La situazione in cui versa la magistratura italiana attualmente non è un mistero: sfiducia, delusione e corruzione, per riassumere. Per questo si parla di cambiare il sistema di valutazione.
La sfiducia nei confronti del nostro terzo potere, quello giudicante e/o requirente, è ormai endemica da diversi anni in Italia. Da Tangentopoli, quando i magistrati sono stati elevati a salvatori del Paese, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Ora sono visti come una casta dentro alla casta, la crème de la crème delle sfere d’influenza statale. Disconnessi da una popolazione sempre più distante e critica, i magistrati si ritrovano in un mondo non facile, dove svolgere il loro lavoro è ancora più difficile.
Come si rilancia la magistratura?
Proprio per questi continui contrasti, non solo fra popolazione e magistratura, ma anche fra magistratura e classe politica, le riforme della giustizia si susseguono frenetiche. Nemmeno un anno fa è stata approvata la riforma Cartabia, che oggi si parla già di un ennesimo cambio delle regole in merito. Ultimamente si parla soprattutto della figura del magistrato in toto: come lo si diventa, come si entra nel mondo della magistratura, il loro iter lavorativo, la loro performance. Per tutte questi temi sollevati, il governo Meloni ha proposto un test psico-attitudinale a ogni persona voglia entrare a far parte del terzo potere. Molti hanno già storto il naso, ma per le cariche con una certa influenza sulla vita delle persone non è niente di strano.
Ma oggi come funziona?
In Italia, per diventare magistrato bisogna andare incontro a un percorso lunghissimo. Innanzitutto è necessaria una laurea quinquennale in Giurisprudenza, ma non solo. E’ necessario avere la cittadinanza italiana, l’esercizio dei diritti civili, essere incensurato e non essere stato respinti per tre volte in precedenti concorsi pubblici. Oltre alla laurea, viene richiesto di essere avvocati, magistrati di tipo speciale, dirigenti pubblici, docenti, dottori, specializzati alla Scuola giuridica o tirocinanti per 18 mesi in ufficio giudiziario. Solo soddisfacendo tutti questi requisiti si può provare ad accedere al concorso pubblico. Superato questo, subentra un periodo di 18 mesi di tirocinio. Le valutazioni finali sono trasmesse al CSM (organo di autogoverno della magistratura), che compie un giudizio di idoneità.
E le valutazioni?
Le valutazioni di professionalità dei magistrati sono una quasi novità, essendo state introdotte solo con la riforma della giustizia del 2005-2007. Si svolgono d’ufficio ogni quattro anni e sono effettuate sempre dal CSM. Riguardano la capacità, la laboriosità, la diligenza e l’impegno del togato. Per prendere le sue decisioni, il CSM si basa sui pareri del Consiglio giudiziario e indica attraverso circolare i parametri oggettivi, gli elementi dei pareri e la documentazione relativa. La valutazione può essere positiva, non positiva (insufficiente in un parametro, da ripetere entro un anno) o negativa. Se un magistrati ne ottiene due negative, viene dispensato dal servizio. Così sembrerebbe tutto perfetto, ma un problema oggettivo in realtà c’è. Dati alla mano, le valutazioni positive sono il 98% del totale, quelle non positive l’1% e quelle negative sono inferiori all’1%. Vari dubbi sull’omertà dell’ordine sono sorti nel tempo, tanto che le riforme della giustizia successive hanno cercato di riparare a queste grandi ambiguità.