Non ci sono Santi in Vaticano: il caso Orlandi sotto la lente del processo mediatico

Mentre proseguono gli accertamenti sul caso che ha tenuto la città di Roma e lo Stato del Vaticano con il fiato sospeso per 40 anni, debutta su Netflix la docuserie Vatican Girl che ricostruisce le indagini che hanno portato a puntare il dito contro molti, senza però ritrovare Emanuela.
Manifesto affisso nel 1983 per le strade di Roma per la ricerca di Emanuela, fonte: fortementein.it

Il caso Orlandi sta per spegnere la sua 40° candelina. Un processo mediatico che ha visto il coinvolgimento più della stampa che delle autorità giudiziarie, un aspetto che ha portato in prima pagina più colpevoli: dalla banda della Magliana fino allo stesso Vaticano. Su Netflix, invece, arriva la docuserie che racchiude anni di indagini e di sospetti, un nuovo tentativo per tornare a parlare del caso Orlandi.

CASO ORLANDI, INGHIOTTITA SOTTO IL CIELO DI ROMA

Vivere nello Stato del Vaticano significava abitare sotto gli occhi del santo Padre e, per tale ragione, sotto la sua protezione, o almeno cosi sembrava: aveva appena concluso il suo secondo anno di scuola superiori quando Emanuela Orlandi, cittadina del Vaticano, scomparve nel nulla. Era il 22 giugno 1983: il caldo romano era uno di quelli che ti si appicciava addosso, l’estate era iniziata ma le lezioni di flauto, pianoforte, solfeggio e canto corale di Emanuela presso la Scuola di Musica “Tommaso Ludovico da Victoria” non erano ancora finite. Il pomeriggio della scomparsa, dopo essere uscita in anticipo dalla lezione, telefonò Federica, sua sorella maggiore, per riferirle che avesse ricevuto un’offerta di lavoro molto cospicua da parte di un signore che aveva incontrato prima di andare a lezione. La proposta? Distribuire volantini della Avon durante la sfilata delle sorelle Fontana. Si confiderà anche con Raffaella e Mariagrazia, due sue amiche, alla fermata dell’autobus. Le amiche dichiareranno agli inquirenti che, una volta arrivato l’autobus, Emanuela non sarebbe salita, facendo perdere le sue tracce per sempre. Aveva 15 anni. Da allora si sarebbe parlato di una BMW verde metallizzato, di un possibile collegamento con la scomparsa di Mirella Gregori, della cosiddetta tratta delle bianche e, infine, il coinvolgimento di Emanuela in film hard. Roma venne tappezzata da manifesti raffiguranti il suo volto, diventano la protagonista di ogni emittente televisiva. Ma quel volto non verra mai piu scrutato da nessuno. Passano gli anni, il primo decennio, il secondo ed il terzo, ma di Emanuela e del suo flauto nessuna traccia. Si seguiranno le piste più disparate, ma è soltanto con l’appello di Papa Giovanni Paolo II che si comincia a parlare di sequestro e del fatto che ci potesse essere il coinvolgimento del Vaticano stesso. Il telefono a casa Orlandi non smette di squillare. Si parla di sequestro, che avrebbe visto la liberazione di Emanuela solo se Mehmet Ali Ağca, l’uomo che attentò alla vita del Papa e condannato all’ergastolo, fosse stato scarcerato. Nel 2005, durante la messa in onda del programma Chi l’ha visto?, una telefonata anonima arrivata in redazione, rivelando che per la risoluzione del caso Orlandi sarebbe stato necessario andare a vedere chi fosse seppellito presso la basilica di Sant’Apollinare. La salma? Quella di Enrico De Pedis. Da allora si sarebbe aggiunta un’altra pista, ovvero del coinvolgimento della Banda della Magliana. Infine, le dichiarazioni di Sabrina Minardi, all’epoca amante di Enrico De Pedis, avrebbero portato alla riapertura del caso per poi, successivamente, essere nuovamente archiviato nell’Ottobre del 2015. Quattro anni dopo, con l’ispezione presso il cimitero Teutonico, sembrava che finalmente si fosse vicini alla verità. Un altro buco nell’acqua. Anni di indagini che hanno portato a puntare il dito contro molti tranne che a riportare Emanuela a casa. E mentre le indagini per il sequestro della cittadina Vaticana proseguivano, il ruolo dei media fu centrale sia nella scoperta di nuove piste, sia per far si che si continuasse a parlare del caso. Ecco che si comincia a parlare di processo mediatico, fondamentale per far si che Emanuela non venisse rimossa dalla memoria collettiva degli italiani. Ma sarà stato davvero così efficace?

