Israele e Palestina: ripercorriamo la storia del conflitto più complesso dell’ultimo secolo

Alla luce dei fatti degli ultimi giorni,  è evidente che la situazione in Palestina ed Israele stia arrivando ad un punto di non ritorno. Si tratta di un conflitto che va ormai avanti da decenni, alimentato da chi, a chilometri di distanza, vuole impiantare sulla terra di nessuno la propria bandiera.

Attraverso la ricostruzione dei momenti salienti dei uno dei conflitti più complessi del ventunesimo secolo, scopriamo come e perché siamo arrivati, secondo alcuni, ad un punto di non ritorno.

IL MOVIMENTO SIONISTA

Il XIX secolo ha visto la crescita dei movimenti antisemiti, articolati su “teorie scientifiche” (vedi il darwinismo sociale) volte a dimostrare il perché la “razza” ebraica fosse inferiore e pericolosa rispetto alle altre. Un caso esemplare è l’affaire Dreyfus, scoppiato in Francia nel 1894: il capitano alsaziano Alfred Dreyfus, fu identificato come colui ce avrebbe inviato documenti militari riservati francesi, all’addetto militare tedesco Maximilian von Schwartzkoppen. Di fatto l’unica “colpa” di Dreyfus fu quella di essere di origine ebraica,  ma questo fu scoperto ben cinque anni più tardi, dopo infiniti processi e campagne denigratorie rivolte all’intera comunità ebraica. Un testimone dell’affaire fu Theodor Herzl, un giornalista austro-ungarico inviato a Parigi per seguire da vicino la vicenda che,in qualche modo, avrebbe acceso in lui la consapevolezza dell’impossibilità,  per la comunità ebraica, di diventare parte del tessuto sociale europeo, denunciando l’urgenza di uno Stato ebraico, la cui popolazione avrebbero potuto vivere nella pace. Tutte queste idee verranno sviluppate da Theodor Herzl nel volume “Der Judenstad” (trad. “Lo stato ebraico”), documento riconosciuto come base teorica del sionismo successivamente definito durante il Congresso di Basilea, articolato in quattro punti:

1) La formazione con mezzi appropriati dell’insediamento in Eretz-Israel (la “Terra Promessa” identificata con il territorio palestinese) di agricoltori, artigiani e produttori ebrei;

2) L’organizzazione e l’unificazione di tutti gli ebrei per mezzo di istituzioni […] in conformità con le leggi di ciascun paese;

3) Il rafforzamento […] del sentimento nazionale […] ebraico;

4) Passi preparatori per ottenere il consenso dei governi […] per raggiungere gli obiettivi del sionismo.

TRA LE DUE GUERRE MONDIALI

Durante la prima guerra mondiale, poco prima di entrare a Gerusalemme, le truppe britanniche tramite una lettera del segretario per gli affari esteri A.J. Balfour e il banchiere sionista L.W. Rothschild (passato alla storia come documento Balfour), stabilirono che, in caso di vittoria, avrebbero concesso al movimento sionista alcuni territori in Palestina, a patto che quest’ultimo si impegnasse a salvaguardare le specificità di un luogo che stava per iniziare a far proprio. Nel 1923 la popolazione ebraica istituì l’Agenzia ebraica, un’organizzazione sionista riconosciuta nel ‘29 dal governo britannico che si impegnava a facilitare l’immigrazione ebraica in Palestina, ad acquistare territori dai vicini i paesi arabi, divenendo a tutti i gli effetti un’organizzazione pseudo-governativa. Con l’elezione di Hitler e la successiva definizione delle basi teoriche del Terzo Reich, la comunità avvertendo l’imminente pericolo, iniziò a migrare verso la Palestina tanto che ,nell’immediato dopoguerra, la popolazione ebraica in territorio arabo contava circa 608.000 persone. Questo, già all’epoca, aveva creato non pochi attriti, spesso trasformati in vere e proprie guerriglie, tra la comunità ebraica e i paesi arabi.

DAL 1947 AL 1948

Nel maggio 1947 la Gran Bretagna annunciava il suo disimpegno dalle posizioni assunte nella grande guerra e il 15 dello stesso mese, per tentare di mettere un punto alla situazione in Palestina, l’ONU istituì l’ UNSCOP (United Natitons Special Committee on Palestine) che il 29 novembre 1947 elaborò la Risoluzione 181, meglio nota come il Piano di partizione della Palestina. Tale documento proponeva la definizione di due Stati, uno arabo e uno ebraico, e sottoponeva Gerusalemme al controllo internazionale. La proposta fu accolta di buon grado dalla comunità ebraica che sognava la definizione della “Grande Israele”, mentre fu rifiutata dai palestinesi che già all’epoca non sembravano essere disposti a cedere. Quando nel maggio 1948 i britannici, come preannunciato, abbandonarono il territorio palestinese e l’Agenzia ebraica proclamò l’indipendenza dello Stato di Israele, accadde l’inevitabile.

