

Il Bacio” di F. Hayez, 1859, Pinacoteca di Brera.

Molte volte, l’abbigliamento è stato paragonato al linguaggio: l’abito è un veicolo di comunicazione ed espressione di identità di un singolo individuo e di una collettività. Se studiato e analizzato, il vestiario può restituire l’ immagine precisa del suo contesto storico, delle sue regole e dei suoi obblighi, delle abitudini e modi di fare, alla pari di un dipinto o di un testo letterario.

1) Questo è tutto un altro paio di maniche

“Anche a me piace molto andare al cinema, ma più di tutto preferisco l’opera lirica.”
“Ah bhe’, questo è tutto un altro paio di maniche!
Capita spesso di sentire usare questa espressione, che significa “tutta un’altra cosa, non paragonabile con la precedente”. Dunque, perché si dice così?
Per scoprirlo, bisogna viaggiare indietro nel tempo fino al rinascimento, quando le lavandaie avevano sempre un gran da fare per pulire gli abiti dei loro signori e signore.
Al tempo, infatti,  lavare un abito non era cosa né scontata né veloce: l’acqua era spesso molto fredda, il sapone non sempre era disponibile, l’asciugatura completa poteva richiedere settimane e lo sfregamento rovinava i tessuti. Come evitare questi problemi, allora, secondo i nostri antenati?
A volte, loro ingenuità fa sorridere, ma in altri casi si rimane colpiti dalle soluzioni brillanti che adottavano: una di queste è la manica rimovibile, sistema ancora oggi ritenuto ingegnoso e creativo.
Le maniche, venivano aggiunte solo dopo essersi vestiti completamente, ed erano rette tramite lacci che le attaccavano al giro manica; in questo modo, potevano essere facilmente rimosse per lavarle in coppia, proprio come si fa oggi con i calzini.
Questa usanza era comune già nel medioevo, ma è nel rinascimento che  vede il suo massimo utilizzo, perché l’abbigliamento si fa molto più strutturato e complesso.
Come diceva la studiosa del costume R. Levi Pisetzky nel suo volume “Storia della moda e del costume nella società italiana”:

Si noti però che col progredire del 400 la manica è quasi sempre staccata e congiunta alla veste per mezzo di lacci finiti con puntali preziosi che lasciano sbuffare tra l’uno e l’altro la camicia sottostante. […] La voga della manica staccata permette l’elegante bizzarria di maniche di colore diverso dalla gamurra o camorra (ndr. – la veste principale), spesso di tessuto più ricco.

Inoltre, per i più facoltosi, ogni attività prevedeva l’uso di uno specifico paio di maniche: c’erano quelle per contare il denaro, quelle per andare a cavallo, un altro paio (più raffinato) per ricevere gli ospiti, quelle per mangiare e via dicendo.
Dall’insieme di questi fattori deriva il detto così comune.

“Donna romana che trasporta l’acqua”, C. Haag, 1857, Collezione Birmingham Museum Trust.

2) Essere di manica larga

“Non preoccuparti del conto, stasera offro io! ”
“Ah, amico mio, tu sì che sei di manica larga…
Quando qualcuno fa questo tipo di osservazione, sta dicendo al suo interlocutore che è estremamente generoso, ma cosa c’entrano le maniche larghe?
Sempre secondo R. Levi Pisetzky, le ipotesi più accreditate sull’utilizzo di questo modo di dire sono due: una riguarda l’abbigliamento ecclesiastico, l’altra quello dei nobili medievali.
Fino al XX secolo, quando anche l’abbigliamento religioso subì dei cambiamenti con il progresso tecnologico, le vesti dei monaci e dei frati erano più semplici e rigorose ma con le maniche più ampie rispetto a quelle dei preti che erano, invece, più ricche e colorate ma più strette sulle braccia.
Inoltre, era credenza diffusa che i monaci e i frati fossero più generosi e benevoli dei preti: l’insieme di questi due fattori spiegherebbe questo modo di dire.
La seconda ipotesi riguarda l’abbigliamento medievale che si articolava su strati, sovrapponendo una veste sull’altra, sia per i poveri che per i ricchi.
I nobili, però, si differenziavano dalla classe lavoratrice, oltre che per la ricchezza dei tessuti, anche per l’uso delle cosiddette “maniche ad ali”.
Una volta legata al giro manica con dei lacci, la manica scendeva semi-dritta fino al gomito, per poi iniziare ad allargarsi fino al polso, dove raggiungeva una circonferenza smisurata e poteva, addirittura, arrivare a toccare terra.
Le “maniche ad ali ” erano appannaggio solo dei nobili, ovvero coloro che facevano la carità, distribuivano il lavoro, spesso erano mecenati di artisti e vivevano in condizioni di benessere.

