Scopriamo le serie tv che -come i romanzi di Gadda- hanno un finale che non è proprio un finale.

Vi è mai capitato di guardare un intero film di due ore e passa oppure una serie con tre o quattro stagioni, arrivare all’ultimo minuto, all’ultima puntata e scoprire che non c’è un finale? Ore trascorse davanti allo schermo a sperare di indovinare come la storia andasse a finire per poi scoprire che, semplicemente, quella storia una vera fine non ce l’ha.
Il maestro dei finali incompiuti
“Il finale che non conclude” lo si può ritrovare anche nei libri, non soltanto nelle pellicole cinematografiche o nelle sitcom.
Il maestro dei finali incompiuti è Carlo Emilio Gadda, uno dei più grandi autori del Novecento italiano.
Carlo Emilio Gadda nasce nel 1893 a Milano da una famiglia borghese. Il rapporto con i suoi, specie con la madre, non è dei migliori a causa della decisione della famiglia di costruire un’enorme villa in Brianza (cosa che portò lo scrittore e il fratello Enrico a vivere in ristrettezze economiche); poi, la madre lo costringe a iscriversi al Politecnico di Milano. Gadda si laurea in ingegneria elettronica, ma successivamente – da sempre interessato alle humanae litterae– decide di iscriversi alla facoltà di Filosofia e arriva a un passo dalla seconda laurea. Nel frattempo scoppia la Grande Guerra e sia Gadda che il fratello sono chiamati alle armi. Enrico muore in battaglia e questo getta Gadda in un forte sconforto.
Nel 1940 si trasferisce a Firenze e decide di dedicarsi esclusivamente alla letteratura, collaborando con diversi giornali del tempo. Pubblica prima su riviste e poi in volume i suoi romanzi più noti: “La cognizione del dolore” (1963, 1970 e “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” (1957).
Muore a Roma nel 1973.
Due crimini impuniti
Sia ne “La cognizione del dolore”, sia in “Quer pasticciaccio”, Gadda lascia i romanzi “incompleti”; a dire il vero, il finale c’è, nel senso che l’autore ha effettivamente scritto la parola “fine”, ma si tratta di un finale aperto, molto aperto.
Stiamo, infatti, parlando di romanzi gialli (in particolar modo de “Quer pasticciaccio”) in cui alla fine il colpevole non viene trovato.
Il commissario Ciccio Ingravallo è incaricato di scovare il ladro che ha sottratto alla contessa Menegazzi i suoi preziosi gioielli. Mentre Ingravallo indaga sul furto, nello stesso palazzo (civico 219 di via Merulana, Roma) viene brutalmente assassinata Liliana Balducci, la vicina di casa della contessa. Il caso si complica, ora i crimini sono due: furto e omicidio. Chi sarà l’artefice? Ha avuto un complice? Si tratta di misfatti slegati tra loro?
A tutti questi interrogativi il commissario -alla fine- non saprà rispondere in maniera certa e i crimini resteranno impuniti.
Come si spiega questa scelta dell’autore? Perché non dare un finale vero e proprio, completo univoco?
La risposta è semplice ed è insita nella scrittura gaddiana: la realtà è complessa, è un gomitolo di cui è impossibile sbrogliare i fili; e ogni evento è provocato da molteplici cause simultanee che concorrono a determinare una catena di eventi. Non è possibile venirne a capo.

Finale aperto: voluto o non voluto?
Molte serie tv seguono -a grandi linee- la poetica di Gadda, concludendosi con un finale aperto. Questo vuol dire che tocca al lettore (o allo spettatore) decidere o indovinare come va a finire la storia.
Gadda lascia incompiuti i romanzi volutamente. Nel mondo delle serie tv spesso il finale è aperto perché prepara l’opera a un sequel.
Ad esempio, la prima stagione di Stranger Things ha un finale aperto (Will vomita quella specie di “lumaca” e non sappiamo ancora di cosa si tratti), ma la trama va poi a sciogliersi (e a complicarsi) risolvendo il finale della prima stagione e dando nuovi sbocchi per la prosecuzione. Quindi, il finale da “aperto” si chiude (per poi riaprirsi e richiudersi) nelle stagioni successive.
Oppure, effettivamente, la storia può restare senza soluzione, perché l’autore e il produttore hanno optato per un finale aperto oppure perché, in origine, era prevista un’altra stagione che probabilmente avrebbe portato a concludere ciò che era rimasto in sospeso nella prima.
È il caso di Savage Beauty, serie sudafricana che non è stata ancora rinnovata per una seconda stagione e non sappiamo quali saranno le sue sorti. La prima stagione si era conclusa con la protagonista, Zinhle, che trasportava nel bagagliaio della macchina il corpo di Don, vivo o morto?
Ed è anche il caso di Tiny Pretty Things in cui non viene svelato chi sia l’assassino/a di Ramon: sarà stata la sua ex fidanzata? Una delle sue allieve? La preside della scuola? Una delle madri delle ballerine? E qual è il movente? Gelosia, tradimento, ricatto? Qui abbiamo un vero e proprio giallo dal finale aperto che non si concluderà mai perché la serie è stata cancellata dopo la prima e unica stagione.
Abbiamo citato alcune serie tv targate Netflix o distribuite dall’omonima piattaforma che utilizzano la tecnica gaddiana del “finale che non conclude”. In termini moderni, si parla anche di “cliffhanger“, che fa riferimento proprio al momento in cui la narrazione si interrompe sul più bello in un momento di suspense lasciando lo spettatore atterrito. In genere, poi, lo sviluppo della storia riprende nella puntata o nella stagione successiva, ma come -abbiamo visto- questo non sempre accade.