Il film di Melfi spiega chiaramente come la discriminazione e la subordinazione sociale non operi mai su un unico livello.

Il diritto di contare (2016) è uno degli esempi cinematografici più emblematici per esaminare la discriminazione su più livelli, spesso subita dalle donne nere, in termini di razzismo, classismo e sessismo, riprendendo, quindi, le riflessioni del femminismo e dell’intersezionalità.
TRE SCIENZIATE ALLA NASA
Nello specifico, il film Il diritto di contare (titolo originale, Hidden Figures), diretto da Theodore Melfi, è un adattamento dell’omonimo romanzo di Margot Lee Shetterly e racconta di un evento realmente accaduto negli Stati Uniti durante gli anni Sessanta, in pieno clima di Guerra Fredda. La trama, infatti, si basa sulle vite di Mary Jackson, Dorothy Vaughan e Katherine Johnson, tre scienziate afroamericane, impiegate alla NASA come computer umani, le quali, nonostante la segregazione razziale e di genere, riuscirono a combattere un sistema che le invisibilizzava e a entrare nella storia grazie al calcolo della traiettoria per il Programma Mercury e la missione Apollo 11.

“SEPARATE BUT EQUAL”
L’importanza de Il diritto di contare risulta ancora più incisiva se si considera anche il contesto storico in cui la storia è ambientata, caratterizzato dalla presenza di gravi discriminazioni razziali. Infatti, sebbene la schiavitù fosse stata abolita nel 1961, vi era ancora fortemente la convinzione che i bianchi fossero superiori ai neri e che questi ultimi fossero cittadini di second’ordine. Sulla base di quest’idea, la popolazione bianca ha segregato lungamente e duramente la popolazione afroamericana o, comunque non bianca, grazie alla politica “separate but equal”, secondo cui ogni luogo, servizio e mezzo pubblico avrebbe dovuto essere separato sulla base del colore della pelle. Le azioni portate avanti per imporre la segregazione razziale ai cittadini non bianchi sono chiamate anche Pratiche di Jim Crow (in riferimento alla canzone Jump Jim Crow) e hanno avuto, tra gli obiettivi, non solo quello di mostrare la supremazia bianca ma anche quello di prevenire qualsiasi relazione interraziale fra bianchi e afroamericani. Infine, per mantenere la “stabilità sociale”, ai bianchi era permesso anche usare minacce o violenza contro i neri, i quali non avevano alcuna possibilità di appello o difesa, in considerazione del fatto che tutte le forze dell’ordine erano esclusivo appannaggio della popolazione bianca: anche quest’ultimo aspetto, infatti, era funzionale a evidenziare il dominio di un gruppo e l’inferiorità dell’altro.
INTERSEZIONALITA’
Durante gli anni Sessanta e Settanta, inoltre, la società statunitense si caratterizza non solo per la supremazia bianca ma anche per una connotazione fortemente patriarcale: gli uomini bianchi, infatti, detengono il potere dominante in famiglia, nei luoghi di lavoro e nelle pratiche politiche, occupando il livello più alto della gerarchia sociale, seguiti dalle donne bianche e, solo successivamente, dai neri. Secondo tale prospettiva, quindi, le donne nere, poste all’ultimo livello di tale gerarchia, subiscono una doppia discriminazione, in base alla razza dalla popolazione bianca e in base al genere dagli uomini neri, il che le porta ad essere degradate e svalutate dalla società patriarcale e razzista. Nel tentativo di descrivere questa particolare situazione, nel 1989, la studiosa afroamericana Kimberlé Crenshaw ha coniato il termine “intersezionalità” per indicare come le donne nere siano posizionate all’intersezione dei sistemi di subordinazione classista, razzista e sessista: in altre parole, le donne nere sono intrinsecamente colpevoli dell’essere donne e dell’essere nere. Il diritto di contare mostra, nello specifico, le dinamiche di subordinazione e discriminazione intersezionale sul luogo di lavoro: infatti, nonostante abbiano tre menti brillanti, Mary, Dorothy e Katherine non possono avere un lavoro fisso e non possono ambire a incarichi di prestigio in quanto la NASA è presentato come l’epicentro della cultura machista e della supremazia bianca. Alla luce di questa riflessione, il titolo sembra racchiudere, quindi, tutto il significato e l’intensità dell’operato delle tre scienziate: il diritto di contare non attiene solo all’ambito matematico ma significa anche la possibilità di valere nella vita.