Bastano cinque yen per far contento il dio Yato, ma perché il protagonista di “Noragami” è così ossessionato dalla devozione?

Cinque yen in valuta europea sono poco più di trenta centesimi. Decisamente una cifra esigua se si pensa al sogno che si è prefissato il dio Yato, cioè quello di avere un lussuoso tempio tutto suo. Una trama spiritosa e fantastica, quella di “Noragami”, ma le fondamenta su cui si basa sono in realtà fondate e reali. È sempre stata una pratica diffusa, infatti, quella di donare soldi, beni preziosi e sacrifici al dio che più serviva in quel momento. Questa è solo una delle tante studiate coincidenze che accomunano “Noragami” con la storia del mondo antico.
LA TRAMA
“Noragami” è un manga giapponese, scritto e illustrato da Adachitoka, iniziato nel gennaio 2011 e tutt’ora in corso. La trama parte da Hiyori Iki, una studentessa delle medie, la quale si ritrova, suo malgrado, a salvare la vita di un ragazzo che stava per essere investito da un bus. Il ragazzo, che pare vedere solo lei, si rivela essere un dio delle calamità, Yato. I loro destini si incrociano quando Hiyori, a causa dell’incidente, inizia ad addormentarsi di colpo per risvegliarsi sotto forma di un mezzo Spettro, in grado di vedere gli dei e i morti. Yato, unico in grado di aiutarla, si offre di farlo in cambio di 5 yen, la sua tariffa per aiutare gli umani. Insieme allo strumento divino di Yato, Yukine, iniziano le disavventure dei protagonisti, che oltre che con morti e mostri vari, devono confrontarsi anche con le altre divinità. Le loro figure sono liberamente ispirate allo Shintoismo e alla mitologia, e abitano un luogo onirico tra il mondo reale e l’Aldilà, resi gloriosi e potenti dalle offerte votive dei fedeli che pregano ai loro templi terreni. Il sogno di Yato, dio minore, è quello di accaparrarsi un posto tra i grandi, e così offre i suoi servigi (dalle pulizie al ritrovamento di gatti) nella speranza, un giorno, di avere abbastanza fedeli da non essere dimenticato. Yato sa infatti che un Dio esiste solo quando si crede in lui e così è stato anche per gli dei antichi.