Marcia organizzata in memoria di Emanuela. In alto a destra, il fratello Pietro, fonte: Radio Capital

ANATOMIA DI UN PROCESSO MEDIATICO

Il caso Orlandi risulta essere all’origine di ogni processo mediatico. Si tratterebbe, inoltre, dell’unico processo, poiché per il caso Orlandi non vi è mai stato alcun processo penale. Ma che cos’è un processo mediatico? Per processo mediatico si intende la trasformazione di un caso di cronaca in un vero e proprio spettacolo per i telespettatori, il cui obiettivo però permane quello di far luce sul caso. il ruolo dei media diventa cruciale, poiché sono lo strumento essenziale per trasformare un caso in un processo mediatico. Spesso nei casi senza un colpevole o dove la giustizia, secondo il popolo, non sia stata tale, sono i media a mettere mano sul caso, soprattutto quando il fatto di cronaca in questione tocca il cuore di molti: lo abbiamo visto anni fa, quando la quindicenne Sarah Scazzi scomparve nel nulla e ore e ore di palinsesti venivano riservati esclusivamente per lei. Ad essere sempre davanti le telecamere fu la cugina Sabrina Misseri, rivelatasi poi responsabile dell’omicidio della cugina, la prima a capire che andando in televisione, non sarebbe stata mostrata come il personaggio cattivo della storia. Lo abbiamo visto anche con Yara Gambirasio, scomparsa mentre stava tornando a casa, il cui caso venne trattato da numerose enti televisive. A prenderne parte con il ruolo di investigatori sono i giornalisti, le cui inchieste devono esser viste come contributo e non come sostituzione alle indagini della magistratura. Anzi, spesso il ruolo del giornalismo d’inchiesta risulta fondamentale soprattutto nella riapertura delle indagini o per una revisione del processo. Per tale ragione il giornalismo d’inchiesta assume un ruolo di rilievo. Spesso processo mediatico e processo penale possono incrociarsi, ma dare come colpevoli diversi: a prescindere a cosa il processo abbia portato, chi riveste il ruolo del colpevole lo decide l’opinione pubblica attraverso il processo mediatico che, però, potrebbe risultare fallace in quanto imparziale. La verità processuale finisce così in secondo piano, nonostante possa esservi stata anche l’assoluzione dell’imputato che, nella memoria collettiva, continuerà ad indossare la maschera del colpevole. La storia ci insegna la discussa scarcerazione di Amanda Knox e di Raffaele Sollecito, ambe due processati per l’omicidio di Meredith Kercher. La cronaca giudiziaria assume quindi un ruolo preponderante, portando però l’opinione pubblica ad essere fin troppo influenzata dai processi mediatici. In risposta alla domanda “Qual è l´aspetto più pericoloso, da questo punto di vista?” Antonello Soro, ex Garante per la Protezione dei Dati Personali, afferma che  “Basta riflettere su una differenza, quella tra archivi cartacei e risorse della rete. Su quest’ultima la notizia diviene eterna, non ha limiti temporali, ha la forza di produrre condizionamenti irreparabili nella vita delle persone”. Infatti le problematiche del processo mediatico, nonostante abbiano aiutato inchieste a venir fuori, è che possa creare più confusione di quanta non ve ne sia già. Se da un lato casi di cronaca possano essere dimenticati proprio perché non sono mai riusciti a cavalcare l’onda della popolarità, dall’altro casi come quello Orlandi diventano addirittura mainstream, grazie a piattaforme quali Netflix che, da anni, trasforma casi di cronaca sanguinari in pillole per gli appassionati di true crime.

L’ADATTAMENTO NETFLIX E QUELLA GIUSTIZIA MEDIATICA CHE VIENE A MANCARE

Scritta e diretta da Mark Lewis e prodotta da Chiara Messineo, Vatican Girl ha visto la partecipazione non solo della famiglia Orlandi, ma anche di coloro che hanno contribuito nell’inchiesta che, come già sottolineato, non è mai stata affrontata in un processo. Attraverso quattro puntate, l’ultimo lavoro firmato Netflix ricostruisce le varie piste che sono state seguite negli anni (dalla procura e dai media): la chiamata dell’Amerikano, dove l’interlocutore affermava di avere in ostaggio Emanuela e che l’avrebbe uccisa se Mehmet Ali Ağca non fosse stato scarcerato. La testimonianza di Sabrina Minardi, all’epoca amante di De Pedis, che avrebbe aiutato il suo uomo nei vari spostamenti nella Orlandi, nascondendola anche presso la casa dei propri genitori. Abbiamo poi Marco Accetti, fotografo romano, che si è accusato non solo del rapimento di Emanuela, ma anche di tanti altre ragazze. Mitomane sì, ma anche omicida, in quanto Accetti venne condannato per l’omicidio del piccolo Josè Garramon, figlio dodicenne di un funzionario Onu uruguayano. Infine, abbiamo le inchieste del giornalista Emiliano Fittipaldi che, nel 2017, ha pubblicato Gli impostori – Inchiesta sul potere, libro contenente nuovi documenti sul caso. Non è la prima volta che la nota piattaforma streaming trasforma casi di cronaca in allettanti docuserie: nel 2019 venne lanciato La scomparsa di Maddie McCann, altra docuserie che trattava la scomparsa della piccola Madeleine “Maddie” McCan. Netflix è soltanto l’ultima spiaggia su cui il caso Orlandi è approdato. Quando Emanuela scomparve, gli unici media dell’epoca erano il televisore e, ciò nonostante, il caso divenne talmente popolare da essere rimasto nella memoria collettiva del paese. La docuserie, però, risulta essere un tentativo mancato, in quanto se da un lato ci fa conoscere un Emanuela diversa, quella studentessa che voleva fare della sua vita musica, dall’altro ha reso questo caso solo più popolare senza approfondire nessuna pista, tantomeno proporne di nuove.

 

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