3) Rimboccarsi le maniche

Questo modo di dire è ancora molto in uso, e indica qualcuno pronto a mettersi a lavorare duramente.
L’immagine che la frase suggerisce è quella del gesto di arrotolare la manica fin  sopra al gomito, evitando che intralci il lavoro.
Nel medioevo e nel rinascimento, questo modo di dire era solitamente associato agli uomini che lavoravano la terra o svolgevano mansioni che richiedevano l’uso delle mani: i tre bottoni che si vedono sui polsi delle giacche da uomo, servivano esattamente a questo. In un’ epoca in cui la giacca era l’indumento principale e la si usava anche per svolgere qualunque tipo di attività, fosse anche leggere un libro in salotto, i tre bottoni in fondo consentivano di ampliare l’ampiezza della circonferenza polso e arrotolare la fine della manica con più agilità.

4) Essere in maniche di camicia

“Si vede che è una persona alla mano, la sua è stata un’accoglienza proprio in maniche di camicia.
Questa espressione, caduta un po’ in disuso, indica qualcuno con atteggiamento o apparenza informale.
In effetti, fino agli anni ‘80-’90 del XX secolo, la giacca era utilizzata durante tutto l’arco della giornata, era un capo maschile essenziale e farsi vedere senza era consentito solo in un posto con cui si avesse grande familiarità e dove non fosse richiesta una certa formalità, come potrebbe essere casa propria o il proprio ufficio. 
Se non si indossava la giacca, si vedeva il gilet (da cui uscivano le maniche della camicia, appunto) o, ancora più informale, solo la camicia con le bretelle dei pantaloni, considerate quasi un accessorio di biancheria maschile.
Essere in maniche di camicia, quindi, indicava un abbigliamento incompleto, quasi come presentarsi in canottiera, ed era usato solo in contesti estremamente informali. Da ciò, ecco il detto.

5) Sono una manica di

 “Hai visto l’esame di quei tre? Non sapevano nemmeno le domande più semplici, sono una manica di idioti.
Questo modo di dire ha un’accezione sempre negativa, e viene usato per indicare un gruppo di persone che ha un atteggiamento sgradevole, arrogante, truffaldino o stupido.
Il riferimento, in questo caso, non è alle maniche degli indumenti comuni, ma a quelle delle armature dei soldati: a un certo punto, infatti, alcuni hanno iniziato a impostare gli eserciti come fossero una armatura, probabilmente per intendersi meglio e restituire un’immagine immediata all’interlocutore.
Con il termine “manica”, in gergo militare, si intendeva un drappello di soldati che, similmente alle maniche dell’armatura, erano solitamente schierati alle ali del grosso (il corpo centrale)  della squadra armata ed erano rinomati per essere la parte più agguerrita di tutto l’esercito.
Dunque, il detto “una manica di…” proviene direttamente dall’abbigliamento militare, e ci ricorda quanto la moda e il costume, che comprendono anche gli abbigliamenti specifici come quello ecclesiastico o militare, condizionano il nostro modo di esprimerci e ragionare.
 

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