Allerta specie aliene invasive: ecco cinque animali che non fanno parte della fauna italiana

Sono numerose le specie aliene in Italia. Nonostante la loro introduzione possa essere involontaria è la causa di numerosi problemi.

Il numero di specie invasive sul nostro paese è sempre più elevato. Nonostante l’arrivo di animali alieni in Italia possa essere completamente involontario, resta una potenziale causa di numerosi problemi per gli habitat autoctoni, minacciati già da altri fattori ormai presenti da tempo.

Invasive Alien Species (IAS)

Sono diverse le specie invasive introdotte all’esterno del loro naturale areale di distribuzione, ma che cosa si intende esattamente per IAS?

Come già anticipato, le specie aliene invasive (Alien Invasive Species o IAS) sono specie (animali o vegetali) che sono state introdotte in Italia in modo volontario o accidentale, dalle attività umane. Si insinuano in aree geografiche diverse da quelle originarie, andando a disturbare le popolazioni autoctone dell’areale in cui si insediano.

Alcune di esse, se trovano un habitat adeguato al loro stile di vita e risorse sufficienti per la propria riproduzione, possono proliferare enormemente e adattarsi perfettamente al loro nuovo ambiente d’introduzione. Se sono in grado di diffondersi esponenzialmente, per un motivo o per un altro, le nuove colonie invasive diventano popolazioni naturalizzate. Che cosa si intende con questo termine? Le specie esotiche formano comunità stabili che, con il passare delle generazioni, diventano completamente indipendenti e, per la loro sopravvivenza, non è più necessario un apporto di nuovi individui da parte dell’uomo. Oltre alla semplice invasione, le IAS tendono anche a indurre numerosi danni non solo a livello umano, ma anche a livello ecosistemico e sanitario.

Di seguito verranno citate cinque specie aliene invasive che ormai prosperano indisturbate tra di noi e che si sono diffuse molto rapidamente sulla nostra penisola.

1) Lo scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis)

Nonostante sia raro osservare degli scoiattoli, quei pochi che si vedono arrampicare e saltare da un albero all’altro non sono affatto i veri scoiattoli italiani. Nella maggior parte dei casi, i roditori in cui ci si imbatte sono quelli appartenenti alla specie Sciurus carolinensis, originaria della porzione atlantica del nord America.

In Italia, nonostante questo scoiattolo fosse già stato introdotto in Australia, Sud Africa ed Europa per caso, è stato segnalato per la prima volta nel 1948, vicino a Torino. Sembra infatti che una coppia sia riuscita a scappare da un giardino privato vicino a Stupinigi, dopo che un ambasciatore americano in visita li aveva portati con sé come dono.

Anche se gli habitat nativi di questa specie sono i boschi di latifoglie americani, la proliferazione in tutta Italia e in Europa è risultata molto veloce, causando la quasi totale scomparsa del più piccolo scoiattolo comune europeo (Sciurus vulgaris). Grazie alle dimensioni maggiori, alla loro capacità di digerire più facilmente i tannini e all’impari numero di esemplari, gli scoiattoli grigi riescono ad immagazzinare circa il 50% in più delle ghiande, preannunciando quindi la funesta e ormai alle porte scomparsa dello scoiattolo rosso. Senza tralasciare il fatto che S. carolinensis è portatore sano di una malattia devastante per i suoi cugini, la specie è stata inserita nella lista delle cento più dannose al mondo.

2) L’Ibis Sacro (Threskiornis aethiopicus) 

Per la sua rapida diffusione, questo uccello (Threskiornis aethiopicus) sta mettendo a dura prova il delta del Po, causando una drastica diminuzione in biodiversità.

Inconfondibile grazie al suo piumaggio bianco e il lungo ricurvo becco nero, è originario dell’Africa e ormai presente in quasi in tutto il mondo. In Egitto, invece, dove un tempo era venerato come simbolo del dio Thot, è praticamente ormai estinto. Gli ibis egiziani, insieme ai babbuini, venivano mummificati come offerta al dio della saggezza e della scrittura e ne rappresentavano l’incarnazione sulla Terra.

A causa della loro dieta onnivora, questi animali non badano molto a cosa mangiano, infilando il becco ovunque e ingoiando qualsiasi cosa stuzzichi loro il palato. Si nutrono di piccoli mammiferi, di roditori e anche di crostacei (tra cui il gambero rosso della Luisiana) e danno dei grattacapi anche ad altre specie di uccelli, di cui si cibano di uova e cuccioli in modo inarrestabile. La loro peculiare tattica di caccia in gruppo li rende infatti degli ottimi predatori.

