La povertà non è solo indigenza fine a se stessa, ci spiegano alcune (rare) interpretazioni della cultura pop. Un esempio è la serie tv Maid.
Di povertà ne vediamo tanta. Che sia camminando fra le strade della nostra città, che sia davanti alle porte di un supermercato o in televisione. Innumerevoli sono i prodotti di cultura pop che hanno rappresentato questa condizione nei secoli, ma tutti (o quasi) sono accomunati da una cosa soltanto: la visione della povertà come una cosa fine a se stessa. Uno stato di indigenza economica, che porta a risvolti culturali e sociali devastanti. Ma si può uscire da questa interpretazione monolitica della condizione? La serie Maid ci ha provato.
Il successo di Maid
Sugli schermi dei nostri device dal 2021, Maid è una miniserie televisiva di 10 puntate statunitense. Si basa su una storia vera, quella di Stephanie Land, che lei per prima ha raccontato nella sua biografia Domestica: lavoro duro, paga bassa e la voglia di sopravvivere di una madre. La serie racconta infatti le vicende di Alex, una ragazza che ha da poco lasciato il compagno violento portando con sé la loro bambina. Si trasferisce in un rifugio protetto per vittime di violenza domestica e trova lavoro come addetta alle pulizie per una ditta specializzata nel settore. La storia si snoda fra tutte le difficoltà che la protagonista deve affrontare per uscire dalla sua condizione: l’ex violento, la profonda disfunzionalità della sua famiglia, il lavoro sfiancante e non remunerativo, la crescita della figlia e l’estrema manchevolezza dell’assistenza statale. Tutto questo sognando un brillante futuro da scrittrice.
Maid e la rappresentazione della povertà
La povertà, come detto prima, è un tema rappresentato da sempre nella cultura pop. Il come è cambiato negli anni, ma qualcosa rimane sempre: l’indigenza. Anche in questo caso, Alex è fatta vedere in una situazione veramente critica. A corto di soldi, senza un alloggio, senza l’appoggio né finanziario, né morale dei proprio genitori. Sola contro il mondo, insieme alla sua bambina. Ma nella sua rappresentazione qualcosa è cambiato rispetto al solito: lei non è la classica persona povera che sa di essere povera e a questo si rassegna, ma Alex decide di lottare. Di lottare per avere una condizione di vita migliore per lei e per sua figlia, per non trovarsi più invischiata in dinamiche dannose per entrambe, con la testa rivolta a un sogno.
La figura dello skiver
Abbiamo molti preconcetti per quanto riguarda le persone afflitte da povertà e due sono i principali: o il fatto che se lo siano “meritate” per la loro ignoranza o irresponsabilità, o che non se lo meritino. I pochi casi in cui l’opinione pubblica è concorde sul secondo caso, si assiste alla rappresentazione del povero chiamata skiver. Viene dipinto come una persona in una grave difficoltà che è solo temporanea, ma a cui sta lavorando sodo per riuscire a uscirne il prima possibile. E’ una visto come operoso, determinato, responsabile e vittima indifesa e inerme davanti alle tragedie che la sua vita sfortunata gli ha messo davanti. Magari percepisce un sussidio statale, ma è giusto che sia così: è una mano necessaria in un momento di estremo bisogno. La visione non è più demonizzante, come nella maggior parte dei casi, ma di una bontà paternalistica.