IL 1948 E AL-NAKBA

Poco dopo la proclamazione dello Stato di Israele, quest’ultimo venne attaccato da Egitto, Giordania, Iraq e Siria in quella che passerà alla storia come la guerra arabo-israeliana iniziata per impedire l’effettiva definizione dello Stato di Israele. L’ONU giudicò l’azione araba “la prima aggressione armata che il mondo abbia mai visto alla fine della seconda guerra mondiale”, condannando di fatto i palestinesi e schierandosi al fianco di Israele dove si trova ancora oggi. In questa guerra che di fatto durò “solo” un anno, a scontrarsi furono da un lato gli israeliani, dall’altro i paesi arabi che decisero di scendere in campo accanto al popolo palestinese ,che ricorda ancora oggi quella guerra come “al-Nakba”,  la catastrofe. Il conflitto si concluse con la vittoria israeliana e la firma di armistizi separati che permisero al nuovo Stato di definire i propri confini geografici che compresero il 78% dei territori palestinesi, occupando di fatto il 50% in più delle aree previste dalla risoluzione 181; inoltre all’Egitto spettò la Striscia di Gaza e la Cisgiordania fu annessa alla Giordania.

LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Era la mattina del 5 giugno 1967 quando Israele rivolse un attacco aereo all’aviazione egiziana, distruggendo 286 dei 420 velivoli messi a disposizione dall’URSS e rendendo inagibili le piste di decollo e atterraggio militari. Dopo questo primo attacco aereo, Israele diede il via all’Operazione Lenzuolo Rosso con la quale entrò ed occupò la Striscia di Gaza e la Penisola del Sinai, entrambe sotto il controllo egiziano. Avendo la Giordania firmato un Trattato di Mutua Difesa con l’Egitto, scelse di dichiarare guerra ad Israele: in quella stessa mattina furono bombardate Gerusalemme Ovest e Tel Aviv. Israele, di tutta risposta, prima distrusse le basi di atterraggio di Mafraq e Amman, poi, nel pomeriggio del 5 giugno, entrò per la prima volta in Cisgiordania,per poi occupare il giorno seguente la Città Vecchia di Gerusalemme. Il 9 giugno, quattro giorni di sangue dopo l’inizio della guerra, di fronte al cessate il fuoco di Egitto e Giordania intervenne la Siria che iniziò la sua offensiva sul Golan. L’eroismo siriano fu sgonfiato in un solo giorno: il 10 giugno fu decretata la vittoria schiacciante di Israele, dalla quale il volto del Medio Oriente uscì profondamente mutato. Il neo-Stato aveva infatti militarmente conquistato la Penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme Est e l’altopiano del Golan.  All’indomani del conflitto l’ONU rese nota la Risoluzione 242, stipulata con l’accordo delle grandi potenze. Con questo documento di natura non vincolante, si chiedeva ad Israele di ritirarsi dai paesi occupati nell’ultimo conflitto e alla Palestina (che intanto aveva creato l’OLP, l’organizzazione per la liberazione della Palestina) di interrompere gli attacchi terroristici, con l’obiettivo di stabilire una pace “giusta e duratura”.

LA GUERRA DEL KIPPUR

Nel 1972 il presidente della Repubblica egiziana Anwar al- Sādāt, forte dell’aiuto sovietico, dichiarò che da lì a breve avrebbe mosso una nuova guerra ad Israele che, invece, era supportato militarmente dagli Stati Uniti. Fu così che il 6 ottobre 1973, in corrispondenza della festività ebraica dello Yom Kippur, Egitto e Siria mossero ad un’Israele a digiuno e astenuto da ogni “lavoro” (compreso l’utilizzo dell’elettricità, dei trasporti o del fuoco), un attacco a sorpresa. Nell’offensiva le truppe arabe riuscirono a collezionare alcuni successi, sfruttando l’impreparazione delle truppe israeliane che durò ben poco. In una settimana queste ultime  riuscirono ad organizzarsi tanto che il 14 ottobre entrarono in territorio egiziano ed oltrepassarono il Canale di Suez. Il 22 ottobre l’ONU impose a USA e URSS un cessate il fuoco che si verificò solo il 28 dello stesso mese, quando Nixon ordinò la ritirata delle truppe israeliane da Suez. La via lunga cinque anni che avrebbe portato agli accordi di Camp David e ad una pace tra Egitto ed Israele, iniziò nel dicembre 1973 e terminò nel 1978 stabilendo i seguenti punti: rispetto alla pace in Medio Oriente venne posta in primo piano la questione palestinese, decretando la definizione di un’autorità autonoma a Gaza e in Cisgiordania che,purtroppo, non si è mai realizzata. Rispetto ai rapporti tra Israele ed Egitto fu raggiunto un accordo che prevedeva il congedo delle truppe israeliane dalla Penisola del Sinai (avvenuto tre anni dopo la firma degli accordi) e fu inaugurato un rapporto di pacifica convivenza che costò agli egiziani la colpa di aver tradito chi, negli anni precedenti, aveva combattuto al su fianco contro popolo ebraico.

HAMAS

Fondata nel 1987, Hamas è un’organizzazione politico-militare fondamentalista islamica che dal 2007 amministra la Striscia di Gaza; è considerato un’organizzazione terroristica da UE, USA, Canada e Gippone, posizione non del tutto condivisa da Regno Unito e Australia che,invece, considerano tale solo le brigate al- Qassam (quelle che hanno mosso l’attacco lo scorso 7 ottobre). Ciò per cui Hamas combatte è la liberazione della Palestina, il crollo dello Stato di Israele e la definizione di uno Stato islamico palestinese.

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