Dato che questi animali sono ormai estinti nel loro luogo di origine, gli studiosi hanno affermato che il loro arrivo in Italia non è stato affatto accidentale, ma bensì causato dall’uomo: la prima coppia fu introdotta in Francia nella prima metà del settecento. Dall’ottocento poi, ci furono i primi avvistamenti di ibis scappati dagli zoo, iniziando così il loro inarrestabile insediamento in tutto il continente.

3) Il gambero rosso della Luisiana (Procambarus clarkii)

Crostaceo ad alto impatto ambientale, Procambarus clarkii è inserito nella lista delle cento specie più invasive di tutta Europa ed è anche considerato il gambero più diffuso al mondo (si ritrova ovunque, tranne che in Australia e in Antartide). Il suo areale d’origine è l’America settentrionale e la parte nord – orientale del Messico. Questa specie è arrivata per la prima volta in Spagna nel 1973 e in Italia, la prima segnalazione della sua presenza fu registrata nel 1993, in Toscana. Attualmente è presente in tutte le regioni della penisola, isole comprese.

Ha un forte impatto sulla biodiversità anche grazie al fatto che riesce a prevalere sulle specie di gamberi d’acqua dolce autoctone, provocandone la morte e l’estinzione. Le sue maggiori dimensioni e la sua forte aggressività lo rendono infatti un abile competitore. Riesce ad inserirsi tranquillamente nella catena alimentare, distruggendo completamente gli equilibri ecologici dei corsi d’acqua in cui si insedia.

Questa specie dulciacquicola è inoltre il vettore di una patologia, chiamata peste del gambero, mortale per le specie autoctone. Gli individui affetti vanno incontro a un totale deterioramento del carapace causato da una micosi acuta.

4) La nutria (Myocastor coypus)

Grosso e particolarmente tozzo roditore, la nutria è originaria dell’America del sud.

Nonostante sia l’unica specie in vita del genere Myocastor, è presente in molti paesi nel mondo, inclusa l’Europa. Nel secolo scorso, la richiesta di pellicce di questo animale (dette pellicce di castorino) ha portato alla nascita di allevamenti in quasi tutto il continente, rendendo rara la presenza della nutria nel suo areale originario. In Italia, i primi insediamenti risalgono al 1928, anche se la diffusione su larga scala avvenne negli anni sessanta. Le colonie selvatiche locali sono quindi nate dalla fuga e dal rilascio di esemplari tenuti in cattività sul suolo nazionale o in paesi limitrofi.

Anche Myocastor coypus è inserita nella lista delle cento specie più invasive d’Europa. La vera minaccia è la sua capacità di scavare tane e rifugi in argini, dighe e canali, mettendo a rischio le coltivazioni agricole umane ma anche le opere di contenimento dei bacini idrici. Questi animali sono dei vettori di patologie che potrebbero interessare anche l’uomo, rendendoli un potenziale rischio sanitario su scala nazionale. Il loro stile di vita e la loro dieta variegata (dalla vegetazione a piccoli molluschi) mettono a rischio non solo gli ecosistemi in cui si inseriscono, facendo scomparire particolari specie vegetali già fragili, ma rendono l’animale anche un forte competitore di roditori autoctoni più piccoli.

L’assenza di predatori rende inoltre la nutria un soggetto particolarmente resistente alla eradicazione.

5) Il calabrone dalle zampe gialle (Vespa velutina)

È originario del sud – est asiatico e la sua presenza in Europa è stata segnalata per la prima volta nel 2004. In Italia, è arrivato invece nel 2013. Una analisi scientifica sembra confermare che l’invasione sia partita da un singolo esemplare approdato in Francia, e che quindi le generazioni successive siano tutte imparentate tra di loro.

Le grande preoccupazione che desta l’arrivo di questo calabrone è data dal fatto che si tratta di un forte predatore di Apis mellifera, ovvero la nostra ape comune. V. velutina caccia A. mellifera al di fuori del suo alveare e la uccide per nutrire le proprie larve, al sicuro nei suoi nidi. A differenza della specie asiatica Apis cerana, che riesce maggiormente a difendersi, le api europee, nonostante attuino delle tattiche ingegnose, non riescono sempre ad avere la meglio su V. velutina.

Un altro aspetto preoccupante è che il calabrone asiatico non preda solamente le api, da cui dipende la capacità di riproduzione di un elevatissimo numero di piante, ma anche altri insetti impollinatori (come bombi e farfalle), utili per l’ecosistema. Oltre a ciò, V. velutina distrugge un consistente numero di frutti maturi, intaccando anche la produzione numerosi frutteti.

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