GLI DEI GRECI
La “fenditura”, cioè il mondo degli dei di “Noragami”, molto assomiglia all’Olimpo tanto famoso e rispettato nell’antica Grecia. La religione greca, basata su una percezione molto personale e sentita del divino, fondava le sue basi sulla presenza di una schiera di dei con diversi funzioni, guidati e regolati da Zeus, padre di tutte le divinità. Come in “Noragami” dove i Sette Dei della Fortuna uccidono i mostri e proteggono l’umanità, anche in Grecia essi non mancano di intromettersi negli affari delle popolazioni (vedi Troia). Questo gli assicura la devozione di varie città, e un tempio a loro dedicato, il naos, un luogo di residenza e di rappresentanza (come il Partenone ad Atene, per Atena). Il tempio si trovava in un’area sacra e delimitata, visitato principalmente durante le cerimonie formali, e lì si svolgevano i riti più importanti. Il tempio veniva curato e abbellito dai fedeli, che spesso donavano fondi e statue, specialmente dopo guerre o eventi significativi. Oltre a questo, per intercedere direttamente col dio, non era raro in Grecia trovare un luogo di culto chiamato oracolo. Uno dei più famosi, quello di Delfi, permetteva ai fedeli di parlare direttamente con Apollo attraverso le parole della Pizia, una vergine scelta per interpretare i responsi del dio. La sacerdotessa, accolta la richiesta di sentenza con Apollo, sedeva sull’orlo di una voragine, e, secondo le fonti, parlava sotto effetto delle esalazioni dei fumi che ne fuoriuscivano. Il suo discorso, sconnesso e criptico, era poi interpretato per quanto possibile.
GLI DEI ROMANI
La religione romana, invece, è considerata più “ritualista” e specifica, meno interiorizzata rispetto a quella greca. È il cittadino a compiere le pratiche religiose secondo il mos maiorum (cioè il codice morale dei romani) e non vi è possibilità di variarne la sacralità. La grandezza di Roma è interamente dovuta al favore degli dei che, soddisfatti dei riti, sorvegliano la città e ne garantiscono la sopravvivenza. Il Pantheon romano è basato in primis sulla Triade Capitolina: Giove, Giunone e Minerva e su altri dei principali che regolano gli affari di Stato (come ad esempio Marte, per la difesa del territorio). Se in Grecia era più diffusa la pratica di raccontare miti sugli dei e donare a loro statue, a Roma era più usuale associare la loro presenza alle origini mitiche della città. Più che offrire doni o denaro, i Romani preferivano ingraziarsi gli dei con sacrifici e attraverso i sacerdoti. Non si poteva infatti procedere con qualsiasi attività se prima non si erano svolti i riti sacerdotali. Vi erano tre diverse forme divinatorie a Roma. La prima era l’extispicium, che si svolgeva durante i sacrifici. Poi vi erano gli auspici, in cui i sacerdoti auguri interpretavano il volo degli uccelli per conoscere la volontà degli dei. Infine esistevano i prodigi, cioè l’osservazione dei fenomeni inusuali che si manifestavano spontaneamente. Era il Senato ad esaminare questi particolari segni, e li interpretava usando i Libri Sibillini, scritti in greco e in esametri. Oggi questi libri sono andati perduti, si pensa per l’incendio che nell’83 a.C. distrusse il tempio di Giove Capitolino.
IL SACRIFICIO IN GRECIA E A ROMA
È bene concentrarsi sulla pratica del sacrificio, una delle massime espressioni della devozione agli dei sia in Grecia che a Roma. Spesso veniva offerto del cibo, a volte un intero banchetto, ma non era raro incappare in un’offerta di tipo vivente. Si preferiva una vittima animale, spesso un bove, scelto in base al colore del pelo e al sesso. Per esempio, per gli dei celesti si sceglieva un animale dal pelo chiaro, dal pelo scuro per gli dei inferi. Secondo le fonti, bisognava scegliere l’animale anche in base alle preferenze del dio: Apollo, per esempio, preferiva i tori. Prima del rito vi era una processione, durante la quale le vittime erano portate all’altare. In Grecia il sacerdote girava intorno all’animale per delimitare lo spazio sacro, dopodiché pronunciava una preghiera e spargeva la vittima di orzo e acqua. A Roma prima di ciò si celebrava una praefatio, che prevedeva l’accensione di un focolare che apriva la comunicazione col dio, poi, dopo il rituale dell’orzo e dell’acqua, si versava del vino sulla testa dell’animale. Mentre la vittima moriva il sacerdote accompagnava l’atto con l’urlo rituale. I Greci offrivano agli dei le ossa delle cosce, bruciate sull’altare, mentre a Roma venivano donati gli organi interni (l’extispicium, appunto). Il resto veniva consumato dai partecipanti al rito, o, a Roma, venduto nelle macellerie.

LA DEVOZIONE NELL’ANTICO EGITTO
La pratica del sacrificio non era inusuale nell’antico Egitto. Plutarco afferma infatti che essi erano soliti sacrificare animali odiati dagli dei, simboli del nemico dell’Egitto, cioè il dio Seth. Il tempio, dove si svolgevano i riti, era situato nel cuore della città. Non era aperto al pubblico, ma solo luogo di affollamento dove i fedeli si riunivano intorno alle mura. L’approccio religioso in Egitto era più di tipo magico e vi erano una serie di termini per indicare e praticare la magia. La magia era una forza positiva, non per forza mistica, che compensava il carattere negativo del mondo, donata agli uomini per contrastare le forze ostili. Yato, prima di distruggere un demone, recita una formula magica sempre uguale che lo aiuta nell’adempimento della sua missione, così anche in Egitto non era raro che un magos recitasse un incantesimo. La magia aveva funzione distruttiva, ma anche curativa e protettiva, recitata per curare il paziente morso dal serpente del maligno (Seth, di nuovo). L’uso della magia non era così inusuale nel mondo antico. In Grecia la magia inglobava tutte le pratiche divinatorie e i riti, mentre a Roma magus era un termine usato per chi “è esperto di riti magici”.