In una cultura paleolitica del nord Europa risalente a 15.000 anni fa, il cannibalismo faceva parte dei rituali di sepoltura: non era quindi una pratica alimentare abituale.

Il consumo di carne umana faceva parte delle consuetudini funerarie. I gruppi praticavano il cannibalismo durante i riti funebri, appartenenedoa alla stessa cultura e facendone una pratica sociale.
Una pratica sociale
In uno studio recente pubblicato sulla rivista accademica Quaternary Science Reviews, è stata presa in analisi la questione della civiltà magdaleniana, che prende il suo nome da un sito archeologico a La Madeleine, in Francia. Si tratterebbe della più recente tra le culture del Paleolitico superiore europeo, estesa dal nord della Spagna, in particolar modo la Cantabria, fino ai Pirenei e da questi fino alla Polonia. Grazie alle ricerche realizzate nelle grotte francesi, fu possibile studiarne il materiale etnografico, individuandone i principali stadi evolutivi. Questa popolazione si dedicava alla lavorazione di utensili in selce e corno di renna. Eccellente era anche la lavorazione dell’ avorio. Silvia Bello, paleoantropologa del Natural History Museum e prima autrice dello studio, ha scoperto che il cannibalismo era una pratica socio-culturale funeraria, appartenente a questa popolozione. Si tratterebbe del più antico esempio di cannibalismo, in questo caso avulso da ogni finalità a scopo prettametne alimetare.

La ricostruzione
Gli scienziati sono partiti dall’analisi dei resti umani con tracce di cannibalismo rinvenuti in una grotta nel Somerset, ovvero Regno Unito. Il sito ospita ossa aperte per estrarne il midollo, attentamente separate dai tessuti molli, oltre a tre crani umani lavorati per creare larghe tazze. Una nuova analisi dei resti archeologici dimostra come quella praticata nel Regno Unito non fosse affatto una tradizione isolata. Il cannibalismo funebre risulta praticato in 13 dei siti analizzati, con prove di sepolture deliberate, accompagnate da offerte o forme d’arte. Gli studi genetici hanno confermato questa analisi.

Il cannibalismo
La pratica del cannibalismo ha affascinato generazioni di antropologi e studiosi, per la sua importanza e particolarità. Anche a livello di immaginario collettivo ha avuto un impatto molto forte, rimanendo impressa nella memoria occidnetale e non solo, affascinando l’opinione pubblica e anche i più piccoli . Volendo dare una definizione prettamente tecnica, con cannibalismo si intende l’azione di cibarsi di carne umana, detta anche antropofagia. L’origine di questa espressione deriva direttamente dal termine spagnolo caníbal, con cui veniva denominata la popolazione caraibica delle Piccole Antille, alla quale dopo la scoperta dell’America furono attribuite pratiche antropofaghe. Già Erodoto però ne era addirittura a conoscenza. Si tratta di un episodio molto particolare della storia occidentale, quello con cui certamente si viene in contatto con popolazioni altre, stimolando una produzione letteraria ed etnografica senza precedenti. Facendo un grande salto temporale ha affascinato grandi opere letterarie, dalla Divina Commedia a Rabelais e Defoe. Interessante è anche la riflessione dell’antropologo Lévi Strauss inTristi Tropici. La sua tesi è che essuna società è profondamente buona e nessuna è assolutamente cattiva. L’antropofagia è ciò che ci ispira più orrore e disgusto. Importante e inerente con questa nuova scoperta è la distinzione fatta tra le forme propriamente alimentari, cioè dell’appetito della carne umana in assenza nutrimento animale, come in alcune isole polinesiane, da quella fame violenta dei campi di sterminio, comune a tutti i popoli. Ne potremmo aggiungere una terza, quella relativa alle pratiche funerarie risalenti a 15.000 anni fa.